Hezbollah e l’ingerenza USA/Israele in Libano

di Giuseppe Sini

La percezione di Hezbollah e nell'”informazione” e in alcune frange della sinistra occidentale

L’esplosione che il 4 agosto 2020 ha devastato Beirut provocando, secondo un bilancio ancora provvisorio, circa 200 morti, 6.500 feriti e lasciando almeno 300.000 mila persone senza tetto [1], ha rappresentato per il baraccone dell’informazione occidentale l’ennesima occasione per onorare il proprio animale totemico: lo sciacallo. Obiettivo del maldestro rituale quello di associare più o meno esplicitamente Hezbollah alla tragedia, solitamente riprendendo insinuazioni riguardo presunti acquisti di nitrato d’ammonio e armi da parte del movimento libanese, insinuazioni messe in giro da “fonti” che vanno dall’esercito israeliano a “esperti” ex-FBI, passando per funzionari “anti-terrorismo” statunitensi [2].

Illazioni amalgamate negli ultimi mesi al consueto pastone — rigurgitato compulsivamente da stampa e tv ogni qual volta rivolgono il loro sguardo distratto al Libano — il cui ingrediente fondamentale consiste nel ridurre Hezbollah a una protesi dell’Iran; corpo estraneo a una mitizzata e giovane società civile ansiosa di liberarsi dal giogo imposto al paese dei cedri prima dalla Siria, poi da Nasrallah e dai suoi burattinai a Teheran, unico ostacolo alla nazione moderna e filoccidentale intravista nella favoleggiata epoca dei governi di Rafiq al-Hariri. Era, protrattasi dal 1992 al 1998, nella rievocazione della quale ci si guarda bene dal comprendere dettagli come la deturpazione architettonica e urbanistica della capitale libanese, frutto di una speculazione edilizia in cui l’allora primo ministro e soci avevano le mani in pasta, i vanagloriosi e incompiuti piani infrastrutturali, nonché le tensioni sociali gestite con proibizioni di scioperi e coprifuoco imposti dall’esercito [3].

Una parte della sinistra, prevalentemente anglofona e francofona ma influente anche in Italia, non manca di riprendere tale approccio, sia pur condendolo con apparentementi raffinate analisi della composizione di classe della base e dei vertici di Hezbollah, nonché additando quest’ultimo quale ostacolo a una genuina e non confessionale mobilitazione delle masse libanesi; aggiungendovi inoltre la minimizzazione dell’aggressività USA e israeliana nella regione, in particolare in Siria e Libano, e dunque del ruolo del movimento nel contrastarla. La derisione di concetti come “Asse della resistenza”, quando evocati da Hezbollah e dalla Siria, da parte di questa sinistra appare oggi — anche alla luce della certo non sorprendente normalizzazione dei rapporti tra entità sionista e fantocci dell’imperialismo statunitense come gli Emirati Arabi Uniti — ingenerosa. Persino grottesca, se proveniente da castigamatti della geopolitica come Joseph Daher, il quale tuttavia non disdegna l’ospitalità della “Fondation pour la recherche stratégique”, think tank geopolitico e covo dell’atlantismo in salsa francese, o ancora, da Michael Karadjis, in altre occasioni così poco schizzinoso da parlare in riferimento a Jabhat al-Nusra di “decent revolutionaries” [4].

Ansia di sminuire il protagonismo di Hezbollah nella resistenza all’imperialismo statunitense e al suo principale bastione in Medio Oriente, Israele, che sconfina nella mistificazione quando un organo d’informazione assai rispettato da certa sinistra, Internazionale, dà spazio al luogo comune secondo cui “le popolazioni della regione non si preoccupano più della causa palestinese[5]. Viene così occultato non solo il ruolo del movimento guidato da Nasrallah, o la contrarietà di molti stati  — Tunisia, Algeria, Kuwait e Siria — a quella rinuncia di fatto a ogni rivendicazione palestinese che è il cosiddetto Accordo del secolo, ma anche le manifestazioni popolari di solidarietà ai palestinesi; il che la dice anche lunga su una sinistra intenta a invocare la “agency” delle masse non appena si denuncia la strumentalizzazione o cooptazione imperialista di certe “rivolte”, salvo poi diffondere voci che negano soggettività a quelle stesse masse riducendo il mondo arabo ai regimi reazionari come gli Emirati Arabi Uniti, i quali peraltro non hanno mai brillato per i loro sostegno ai palestinesi.

Per tornare a Hezbollah e alla sua efficacia nel fronteggiare l’entità sionista, è sufficiente dare ascolto alle voci palestinesi più lucide, come Abdul Sattar Kassem, per vederlo indicato quale modello alternativo all’ormai quasi trentennale e logorante strategia di accordi, quasi sempre al ribasso, portata avanti dall’ANP [6]. Tra l’altro, in riferimento alla dinamica Israele/Stati Uniti, almeno una parte della dirigenza del movimento libanese — non manca infatti l’idea contraria o tendente a identificare i due soggetti — assume una posizione corretta, individuando il primo come “strumento” o “base esterna” dell’imperialismo degli USA; a questi ultimi viene spesso attribuita la responsabilità primaria dei crimini israeliani in Medio Oriente, sia pur all’interno di una retorica in cui la condanna del “grande satana” è avvolta, come ovvio per un partito che sin dal nome fa appello alla religione, da elementi culturali e religiosi oltre che politici [7].

Ruolo degli Stati Uniti in alcuni episodi della storia libanese

Ruolo degli Stati Uniti in Libano, si diceva, oggi sottovalutato da parte della sinistra ma riconosciuto anche in ambito accademico — sebbene a volte al fine di ridimensionarlo — e documentato come  risalente a ben prima della fondazione di Hezbollah. La storica Irene Gendzier, ad esempio, ne indaga lo sviluppo anche precedente l’invio a Beirut, nel 1958, di circa 15.000 marines da parte dell’amministrazione Eisenhower, nell’ambito di un interventismo che colpiva dall’America Latina al Sud-Est asiatico, passando per l’Africa e il Medio Oriente; quindi, scrive la stessa autrice, pur non avendo il Libano petrolio, già dal secondo dopoguerra “la sua integrazione nell’economia petrolifera della regione, dominata dal cartello internazionale USA, lo indicava come uno stato strategicamente importante”. Sbarcati sulla scorta della Dottrina Eisenhower, i marines servivano a puntellare il presidente filoccidentale Camille Chamoun, cristiano-maronita — il cui blocco politico aveva vinto le elezioni del 1957 anche grazie ai massicci fondi elargiti dalla CIA — dagli scossoni infertigli da un vasto fronte di opposizione, comprendente oltre ai musulmani (tanto sunniti, sciiti che drusi) anche cristiani. Il tutto con sullo sfondo gli spauracchi, per gli Stati Uniti e il loro protetto libanese, del nasserismo e sopratutto della rivoluzione nazionalista e antimperialista che nel 1958 in Iraq, sotto la guida del generale Qasim, aveva rovesciato la monarchia hascemita [8].

Negli anni Sessanta a destare la preoccupazione degli USA circa il Libano sarebbe stato l’ulteriore crescita di partiti, per quanto deboli, ispirati a vario titolo al nazionalismo arabo, quali il panarabista Movimento dei nazionalisti arabi e altre formazioni, nasseriane o baathiste, o più o meno di sinistra come il Partito Comunista libanese e, sopratutto, il Partito socialista progressista di Kamal Jumblatt che godeva di ampio supporto tra la comunità drusa; cercando di superare divisioni ideologiche e contrasti interni, tali soggetti cercavano di raggiungere una qualche forma di cooperazione, specie riguardo alle modalità del sostegno alla causa palestinese. Mentre dall’altra parte dello spettro politico i leader cristiano-maroniti Pierre Gemayel, Raymond Edde e il già citato Chamoun — ostili alle sia pur tenui concessioni al nasserismo nei rapporti con Israele attuate dal presidente Chehab e dal successore Helou — convergevano, nel 1967, formando l’Alleanza tripartita, concorrendo peraltro con i diversi governi del paese nel cercare i favori dell’ambasciata USA. In particolare, nel clima di crescente ostilità nei confronti degli Stati Uniti creatosi dopo la Guerra dei sei giorni, col richiamo dei rispettivi ambasciatori, e concretizzatosi tra l’altro in attacchi a simboli degli interessi economici occidentali in Libano, la destra cristiano-maronita si distingueva per il suo asservimento a Washington e a Israele.

Dunque, quello dei Sessanta fu un periodo avverso agli interessi statunitensi e israeliani in Libano, in particolare, nel 1968, l’attacco israeliano all’aeroporto di Beirut rafforzò la determinazione dei gruppi di sinistra circa la difesa del paese dalla minaccia israeliana — rispetto alla quale il governo veniva ritenuto manchevole — nonché riguardo al sostegno ai combattenti palestinesi, i quali, in base all’accordo ottenuto da Nasser al Cairo nel 1969, potevano ora agire in territorio libanese. In tale contesto, gli USA addestravano e rifornivano l’esercito e le forze di sicurezza interna libanesi, anche tramite il trafficante d’armi Sarkis Soghanalian, allo scopo di contrastare le attività nei campi profughi palestinesi; in alcuni circoli dell’amministrazione Nixon, nel frattempo, iniziava a essere presa in considerazione l’eventualità di favorire una soluzione militare — analoga a quella intrapresa da Re Hussein in Giordania nel settembre del 1970 — alla presenza della guerriglia palestinese in Libano, nonché di fornire armi alle milizie cristiane. Il funzionario dell’ambasciata USA Robert Oakley ha sostenuto che gli Stati Uniti hanno finanziato e armato i partiti cristiani prima del 1973, inoltre, ancora tra quell’anno e il successivo, armamenti giunsero alle stesse formazioni per vie più meno indirette — attraverso il Deuxième Bureau, ossia l’allora intelligence militare libanese, e di nuovo tramite Soghanalian — ma sempre col supporto statunitense e ben prima dello scoppio della guerra civile nel 1975 [9].

Non ci si dilungherà sul conflitto che in diverse fasi ha insanguinato il Libano per quindici anni, non mancano certo le ricostruzioni sul suo svolgimento, con l’intervento siriano a seguito del vertice di Ryad nel 1976 — Damasco si barcamenerà spregiudicatamente appoggiando a seconda delle circostanze le diverse comunità e imponendo propri candidati alla presidenza — e le invasioni israeliane del 1978 e 1982, culminata quest’ultima nel brutale assedio e bombardamento di Beirut, cui fece seguito il ritiro dei combattenti dell’OLP dalla capitale libanese. Né si vuole sostenere la tesi di alcune rievocazioni secondo le quali a spingere il paese verso la guerra civile siano stati Kissinger e la CIA, tuttavia la prossimità con quest’ultima e Israele di figure di spicco della destra cristiano-maronita, come Bashir Gemayel — figlio di Pierre, leader del Partito falangista libanese — sono cosa nota. Altrettanto nota è la complicità israeliana, e l’acquiescenza statunitense, nel massacro compiuto dalle milizie falangiste nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila nel 1982; non altrettanto conosciuto è il coinvolgimento della CIA nell’attentato del 1985 contro il religioso sciita vicino a Hezbollah Muhammad Hussein Fadlallah, il quale uscì indenne dall’attacco in cui comunque rimasero uccisi circa ottanta civili [10]

Hezbollah nella resistenza contro Israele

Dopo la strage di Sabra e Shatila la forza multinazionale, composta da statunitensi, francesi e italiani, incaricata di sovrintendere al ritiro dei combattenti palestinesi — l’Occidente di fatto avallava la presidenza, patrocinata dalle bombe israeliane, del falangista Bashir Gemayel e poi, dopo la sua uccisione, del fratello Amin — ritornava per la seconda volta in Libano, anche in tale occasione dimostrando la propria parzialità, lasciando agire indisturbato l’esercito israeliano e le milizie falangiste. Forza multinazionale che subirà un duro attacco nel 1983, con gli attentati alla caserma dei marines USA e al quartier generale dei paracadutisti francesi, attribuiti di solito al gruppo Jhiad islamico, talvolta indicato come una delle tante formazioni in seguito parte dell’embrione di Hezbollah.  Nell’emergere di quest’ultimo è invece certo il ruolo di una frangia scissionista di Amal — nato come braccio armato del Movimento dei diseredati animato da Musa al-Sadr, movimento radicato innanzitutto nella comunità sciita, ma con una vocazione politico-sociale dichiaratamente interconfessionale — in disaccordo con la scelta di appoggiare l’invasione israeliana e Amin Gemayel. Senza negare il peso nella sua fondazione del pensiero e dell’azione di figure di primo piano della Repubblica islamica dell’Iran, si può affermare che l’invasione israeliana del Libano è stato un fattore ineludibile e determinante della formazione di Hezbollah; come sostenuto da Nasrallah: “se il nemico non avesse fatto questo passo [l’invasione] non so se sarebbe nato un qualcosa chiamato Hezbollah, ne dubito”.

Gli accordi di Ta’if del 1989 pur mettendo fine alla guerra civile non intaccavano il sistema confessionale, ma riducevano la preminenza della figura del presidente a favore del primo ministro— rispettivamente, in base a quanto pattuito alla fine del mandato francese nel 1943, un maronita e un sunnita, con uno sciita a presiedere il parlamento — legittimando inoltre la presenza siriana. Sopratutto restava l’occupazione israeliana nel sud del paese, anche tramite la milizia falangista Esercito del Libano del sud, la quale tra il 1978 e il 1984 aveva operato sotto l’entità fantoccio del sedicente Stato libero del Libano. Per quanto Hezbollah condannasse duramente l’impostazione confessionale dello stato Libanese, il movimento optava pragmaticamente, sotto la guida del segretario generale  Sayyed Abbas al-Moussawi, per la partecipazione alla vita politica del paese nel quadro degli accordi, a partire dalle elezioni legislative del 1992. Ciò ovviamente non significava rinunciare alla resistenza contro Israele — responsabile sempre nel 1992 dell’assassinio di Moussawi, al quale succedeva Sayyed Hassan Nasrallah — ribadita dal programma elettorale e che anzi negli anni Novanta si intensificava quantitativamente e qualitativamente, con un abile ricorso alla guerriglia, specie nel corso delle aggressioni israeliane (le cosiddette operazioni Accountability e Grapes of Wrath) del 1993 e 1996 [11].

Il programma elettorale per le elezioni parlamentari del 1996, in merito al cosiddetto processo di pace sponsorizzato dagli Stati Uniti, correttamente definiti da Naseer Aruri dei “cobelligeranti” e non certo mediatori, appare oggi premonitore nello stigmatizzare una logica che “[…] mirava a consacrare un’egemonia congiunta israelo-americana sul mondo arabo, in cambio della restituzione […] di una piccola parte dei territori occupati nel 1967”. Nel 2000 l’occupazione israeliana del sud del paese, sempre più insostenibile a causa della guerriglia di Hezbollah — nonché di un’efficace propaganda, con la tv del movimento, al-Manar, che mostrava ai cittadini israeliani l’umiliazione del loro esercito —  si concludeva dopo ventidue anni fatta eccezione per l’area, confinante con le alture del Golan, delle Shiba farms. A sei anni di distanza dalla fine dell’occupazione Hezbollah avrebbe ottenuto un’altra vittoria politica ancor prima che militare, tenendo testa per più di un mese alle truppe israeliane, nonostante i devastanti bombardamenti dell’aviazione e l’appoggio, tanto diplomatico che in armamenti, degli USA [12].

Il radicamento di Hezbollah nella società libanese e le illusioni/delusioni dell’informazione occidentale

L’anno precedente, nel 2005, Rafiq al-Hariri veniva ucciso in un attentato cui seguiva la sua pressoché santificazione da parte dell’informazione occidentale, la stessa che magnificava le manifestazioni anti-siriane — che avrebbero condotto al ritiro di Damasco, frettolosamente accusata della morte del primo ministro — e ignorava una parte del paese tutt’altro che minoritaria, protagonista di mobilitazioni di segno opposto, nelle quali Hezbollah era la componente preminente sebbene non unica. Un atteggiamento negli anni successivi riproposto puntualmente in occasione di qualsiasi espressione, più o meno spontanea, d’indignazione popolare, costantemente e superficialmente presentata come segno d’insofferenza nei confronti di Hezbollah; l’ultimo esempio proprio a seguito dell’esplosione nel porto di Beirut, con la strumentalizzazione ben sperimentata delle tematiche anti-corruzione per colpire soggetti invisi agli Stati Uniti e Israele, nel caso specifico il movimento guidato da Nasrallah, da certa stampa indicato quasi come unico o principale obiettivo della rabbia seguita alla tragedia. Si tratta di illusioni pateticamente deluse a ogni tornata elettorale — alle elezioni generali del 2018 Hezbollah ha riaffermato e in alcuni casi, con i propri alleati, rafforzato i buoni risultati delle precedenti nel 2009 —  a conferma di un radicamento nella società libanese chiaro a chiunque si levi i paraocchi della disinformazione a stelle e strisce.

L’impegno sociale di Hezbollah è un fatto menzionato persino nell’informazione occidentale, sebbene liquidato il più delle volte come una sorta di clientelismo in guisa islamica o, nella migliore delle ipotesi, a uno stato nello stato; mentre sarebbe più esatto dire che il movimento fa le veci dello stato là dove — sud del Libano, Valle della Beqa’ e periferia sud di Beirut, in cui risiede parte della comunità sciita più povera  — quest’ultimo è assente o latitante, in particolare negli ambiti dell’assistenza sanitaria, dell’istruzione e delle politiche abitative, ma anche dell’agricoltura e dell’economia in generale. Per quanto l’apporto finanziario dell’Iran sia importante, ciò non toglie che si tratta d’iniziative solitamente concepite, realizzate e gestite in Libano e di cui usufruiscono ampie fasce della popolazione del paese, non di rado a prescindere dalla confessione religiosa, a conferma che la critica di Hezbollah al carattere settario dello stato libanese non è meramente propagandistica. Intervento in campo sociale fondamentale inoltre nell’alleviare le conseguenze disastrose delle ripetute aggressioni israeliane, così come oggi, nel contesto di una gravissima situazione economica — precipitata in conseguenza dell’esplosione, e aggravata dalle ulteriori sanzioni USA contro il movimento in aggiunta a quelle contro paesi vicini suoi alleati — cruciale per garantire la resistenza non solo della comunità sciita ma dell’intero paese [13].

L’imperialismo USA, minaccia principale per le masse libanesi e mediorientali

Le sanzioni del resto, non sono altro che l’ultimo atto della pluridecennale ingerenza statunitense in Libano, finalizzata come si è visto soprattutto a disarmare la resistenza — a suo tempo dei  guerriglieri dell’OLP stanziati nel paese dei cedri, oggi di Hezbollah — contro il loro braccio destro nella regione; tanto più singolari suonano dunque le parole del già citato Dhaer, nel momento in cui scrive: “gli armamenti di Hezbollah sono stati sempre più orientati verso obiettivi altri rispetto allo scontro militare contro Israele”. Si tratta di un riferimento alla partecipazione del movimento alla difesa della Siria dall’aggressione — perché di questo si è trattato, come ampiamente documentato persino dalla stampa più compromessa — lanciata dall’imperialismo USA. Che l’inscrizione di tale intervento nel concetto di “Asse della resistenza” sia tutt’altro che uno “strumento propagandistico”, come la definisce ancora Daher, lo attestano gli eventi degli ultimi giorni, con l’annuncio del Sudan di voler normalizzare le relazioni con Israele, in cambio della rimozione dalla ridicola lista degli stati “sponsor del terrorismo”; il tutto reso ancor più grottesco dall’accordo in base al quale il paese dovrà sborsare milioni di dollari per risarcire le “vittime americane del terrorismo”, in buona sostanza un ricatto e un’estorsione. Un esito di questo genere è chiaramente una delle ragioni dell’operato di Washington in Medio Oriente, poco importa che si  concretizzi in svariate forme di bullizzazione economica, il caso appena evocato del Sudan e le sanzioni a Hezbollah per esempio, o in guerre più o meno dirette come in Siria.

Quello intentato dagli Stati Uniti in Libano è, come affermato dalla studiosa del movimento Amal Saad, non tanto un “cambio di regime, quanto un cambio di partito”, mirante a estromettere Hezbollah dalle istituzioni del paese, a minarne il ruolo nella società libanese e a livello regionale, ponendo fine a quella che, almeno negli ultimi due decenni, si è rivelata una delle sfide più concrete ed efficaci ai loro interessi, nonché del loro principale alleato/strumento in Medio Oriente. Il tutto attraverso l’ormai consueta combinazione di prevaricazione economica — la punizione collettiva delle sanzioni che, come già sostenuto in un nostro precedente articolo sulla questione, è una prosecuzione o continuazione della guerra vera e propria —, manipolazione della “società civile”, con l’ambasciata USA che vanta apertamente la propria prossimità con i settori della protesta più ostili a Hezbollah e, infine, mistificazione, dipingendo quest’ultimo come un’entità aliena e corruttrice, eterodiretta dall’Iran [14].

Compito della sinistra e dei comunisti dei paesi del centro non è certo intrupparsi in tale narrazione, magari aggiungendovi qualche sfumatura marxista, o peggio farneticando di imperialismo iraniano, dunque equiparando aggressori e aggrediti; ma semmai opporsi risolutamente a ogni misura già in atto, o ventilata su pressione israelo-statunitense, contro il movimento libanese — sia che si tratti dell’inserimento in liste nere, dell’imposizione di sanzioni o altro — nonché alle intromissioni di soggetti, in particolare la Francia di Macron e l’FMI, con richieste di riforme politiche ed economiche, alle quali Hezbollah si è già dichiarato contrario. Inoltre, se davvero si hanno a cuore le masse libanesi e mediorientali in generale, e si confida sinceramente in una loro mobilitazione non settaria, è necessario avere ben chiaro come non sia certo Hezbollah l’ostacolo principale, bensì l’ingerenza imperialista degli USA e dei loro lacchè, minaccia principale alla sopravvivenza stessa di quelle masse [15].


1) https://www.lorientlejour.com/article/1235310/plus-de-deux-mois-apres-le-drame-le-bilan-salourdit-a-202-morts.html;

2) https://thegrayzone.com/2020/08/26/beirut-blast-israel-hezbollah-ammonium-nitrate-terror-plots/; https://www.washingtonpost.com/world/middle_east/a-vast-store-of-explosive-material-sat-in-beirut-for-years-despite-repeated-warnings/2020/08/05/c3ed5ce2-d714-11ea-a788-2ce86ce81129_story.html; https://www.washingtonpost.com/world/middle_east/a-vast-store-of-explosive-material-sat-in-beirut-for-years-despite-repeated-warnings/2020/08/05/c3ed5ce2-d714-11ea-a788-2ce86ce81129_story.html.

3) Georges Corm, Il Mondo arabo in conflitto. Dal dramma libanese all’invasione del Kuwayt, Jaca Book, 2005, pp. 158-162; Georges Corm, L’egemonia americana nel Vicino Oriente, Jaca Book, 2004, pp. 135-140; https://www.persee.fr/doc/ecofi_0987-3368_1993_hos_3_1_1944.

4) https://www.jacobinmag.com/2016/12/hezbollah-lebanon-iran-islamic-revolution-labor; https://jacobinitalia.it/autore/daher-joseph/; https://www.frstrategie.org/programmes/observatoire-du-monde-arabo-musulman-et-du-sahel/consequences-lintervention-militaire-hezbollah-syrie-sur-population-libanaise-chiite-rapports-avec-israel-2017; http://links.org.au/node/4346; https://web.archive.org/web/20161105044008/https://socialistworker.org/2014/10/06/why-syrian-rebels-oppose-us-air-strikes.

5) https://www.internazionale.it/opinione/pierre-haski/2020/10/09/palestinesi-abbandonati-medio-oriente.

6) https://mondoweiss.net/2020/05/palestinian-politics-after-annexation-palestinian-authority-critic-abdul-sattar-kassem-on-what-comes-next/.

7) https://www.atlanticcouncil.org/blogs/iransource/hezbollah-considers-the-united-states-not-israel-its-greatest-enemy/; https://ottobre.info/2020/02/12/la-questione-palestinese-attualita-e-centralita-di-una-lotta/; Marco Di Donato, Hezbollah: Storia del Partito di Dio, Mimesis, 2015, p. 61; Amal Saad Ghorayeb, Hizbu’ lahh. Politics and Religion, Pluto Press, 2002, pp. 91-93. 

8) James R. Stocker, Spheres of Intervention. US Foreign Policy and the Collapse of Lebanon, 1967-1976, Cornell University Press, 2016, pp. 6-9; Irene L. Gendzier, Notes from the Minefiled. United States Intervention in Lebanon and the Middle East, 1945-1958, Columbia University Press, 2006, pp. 3-7; Eugene Rogan, Gli arabi, Bompiani, 2016, pp. 432-439; Christopher Davidson, Shadow Wars. The Secret Struggle for the Middle East, Oneworld Book, 2017, pp. 68-70.

9) Stocker, 2016, pp. 23-25, 28-29, 32, 39-40, 63-64, 66, 71-72, 84-85, 89-91, 131-133; Rogan, 2016, p. 486.

10) Rogan, 2016, p. 536-537, 574-576; Corm, 2004, pp. 34-36; Di Donato, 2015, pp. 44-45, 50-51; l’ipotesi che Kissinger abbia “deciso di spingere il Libano verso la guerra civile” è sostenuta nel volume del giornalista Dilip Hiro Fire and embers: a History of Lebanese Civil War, St. Martin Press, 1993; https://www.washingtonpost.com/archive/politics/1987/09/29/alliance-with-a-lebanese-leader/ab94dec7-2029-409b-8ebd-cbf954318cc1/?utm_term=.5c2122db88ce; Georges Corm, Il Libano Contemporaneo. Storia e Società, Jaca Book, 2006, pp. 132-133; https://www.thenation.com/article/archive/the-united-states-was-responsible-for-the-1982-massacre-of-palestinians-in-beirut/; https://www.nybooks.com/daily/2018/09/17/sabra-and-shatila-new-revelations/; Mark Curtis, Secret Affairs. Britain’s Collusion with Radical Islam, Serpent’s Tail, 2010, p. 168.

11) Corm, 2006, pp. 133-134, 153; Rogan, 2016, p. 568; Di Donato, 2015, pp. 32, 45, 48-49, 61, 92-97, 101, 127-131; Amal Saad, Challenging the sponsor-proxy model: the Iran-Hizbullah relationship, in Global Discourse: An interdisciplinary journal of current affairs, Vol. 9, N. 4, novembre 2019, p. 631-632.

12) Naseer H. Aruri, Un broker disonesto. Gli stati Uniti tra Israele e Palestina, Il Ponte, 2006, p.23; Di Donato, 2015, p. 138; Augustus Richard Norton, Hizballah and the Israeli Withdrawal from Southern Lebanon, in Journal of Palesine Studies, Vol. 30, N. 1, autunno 2000, pp. 22-35; Rogan, 2016, pp. 662-663; https://www.counterpunch.org/2006/10/13/how-hezbollah-defeated-israel-2/.

13) Corm, 2005, pp. 160-161; https://www.reuters.com/article/us-lebanon-tribunal-hariri-hezbollah/lebanon-tribunal-judge-no-evidence-of-involvement-by-hezbollah-leadership-in-hariris-killing-idUSKCN25E18R; Di Donato, 2015, pp. 74-83, 168-170; https://twitter.com/amalsaad_lb/status/1303620584664961030; https://www.repubblica.it/esteri/2020/08/08/news/beirut_si_rialza_tra_marce_di_protesta_e_ricerche_dei_dispersi-264106361/; https://www.lcps-lebanon.org/publications/1553851924-parliamentary_election_1_eng.pdf; https://www.telegraph.co.uk/news/2020/07/05/lebanon-verge-economic-collapse-bailout-talks-stall/; https://fair.org/home/hiding-the-impact-of-us-sanctions-on-lebanon/https://english.alaraby.co.uk/english/news/2020/10/7/us-bill-could-sanction-banks-operating-in-hezbollah-dominated-areas.

14) https://www.plutobooks.com/blog/hezbollah-syria-and-the-arab-uprisings/; https://www.nytimes.com/2017/08/02/world/middleeast/cia-syria-rebel-arm-train-trump.html; https://www.washingtonpost.com/world/middle_east/israel-sudan-peace-normalization-terrorism/2020/10/23/285f53e4-1548-11eb-a258-614acf2b906d_story.html;https://www.youtube.com/watch?v=XEXu_u4JPKE&feature=youtu.be&fbclid=IwAR29pa6fFgsa1DmRbS9fuvHfFUZxXJYYqfUTDCG-htw8RT9bUDmrOHowEi4; https://twitter.com/usembassybeirut/status/1301449343610875904;

15) https://it.euronews.com/2013/07/22/hezbollah-lala-militare-nella-lista-di-terroristi-dellue-e-il-momento-della; https://aic.camera.it/aic/scheda.html?numero=4/06858&ramo=CAMERA&leg=18; https://www.reuters.com/article/idUSKBN25O14A; https://www.reuters.com/article/us-lebanon-crisis-hezbollah-idUSKBN20Q2II; https://www.commondreams.org/news/2020/09/08/horrifically-catastrophic-report-finds-so-called-us-war-terror-has-displaced-many-59.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...