Bolivia: legittimità borghese e lotta di classe

2020-03-04_12h55_56

di Alberto Ferretti

Mentre scriviamo, dall’inizio del colpo di Stato in Bolivia i morti sono 24 e la polizia ha ricevuto dal governo provvisorio autoproclamato licenza di uccidere per far fronte alle proteste popolari di massa che chiedono il ripristino della democrazia. I media e i governi occidentali chiamano tutto ciò “transizione democratica” e il MAS (Movimento al Socialismo) e Morales sono definiti “autoritari” in ossequio alla propaganda di demonizzazione imperialista fatta propria persino dalla stampa di certa sinistra radicale, e dalle correnti anarco-libertarie e movimentiste.

Innanzi tutto dobbiamo dire basta a questi infami distinguo della sinistra imperiale nelle sue varie declinazioni. Non hanno luogo di esistere: una situazione “analiticamente complessa” al fine di prendere posizione e schierarsi può essere quella delle proteste in Libano, per fare un esempio, non certo quella boliviana. L’America Latina ha infatti il “merito” di illustrare i contrasti di classe e i processi da essi generati quasi in purezza. Un traditore del proletariato lo si riconosce subito (Moreno in Equador); i rappresentanti dell’oligarchia sono sfacciati (Bolsonaro, Pinera, Macri etc); la rappresentazione politica – Destra (capitale) contro Sinistra (oppressi) – è trasparente; il contesto storico-geopolitico inequivocabile, con la Spada di Damocle dell’imperialismo nordamericano che dai tempi della Dottrina Monroe tenta di imporre la sua legge ai popoli della regione.

Quindi, prendere la posizione corretta e difendere a spada tratta “i nostri” nei momenti gravi come questi per i comunisti è facile e doveroso. Chi cincischia è già complice. Solidarietà totale dunque al MAS, al popolo indigeno in rivolta, ai lavoratori e contadini boliviani, a Morales e Linera che in 13 anni di governo hanno cercato di portare avanti una coraggiosa agenda popolare e progressista con successi innegabili.

Sono altre invece le riflessioni da trarre da vicende come quella boliviana, riflessioni valide per noi che viviamo nel centro del sistema mondiale capitalistico-imperialista. È senz’altro giusto affermare al livello polemico-retorico che il MAS (Movimento per il Socialismo) ha vinto in Bolivia per l’ennesima volta (la quarta) una competizione elettorale libera e regolare e con largo vantaggio (quasi il 50%, più di dieci punti percentuali in più del diretto sfidante Carlos Mesa). C’è verità in questo: nessuno ha manipolato i risultati né impedito con violenza fisica l’esercizio del voto, come accertato ormai da tutte le indagini indipendenti. Il rapporto iniziale dell’OAS, agenzia al servizio di Washington, era palesemente politicamente indirizzato a creare una situazione di caos secondo un piano preordinato di destabilizzazione eterodiretta del Paese che si appoggiasse sulla rivolta dell’oligarchia e dei suoi sgherri fondamentalisti stufi di un governo colpevole di occuparsi di poveri, contadini e lavoratori invece che dei loro privilegi.

Questa vittoria elettorale va difesa. Alle menzogne imperialiste si deve ribattere colpo su colpo; in tal senso è indubbio che Morales sia il legittimo presidente della Bolivia e che la sua estromissione si configuri come un odioso colpo di Stato. Janina Anez, esponente di un partito di destra che ha preso  il 4% dei voti, si è infatti autoproclamata Presidente con la benedizione di Donald Trump circondata dalle forze di polizia in una seduta irregolare di un parlamento semivuoto perché interdetto ai deputati del MAS. Il parlamento, a maggioranza formato da eletti socialisti del MAS, il partito di Morales nel frattempo costretto alla fuga in Messico, è riuscito solo più tardi a riunirsi in seduta plenaria e a votare i due presidenti legali delle Camere che purtroppo non riescono a far valere la legalità della loro nomina visto che la forza armata (in particolare la polizia) e la forza mediatica (i giornali internazionali e interni) sono in mano ai golpisti e ai loro sponsor occidentali.

In tutto questo non va dimenticato però, a un altro livello di analisi, che la competizione elettorale in Bolivia non è concretamente né “libera” né “regolare”. Morales ha vinto infatti in una competizione elettorale borghese parlamentare, quindi per definizione strutturalmente deviata in quanto costruita su misura dei bisogni e sugli interessi del Capitale e dei suoi partiti. Un “mondo” in cui tutto si oppone alla sinistra popolare, ai socialisti e ai comunisti; in cui ogni manovra politica è per essi più difficile di quanto non lo sia per qualsiasi partito borghese, sia esso liberale, conservatore o apertamente reazionario.

In queste condizioni, le vittorie elettorali dei socialisti sono certo una doppia prova di forza. Dimostrano cioè il profondo radicamento e la consapevolezza delle forze sociali che si riconoscono nel MAS e in Morales (ma potremmo dire lo stesso del PSUV venezuelano e in un certo senso anche del PT brasiliano). Vittorie che espongono però questi processi di emancipazione a una fragilità di fondo, poiché socialdemocrazie con ambizioni rivoluzionarie così affermatesi si trovano in una situazione di permanente assedio borghese contro il quale sono tendenzialmente impossibilitate a difendersi in maniera adeguata. Potrebbero farlo solo se facessero prova di quell’ “autoritarismo” che spesso la criticissima e delicata sinistra occidentale attribuisce loro per condannarle o prenderne le distanze. Se si assicurassero coi mezzi necessari la fedeltà delle forze armate, se negassero agibilità alle organizzazioni e alla stampa legate all’oligarchia, se armassero la loro base sociale popolare, insomma essendo più e non meno “autoritarie”.

La domanda di fondo è infatti sempre la stessa: potere di chi, per chi, per fare cosa? “Autoritarismo” contro chi? È casomai la mancanza di un potere politico saldo al fine di contrastare la borghesia imperialista e compradora che causa la perdita di posizioni (e di vite umane) e apre lo spiraglio in cui si insinuano possibili involuzioni reazionarie. Le oligarchie e l’imperialismo, le classi dominanti, non possono infatti accettare che un Morales o chi per lui sia eletto presidente di un paese che considerano proprietà privata – e questo addirittura secondo la (loro) stessa legalità borghese. Sulla via socialdemocratica il Capitale si può “battere” solo temporaneamente, nella misura in cui la ritirata tattica delle forze borghesi è imposta dalla forza del movimento popolare e funzionale in ultima istanza a riorganizzarsi e preparare il contrattacco. Le organizzazioni legate ai gangli profondi – economici, culturali e militari- del sistema capitalistico riprenderanno possesso delle stanze dei bottoni, con le buone o con le cattive. Situazioni prodottesi già in passato nella storia della modernità capitalistica e sempre finite in massacri controrivoluzionari borghesi (Franco in Spagna nel ’36, Pinochet in Cile nel ’73 etc).

Per questo occorre tenere sempre a mente che l’unica via “di governo” che equivale anche alla presa effettiva del potere è quella che distrugge le vecchie istituzioni per rimpiazzarle progressivamente con nuove istituzioni popolari e dei lavoratori (dittatura democratico-popolare, se non addirittura del proletariato, a seconda dei contesti e del grado di sviluppo delle forze produttive e delle contraddizioni sociali) che sole possono assicurare la stabilità di un potere socialista realmente rivoluzionario il quale si poggi su una consolidata egemonia sul blocco sociale di riferimento e sull’alleanza di varie componenti progressiste contro il capitale monopolistico e i suoi agenti locali da isolare e disarmare. L’esperienza storica dimostra che questa è la condizione necessaria al fine di ottenere risultati duraturi per il popolo.

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