Yemen: genesi di una guerra imperialista “dimenticata”

di Alberto Ferretti

Di “guerra dimenticata” parlano i media occidentali quando si degnano di prestare attenzione alla situazione in Yemen dove ormai, secondo il Global Humanitarian Overview 2021, pubblicato dall’Ufficio ONU per il coordinamento degli affari umanitari[i], su 30 milioni di abitanti, 25 milioni vivono nel bisogno e 3 milioni e mezzo sono gli sfollati di un conflitto che ha causato finora la morte di 233.000 persone, di cui 131.000 per cause indirette come mancanza di cibo, servizi sanitari e infrastrutture. Insomma, come pur non mancano di affermare ONG, ONU e stampa borghese, siamo di fronte alla “peggiore catastrofe umanitaria del XXI secolo”.

Catastrofe, come se si trattasse di un evento naturale, dimenticata da giornalisti sicuramente troppo occupati a denunciare le minacce al mondo libero di Cina, Russia e Venezuela, ma che si guardano bene dal suscitare in questo caso quell’indignazione collettiva che sono soliti invece scatenare per altre questioni. Di conseguenza in Yemen è in corso qualcosa di incomprensibile per il pubblico occidentale: una “guerra civile”, formula ambigua e politicamente orientata che ne attribuisce le colpe ai soli yemeniti escludendo il ruolo svolto da interessi stranieri; oppure “una guerra diretta dai sauditi” per imperscrutabili motivi (quando non “per contrastare l’Iran nel conflitto tra sciiti e sunniti che sconvolge il Medioriente” e altre baggianate settarie spacciate per analisi geopolitiche). Arabia Saudita cui i nostri governi restano ingenuamente o proditoriamente, a seconda delle versioni, alleati, nonostante tutto.

In definitiva, quanto accade in Yemen non ci riguarda; infatti, né i politicanti diritto-umanisti di professione – quelli che corrono a stracciarsi le vesti in Bielorussia – né ovviamente i reazionari di destra ne fanno menzione. Eppure, crediamo che questa congiura del silenzio sia indicativa al contrario dell’importanza strategica della partita che si svolge attualmente nel paese, che cercheremo in questo articolo di precisare.

Colonialismo e decolonizzazione

La storia dello Yemen è quella di un paese posto in un asse strategico del commercio mondiale e in un’area ricca di risorse naturali, ambite dalle potenze coloniali, tra le due guerre mondiali rappresentate dai britannici nella Penisola Arabica e dagli italiani nel Corno d’Africa. Nel secondo dopoguerra il processo di decolonizzazione si svolse su un doppio binario: nel Nord del paese regnava una monarchia in cerca di autonomia dalla penetrazione commerciale del nuovo dominus nella regione, gli USA, i quali intendevano per altro assicurarsi che il Nord non gravitasse eccessivamente in orbita sovietica. Tale Monarchia fu deposta nel 1962 da un colpo di stato ispirato al nazionalismo arabo il cui esito fu la formazione della Repubblica araba dello Yemen, che viveva momenti caotici, tra colpi di Stato e un conflitto in cui l’Egitto (sostenitore della Repubblica) e l’Arabia Saudita (sostenitrice della Monarchia) giocavano la loro partita per l’egemonia nel mondo arabo. Solo l’ascesa al potere di Ali Abdullah Saleh nel 1978 conferì “stabilità” (vedremo più tardi come), alla Repubblica. Al centro della politica nazionale, la modernizzazione, senza molto successo, e i tentativi di inserimento nella circolazione globale del capitale dell’economia del paese, tra spinte in avanti e resistenze.

Nel frattempo, nel Sud, allora protettorato britannico denominato Federazione dell’Arabia Meridionale, si sviluppava una forte resistenza anticoloniale che non contribuiva certo a rendere il paese più accessibile agli USA né tollerabile agli occhi dell’ingombrante vicino saudita. Nella città di Aden, importante porto commerciale che controlla l’accesso al Mar Rosso e al Canale di Suez, prendevano piede lotte sociali le quali portarono nel 1956 alla creazione di una centrale sindacale fulcro poi di una forza politica organizzata in Fronte di liberazione nazionale. Tale FLN, di spiccato carattere socialista, liberava dopo quattro anni di lotta armata il sud dal giogo coloniale dando vita, nel 1967, alla Repubblica democratica popolare dello Yemen, primo e unico Stato marxista del mondo arabo.

La bandiera rossa su Aden

La Repubblica democratica popolare dello Yemen seguiva a partire dalla sua fondazione la “classica” traiettoria del socialismo del XX° secolo, ricevendo sostegno economico e militare dal mondo socialista, dall’Urss a Cuba, benché il paese fosse regionalmente isolato (e sporadicamente attaccato dall’Arabia Saudita) in quanto dall’Occidente considerato avamposto del blocco socialista nel mondo arabo, e quindi potenziale minaccia per l’egemonia.

Il regime rivoluzionario realizzava comunque, durante gli anni ’70 e ’80, importanti riforme politiche, sociali ed economiche: dall’istruzione universale al servizio sanitario gratuito, all’uguaglianza formale per le donne e alla lotta tribalismo. Di conseguenza, gli yemeniti del sud avevano raggiunto un tenore di vita soddisfacente con un divario tra le condizioni delle campagne e urbane notevolmente ridotto, nonostante la bassa densità di popolazione rispetto all’agglomerato urbano di Aden e la vasta estensione geografica del paese. I redditi delle famiglie, benché modesti, erano sufficienti per soddisfare tutte le necessità di base.

Tuttavia, una grave crisi di legittimità incorse a partire dal 1986, a causa delle asprissime lotte interne al Partito socialista di governo e al venir meno della sostegno sovietico, il che portò al prevalere di una fazione riformista che indusse il sud ad aprire i negoziati col nord per una riunificazione nazionale vista come alternativa al progetto socialista. Il sud, da fiero bastione dell’anticapitalismo si apprestava a diventare accomodante socio di minoranza del nuovo progetto nazionale.[ii]

Unificazione e controrivoluzione

Saleh intanto governava al nord proponendosi come garante locale del capitalismo occidentale tramite i buoni uffici dell’Arabia Saudita. L’occasione della riunificazione con la dirigenza del sud in difficoltà gli permise di gestire il processo sotto il segno delle liberalizzazioni economiche sullo sfondo collasso del campo sovietico: essa si configurò come la possibilità, per la parte forte, cioè quella legata alle dinamiche del capitalismo globalizzato uscito vincente dalla Guerra fredda, di saccheggiare le risorse del sud. Fu così che nacque nel 1990 l’attuale Repubblica dello Yemen, con capitale Sana’a.

L’unificazione introdusse il multipartitismo e le istituzioni democratico-borghesi: oltre al Partito socialista e al Congresso popolare generale (il partito di Saleh) altri attori si affacciarono sulla scena politica. Ma essa portò anche e soprattutto le famigerate politiche di “aggiustamento strutturale” del Fondo Monetario Internazionale: le privatizzazioni delle aziende pubbliche del sud (circa quarantamila) al fine di ricevere i prestiti “per lo sviluppo”, i licenziamenti e l’impoverimento alimentarono una spirale di malcontento generalizzato (con l’ascesa di un movimento separatista al sud, che sfociava in una guerra nel 1994 col governo centrale); tale malcontento collegato al contestuale privatizzazione dell’istruzione pubblica, veniva intercettato dai nuovi partiti islamisti finanziati dall’Arabia Saudita, e fu terreno fertile per l’ascesa di Islah (che raccoglie sia la Fratellanza musulmana che i salafiti locali) come primo partito di opposizione[iii].

Intanto all’estremo nord, ai confini con l’Arabia Saudita, prendeva corpo una resistenza guidata da un ex parlamentare, Hussein al-Houthi, portavoce delle rivendicazioni delle comunità rurali locali, da tempo consideratesi discriminate e in difficoltà economiche, afflitte dai recenti problemi dovuti alla privatizzazione delle terre propugnata dai programmi di “aggiustamento strutturale” e dalla semi occupazione di fonti idriche, pascoli e strade da parte delle pattuglie di confine saudite. Esasperati dalle concessioni di Saleh a questo espansionismo[iv], al-Houthi, i suoi alleati e seguaci presero le armi, accusando Saleh di essere ormai infeudato a statunitensi e sauditi, alle spese del popolo e della sovranità yemenita. Fu ucciso dalle forze governative nel settembre 2004[v] durante il conflitto che fino al 2009 oppose gli insorti al governo centrale, ma la sua causa aveva ormai guadagnato risonanza nazionale. Gli Houthi si dimostrarono inoltre efficaci combattenti anti Al Qaeda, nel frattempo insediatasi nel paese, ma non per questo Saleh ebbe remore e considerarli “terroristi” e “agenti stranieri” (dell’Iran, solo perché appartenenti alla minoranza zaydita, una variante dello sciismo presente solo in Yemen) e a dirigere le manovre della sedicente “guerra al terrore”, che faceva scorazzare i droni killer USA nei cieli del paese, anche sulle posizioni Houti.

“Primavera araba” a Sana‘a

Questo ordine imperiale in decomposizione viene scosso definitivamente nel 2011 quando esplode nel paese – dove ormai la povertà tocca il 35% degli abitanti e il tasso di disoccupazione, secondo le stime, varia tra il 20 et il 40 %[vi] – un vasto movimento di contestazione contro la corruzione e la crisi economica. Una rivolta sull’onda delle cosiddette “primavere arabe” che vede l’iniziale confluenza di tutte le correnti politiche e sociali yemenite contro Saleh.

Nel corso dei mesi e degli scontri violenti col governo emerge tuttavia la natura ambigua del movimento, perlomeno rispetto alle cause strutturali che l’avevano suscitato: da una parte esso è incensato dai media internazionali che celebrano  i “giovani rivoluzionari” espressione della “società civile” in lotta per la “democrazia” e “libertà”, presentati dalla propaganda liberale occidentale come una nuova generazione in grado di assicurare una completa palingenesi delle società arabe contro i “regimi” e contro gli oppositori tradizionali dei “regimi” stessi: dall’altro era saldamente egemonizzato dagli islamisti di Islah, anch’essi comunque nelle grazie dei circoli imperialisti come dimostra il Nobel per la pace 2011 assegnato all’esponente islamista Tawakkol Abdel-Salam Karman.

Date queste premesse, la possibilità per la sommossa di essere cooptata secondo strategie gradite all’imperialismo diventa rapidamente realtà: Saleh fu estromesso nel 2012 e sostituito da un esecutivo di transizione guidato dal suo vice, Abed Rabbo Mansour Hadi, in alleanza con Islah, sotto l’egida saudita. Governo tutt’altro che ostile alle politiche fino a quel momento prevalenti, che anzi ne estremizzava gli aspetti liberali e conservatori e faceva precipitare ulteriormente le condizioni di vita della popolazione. Tra austerità per ripagare il debito accumulato nei confronti di FMI e creditori, proposte di svendita di asset all’Arabia Saudita e al Qatar in nome di un accordo di libero scambio approvato dallo stesso FMI e problemi di autonomia regionale cui Hadi rispondeva con un progetto di federalizzazione che si configurava come riproposizione locale della strategia del divide et impera già tentata in Iraq, Libia e Siria[vii].

La Guerra e la Resistenza

È in questo contesto che nel settembre 2014 Ansarollha (Partigiani di Dio) – alleanza politica formata dai combattenti Houti e parte dell’esercito regolare avvicinatosi ad essi in chiave anti-Islahdepone il governo Hadi, bloccando la svendita del futuro economico dello Yemen e il suo smembramento.[viii] Avendo fatti propri nel frattempo gli slogan anti-corruzione che animarono la rivolta contro Saleh, Ansarollha aveva guadagnato ampi consensi diventando ormai di gran lunga la prima forza politica del paese. Forti di questa legittimità crearono un governo provvisorio diretto da un Comitato Rivoluzionario (tra i cui leader c’è Abdel al Houthi, fratello di Hussein) che controlla oggi il nord dove vive un terzo della popolazione del paese, inclusa la capitale Sana’a.

Perdere in questo modo i suoi luogotenenti in Yemen era logicamente inaccettabile per l’imperialismo. Nel marzo 2015, sotto la copertura di una Risoluzione delle Nazioni Unite (UNSCR 2216) USA, Gran Bretagna e l’Arabia Saudita sono autorizzati (o meglio si autorizzano) a intervenire col pretesto di restaurare il “legittimo e riconosciuto governo di Hadi” Da questo momento tutti i media internazionali si atterranno scrupolosamente e disciplinatamente alla propaganda ufficiale di guerra: trattasi di un’“operazione militare guidata dall’Arabia Saudita” contro “i ribelli Houthi golpisti manovrati dall’Iran”.

Eppure a ben vedere gli unici “manovratori” qui sono gli USA di Obama che da subito appoggiano il Consiglio di cooperazione del Golfo – organizzazione che include tutti i regimi reazionari della regione come Bahrain, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti – offrendo ben più di un semplice “sostegno”, bensì armi (e l’Italia vi contribuisce spedendo dalla Sardegna bombe prodotte da uno stabilimento tedesco), intelligence per l’identificazione di obiettivi, rifornimento agli aerei da guerra, copertura politica e diplomatica in ogni sede. È evidente per chiunque che l’aviazione saudita non avrebbe potuto minimamente operare se l’Occidente avesse deciso di far venir meno il proprio “coinvolgimento”, o si fosse opposto all’intervento.

Al contrario, l’Occidente intensificherà la guerra, con Trump che invierà anche le forze speciali sul terreno al confine saudita-yemenita, mentre la coalizione bombarda senza pietà ponti, strade, porti, impianti di trasformazione alimentare, terreni coltivati, negozi di generi alimentari, mercati e pozzi d’acqua. Ne è derivata una carestia con poche eccezioni censurata dai media, e la più grande epidemia di colera mai registrata nella storia, con oltre 85.000 bambini sotto i cinque anni morti di malnutrizione e malattie non avendo accesso a cibo, medicine e acqua a causa del blocco navale e terrestre imposto dalla coalizione. Una catena di puro terrore, una demolizione controllata e una soluzione finale imposta al paese, il tutto per impedirgli di uscire dall’orbita imperialista e sfruttare autonomamente le proprie risorse[ix].

Alla guerra guerreggiata si aggiunge quella mediatica contro le forze della resistenza dipinte in maniera caricaturale e manipolatoria come settari religiosi legati all’Iran, quando in realtà si tratta di un movimento anti imperialista di liberazione nazionale, condotto da chi non accetta che il destino del paese sia gestito da Ryad in continuazione delle politiche che hanno portato miseria per il popolo e arricchimento di una ristretta cerchia di proconsoli imperiali[x]. Tanto basta in questa parte dell’Asia occidentale per essere messi all’indice dall’Occidente imperialista come testimonia l’intenzione di Pompeo di inserire gli Houti nella lista di sponsor del terrorismo (mossa genocidiaria condannata da tutte le organizzazioni umanitarie in quanto il movimento Ansarollha coordina gli aiuti umanitari nel nord e nel centro del paese da cui dipende la popolazione yemenita.[xi])

In Yemen è in corso dunque un crimine collettivo dell’imperialismo contro l’umanità, i responsabili sono gli stessi della demolizione di Afganistan, Iraq, Libia, Siria, dell’occupazione della Palestina, della destabilizzazione del Libano. Compito dei comunisti è prenderne coscienza e allertare non tanto sulle generiche atrocità della guerra che, in mancanza di un’attenta analisi politica, vengono attribuite al meglio “a entrambe le parti” (quando non imputate direttamente alla resistenza), quanto sulla natura antimperialista dello scontro in atto. La Resistenza alla violenza imperialista che vede gli USA alla testa dell’aggressione al paese nel contesto più ampio di sottomissione di una intera regione, va appoggiata senza esitazioni in quanto movimenti di riscatto nazionale da valutare dal punto di vista generale della lotta globale all’imperialismo e degli effetti che producono sul campo nemico; ogni sua sconfitta è una vittoria degli oppressi su scala planetaria, siano essi i lavoratori occidentali e i popoli oppressi nel sud del mondo, i quali, coscienti o meno, condividono un nemico comune, la borghesia imperialista e i suoi vassalli. 


[i] https://gho.unocha.org/inter-agency-appeals/middle-east-and-north-africa; https://www.electiondaynews.it/il-nuovo-governo-dello-yemen-colpito-da-un-attentato-al-suo-arrivo-ad-aden/

[ii] https://orientxxi.info/magazine/quand-le-drapeau-rouge-flottait-sur-aden,2152?no_js=oui

[iii] Destroying Yemen: what chaos in Arabia tells us about the world – https://cloudflare-ipfs.com/ipfs/bafykbzacec4xpvlbfcnfo4qcagnvxxpbzs4mkv26vy4ekm5xrhm5nfnsjfluk?filename=Isa%20Blumi%20-%20Destroying%20Yemen_%20What%20Chaos%20in%20Arabia%20Tells%20Us%20about%20the%20World-University%20of%20California%20Press%20%282018%29.pdf

[iv] Destroying Yemen: what chaos in Arabia tells us about the world – https://cloudflare-ipfs.com/ipfs/bafykbzacec4xpvlbfcnfo4qcagnvxxpbzs4mkv26vy4ekm5xrhm5nfnsjfluk?filename=Isa%20Blumi%20-%20Destroying%20Yemen_%20What%20Chaos%20in%20Arabia%20Tells%20Us%20about%20the%20World-University%20of%20California%20Press%20%282018%29.pdf

[v] https://www.lemonde.fr/proche-orient/article/2011/12/15/les-houthistes-revoltes-insoumis-du-yemen_1618267_3218.html

[vi] La structuration de la révolution yéménite – https://www.cairn.info/revue-francaise-de-science-politique-2012-5-page-895.htm

[vii] Destroying Yemen: what chaos in Arabia tells us about the world – https://cloudflare-ipfs.com/ipfs/bafykbzacec4xpvlbfcnfo4qcagnvxxpbzs4mkv26vy4ekm5xrhm5nfnsjfluk?filename=Isa%20Blumi%20-%20Destroying%20Yemen_%20What%20Chaos%20in%20Arabia%20Tells%20Us%20about%20the%20World-University%20of%20California%20Press%20%282018%29.pdf

[viii] https://www.limesonline.com/in-yemen-fischia-il-vento-della-controrivoluzione/66882

[ix] https://inthesetimes.com/article/yemen-war-saudi-arabia-uae-trump-obama-famine-power-khanna-sanders; newsweek.com/us-soldiers-secretly-fighting-saudi-arabias-war-yemen-report-says-910041

[x] https://web.archive.org/web/20150217094452/http://www.yementimes.com/en/1826/intreview/4467/Al-Bukhaiti-to-the-Yemen-Times-; https://thegrayzone.com/2019/03/13/yemen-houthi-venezuela-us-coup/?fbclid=IwAR3aoHT66IZuz-8u2IWNLbHjY3LCZjrweEAqv8miv0zwCh1RM4PLT_-GmvA

[xi] http://web.archive.org/web/20210114115946/https://amp.theguardian.com/world/2021/jan/14/famine-us-yemen-decision-will-lead-to-disaster-predicts-un

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