I primi anni della politica economica del fascismo

Pubblichiamo di seguito un estratto dal testo di Salvatore La Francesca ‘La politica economica del fascismo’, edito per Laterza nel 1972. Il testo tratta in modo sintetico, ma con dovizia di indicazioni statistiche, la politica in materia economica adottata dal fascismo dagli albori del Ventennio alla sua rovinosa caduta. L’estratto riportato si concentra in particolare sulla fase precedente alla grande crisi del ’29, allorquando l’Italia fascista venne duramente colpita dalla crisi del capitalismo globale.

La retorica autarchica e collettivistica di cui il fascismo si ammanta ed è ammantato dai commentatori liberali viene smentita da La Francesca, il quale afferma al contrario che il fascismo sia salito al potere e abbia poi governato con l’intento di realizzare politiche economiche squisitamente liberali, inserendosi nella dinamica di circolazione internazionale del capitale con il sostegno di gruppi finanziari italiani e stranieri.


La crisi del primo dopoguerra è stata analizzata a fondo dalla recente storiografìa. Quale premessa alla presente indagine sarà utile sottolineare gli aspetti schematicamente riconducibili a due temi essenziali: la crisi di autenticità del sistema democratico-parlamentare, l’inadeguatezza delle strutture a fronteggiare improvvisamente i problemi di un’economia di massa.

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Sul piano economico è da rilevare che la pace venne perduta anche perché la guerra era stata vinta con forzature intensissime sullo sviluppo della grande industria italiana ‘. Si era venuta così a creare, specie nel settore dei beni strumentali, una capacità produttiva molto superiore alla domanda interna, che in un regime liberale tradizionale non era suscettibile di quella tonificazione e di quel rapido incremento che possono ora imprimersi in una società più sviluppata, tecnicamente più dotata ed in possesso di un nuovo bagaglio di cognizioni economiche. Tale squilibrio tra potenzialità produttiva e mercato interno era del resto corrispondente all’ampio divario tra le esigenze di una democrazia che per sopravvivere avrebbe dovuto estendere l’area dei consensi, e la scarsa maturità delle forze politiche.

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Alle culpae in faciendo, nel crollo di una democrazia si affiancano poi con un ruolo non certo meno determinante le culpae in omittendo. Tra le grandi occasioni perdute, la più evidente consisteva nel rifiuto da parte del Parlamento e delle forze politiche di accettare che il governo Giolitti, nell’ottobre del 1921, potesse normalmente legiferare per decreto-legge. Ma altre occasioni perdute possono essere individuate in omissioni meno evidenti, ad esempio nel non avere portato alla discussione ed alla approvazione il disegno di legge che prevedeva il pagamento dei sovrapprofitti di guerra, da parte delle imprese, mediante il trasferimento allo Stato di quote di partecipazioni azionarie. Sarebbe stata quest’ultima, forse, la mossa più tempestiva per assegnare alla mano pubblica quelle funzioni di coordinamento e di guida della grande industria che soltanto dopo la crisi del ’29 dovevano essere affrontate sotto la pressione delle cose. Non sarebbe stato un male per l’industria che, data la situazione di mercato e di liquidità, avrebbe trovato meno difficile corrispondere il tributo sotto forma di quote di partecipazione, e sarebbe stata soprattutto l’occasione per attenuare una minaccia che in realtà non riusciva a scattare per ‘l’inefficienza operativa delle leve statuali. Gli effetti positivi del provvedimento di avocazione allo Stato dei sovrapprofitti erano irrisori; le conseguenze negative sotto il profilo psicologico erano invece ben operanti, e determinanti nella formazione di tensioni nei confronti di uno Stato che, per realizzare un equilibrio tra posizioni tanto diverse, finiva con l’essere inviso a tutti e con l’esprimere una politica solo nominalmente di centro-sinistra.

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Per uscire dallo stato di crisi economica, sulla base di una ritrovata certezza del diritto, l’incisività della politica del De’ Stefani [Ministro delle finanze di Mussolini a partire dal 1922 n.d.r] fu determinante nella misura in cui fu coerente. All’inizio sembrava avesse successo quello che doveva poi rivelarsi come il fondamentale errore-vizio morale della classe dirigente liberale. […] La politica di De’ Stefani si poneva appunto come politica nettamente e coerentemente diretta ad uno sviluppo produttivo in funzione della ripresa di un meccanismo di accumulazione tradizionale, ed in ciò atta a risolvere, nel momento della ripresa congiunturale, i problemi di un’economia cui nessuno, nella fase della crisi, era riuscito ad imprimere un coerente indirizzo produttivistico; politica di efficienza fiscale, finanziaria e produttiva che, in quanto portatrice di interessi economici, rappresentava la componente razionale di molte soluzioni politiche irrazionali ed assumeva il carattere di copertura della violenza che premeva sul corpo della società italiana. I risultati nettamente positivi nella situazione economica fino al 1925 rafforzavano il fascismo: il regime mostrava di essere in grado di procedere, quando i maggiori gruppi economici lo esigessero, a salvataggi che un sistema capace solo di assicurare una debole tutela degli interessi costituiti si era manifestato incapace di realizzare, lasciando determinare disastri in definitiva più rilevanti per tutta la collettività degli oneri di una ragionevole politica di salvataggi.

La produzione industriale nel 1922 era notevolmente superiore a quella degli anni precedenti: a fronte del permanere di difficoltà nell’industria cantieristica, nella meccanica e chimica, l’industria siderurgica, in fase di assestamento, faceva registrare tuttavia risultati migliori di quelli degli anni precedenti; le industrie tessili e quelle alimentari riprendevano un’intensa attività produttiva. Le produzioni agricole più importanti registravano miglioramenti non trascurabili […]

Il deficit della bilancia commerciale da 13,8 miliardi di lire nel 1920 arrivava a 8,5 miliardi nel ’21 ed a 6,6 miliardi nel ’22, come risultato degli effetti concomitanti dei prezzi più favorevoli delle importazioni, della ridotta eccedenza sulle esportazioni nel settore dei generi alimentari e della contemporanea ripresa delle esportazioni. Migliorava in conseguenza il corso dei cambi a fine ’22, legittimando l’interpretazione che tale circostanza fosse anche un segno di solidarietà della finanza internazionale nei confronti del regime fascista. La buona tenuta e l’ascesa complessiva delle quotazioni dei titoli azionari, cominciata all’inizio del ’22, era collegata alla forte pressione inflazionistica già in atto. Era comunque salito anche il corso dei titoli pubblici in corrispondenza della sia pur lieve diminuzione del disavanzo: 15.755 milioni nell’esercizio 1921-22, a fronte dei 17.409 milioni dell’esercizio 1920-21. La situazione del debito pubblico interno permaneva pesante: a fronte di 86.482 milioni nel 1921- 1922 nell’esercizio successivo si raggiungevano 92.856 milioni. Nel 1922 il volume della circolazione bancaria e di Stato decresceva a 20.741,9 milioni rispetto ai 21.931,3 milioni del 1921 e ai 22.420,3 milioni del 1920. Non si riusciva però ad attenuare la pressione della disoccupazione: le 607 mila unità del gennaio ’22, le 304 mila unità del luglio ’22, registravano un aumento rispetto agli anni precedenti e continuavano a rappresentare un quadro minaccioso per le prospettive di ripresa. Ma, in definitiva, le strutture economiche italiane, in presenza di una crisi generale nel paese e di una crisi ministeriale già in atto dal febbraio 1922, mostravano una capacità di resistenza notevole.

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La politica economica di stampo liberale del primo ministero Mussolini, operante nell’ambito di regole del gioco, che non erano più liberali perché fondate occultamente sul silenzio imposto ai sindacati dei lavoratori con il patto di palazzo Chigi del 20 dicembre 1923 (fra l’altro interpretato sempre più restrittivamente a favore della parte fascista), saldava inizialmente le fortune del fascismo con taluni interessi preminenti della destra economica, ma offriva anche quella base di certezza e di stabilità della quale credeva di aver bisogno la media e piccola borghesia. […] Libere da obiettivi redistributivi e da condizionamenti sociali, e volte invece esclusivamente alla piena massimizzazione produttiva, le direttive di politica finanziaria e tributaria del ministro De’ Stefani erano incisive ed organiche.

In realtà si riusciva ad ottenere la diminuzione delle spese e l’aumento delle entrate eliminando taluni tributi secondari, riordinando i tributi rimanenti, riducendo le aliquote, ma rendendo più precisi gli accertamenti. Venivano soppressi i tributi speciali originati dai fabbisogni di copertura della finanza di guerra, quali l’imposta sugli amministratori e dirigenti di società ed il contributo personale straordinario di guerra che costituiva un’addizionale sulle imposte dirette. Veniva perseguita a fondo l’opera già iniziata dai governi di Bonomi e di Facta, per un’applicazione quanto più sollecita e favorevole al contribuente dell’imposta sui sovrapprofitti di guerra. Nello stesso tempo venivano facilitati i concordati per il riscatto dell’imposta straordinaria sul patrimonio, facendo così affluire rapidamente alle casse dello Stato una massa di risparmio fresco, con effetti positivi che nel breve periodo compensavano ampiamente i grossi tagli imposti in contropartita al credito generico d’imposta. I decreti 21 dicembre 1922 e 10 agosto 1923 prorogarono fino al 30 giugno 1925 la facoltà data agli uffici finanziari di rinunciare all’applicazione di penalità per omesse, infedeli e tardive denunce agli effetti dell’imposta patrimoniale. Veniva riordinata l’imposta complementare sul reddito con un provvedimento molto più organico di quello emanato con decreto luogotenenziale 17 novembre 1918; razionalizzata l’imposta di ricchezza mobile con aliquote ridotte, con un’estensione però della massa dei contribuenti che veniva a comprendere anche i percettori di redditi limitati; abolite l’imposta di famiglia e quella sul valore locativo.

Con vari provvedimenti inoltre nel corso del 1923 erano disposte facilitazioni per il capitale estero; si introducevano agevolazioni in favore della proprietà edilizia estendendo l’esenzione venticinquennnale a nuovi locali non destinati ad abitazione e riducendo le aliquote sui fabbricati, e allargando altresì l’esenzione dell’imposta per le costruzioni destinate ad opifici industriali. La rivalutazione dei fitti bloccati e l’impegno poi ulteriormente gradualizzato di porvi fine entro il 1926, costituirono certo una componente non trascurabile del fenomeno inflazionista a carico dei ceti medi abbienti, ma servirono anche a dare un’ulteriore spinta alla fase di espansione dell’edilizia già iniziata nel 1922.

Alcuni tra i primi provvedimenti erano politicamente di particolare significato: veniva affidato l’esercizio dei telefoni ad alcune società private ed aperto ai privati il settore delle assicurazioni sulla vita affidato dal 1912 al monopolio dell’Istituto Nazionale Assicurazioni; con R.D. 10 dicembre ’22, veniva abolita l’imposta di successione nell’ambito del nucleo familiare e decisa la soppressione definitiva dell’obbligo generale della nominatività per i titoli azionari. L’imposta di successione, che aveva fornito nel 1922-23 un gettito di 305 milioni, calava a 117 milioni nel 1924-25 ed a 72 milioni nell’esercizio 1925-26.

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La politica di contenimento delle spinte inflazionistiche, di marca liberale tradizionale, incontrava indiscutibili successi, perché si avvantaggiava dei risultati tattici positivi di una politica economica e sociale di segno, sotto alcuni aspetti, sostanzialmente contrario.

L’indirizzo liberistico degli anni 1921-25, senza alcun imbarazzo per lo spregiudicato pragmatismo governativo, procedeva parallelamente a quello dei salvataggi dei colossi in crisi ed alla promozione di nuovi interventi determinanti nella vita economica del paese, tra i quali, ad esempio, nel 1923, quello dell’Istituto di Credito per le Imprese di Pubblica Utilità e della Azienda di Stato per le foreste demaniali. Le due grosse operazioni di salvataggio, quella dell’Ansaldo e quella del Banco di Roma, decise ed attuate al di fuori degli stessi organi di governo, assumono il carattere, prima che di operazioni finanziarie, di veri e propri pagamenti di cambiali politiche alla famiglia Perrone ed ai gruppi cattolici moderati. Ciò non tanto per gli interventi in sé, suffragabili con valide argomentazioni obiettive, ma per il ruolo passivo di sovventore assunto dallo Stato, che pure avrebbe potuto forse conseguire lo stesso obiettivo a condizioni meno onerose e comunque avrebbe dovuto fin da allora utilizzare il proprio apporto per inserire l’attività delle aziende salvate in una visione strategica di sviluppo economico.

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Ben più costoso doveva essere il salvataggio del Banco di Roma che fece registrare un onere di 1.104 milioni al quale, fino al 1930, si aggiunsero altri 3 miliardi circa, per gli interventi in favore di vari Istituti, tra i quali la Banca Agricola Italiana, il Credito Marittimo, il Banco di Santo Spirito e varie banche cattoliche.

L’arresto dell’incremento dei salari veniva imposto dopo che il mondo del lavoro aveva conseguito notevoli miglioramenti di reddito. […] D’altra parte, la compressione salariale agli alti livelli raggiunti trovava una contropartita nello sviluppo degli investimenti fissi netti che già nel 1922 si erano raddoppiati, passando da 1,82 a 3,94 miliardi9, e che salivano verticalmente a 5,97 miliardi nel 1923, a 8,65 miliardi nel 1924 e a 11,3 miliardi nel 1925 senza sostanziali diminuzioni fino al 1931. Una buona parte di tali investimenti era destinata al settore delle opere pubbliche e di bonifica, ai maccbinari e mezzi di trasporto pubblici.

Il 1925 si chiudeva con un deficit della bilancia commerciale di circa 7,3 miliardi, superiore di 1,3 miliardi a quello del 1922. Ne conseguiva una caduta della lira rispetto al dollaro, alla sterlina ed al franco svizzero.

Dopo un periodo di relativa stabilità nel 1924, la lira quotata su Londra 117,50 nel gennaio 1925, passava nel giugno alla punta minima di 144,92. Non riuscendo quindi ad operare con provvedimenti di ulteriore espansione produttiva alla base dell’apparato industriale e agrario nazionale (né ciò sarebbe stato comunque possibile nel breve periodo ed in una situazione caratterizzata da vivaci pressioni inflazionistiche e da forti tensioni di sfiducia nell’avvenire della lira), la politica di De’ Stefani cercava di minimizzare lo sbilancio con provvedimenti finanziari essenzialmente fondati sulle seguenti direttive: la riduzione dell’ammontare dei biglietti di banca emessi dagli Istituti di emissione per conto dello Stato; l’aumento del saggio ufficiale di sconto che raggiungeva nel giugno ’25 il tetto del 7%; l’imposizione di restrizioni al commercio delle divise e dei titoli azionari.

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I riflessi sul mercato borsistico delle ultime iniziative del De’ Stefani sarebbero stati la causa della sua sostituzione con Giuseppe Volpi di Misurata avvenuta il 10 luglio 1925.

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L’affermazione dello Stringher, invero esatta, che faceva osservare come tutto il mondo fosse interessato al risanamento monetario italiano, si presta a varie considerazioni, non solo sui collegamenti finanziari ristabilitisi nell’economia internazionale capitalistica in ripresa, ma in specie sull’adesione sostanziale data dalla finanza internazionale al regime fascista. La prima apertura di credito per 75 milioni di dollari infatti avvenne sotto gli auspici della Banca d’Inghilterra e della Riserva Federale, e di molti Istituti di Emissione. La seconda apertura di credito per 50 milioni di dollari era stata accordata dalla Casa Morgan di New York unitamente ad alcune banche di Londra: Morgan, Grenfell, Hambros, Rothschild. Come contropartita venne stipulato il 14 novembre 1925 a Washington un accordo per la liquidazione del debito di guerra verso il Tesoro americano. […] Un altro grosso finanziamento, sotto forma di assunzione per il collocamento di un’emissione obbligazionaria italiana al prezzo di 94,50 del valore nominale per 100 milioni di dollari, consentito dalla Casa Morgan al Tesoro italiano, veniva utilizzato a parziale rimborso delle anticipazioni fatte dalla Banca d’Italia allo Stato per chiudere la precedente apertura di credito di 50 milioni, in precedenza consentita al Consorzio degli Istituti di Emissione. […] Nel 1927 il ricorso al capitale straniero prendeva la forma oltre che di prestiti, di cui beneficiavano soprattutto le società elettriche, anche di lanci di azioni italiane su varie piazze europee e statunitense.

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È evidente che Mussolini volle cercare, a caro prezzo, equilibri definitivi e non precari e stringere attorno a sé mondo finanziario ed opinione pubblica, divenuti necessariamente solidali in una battaglia di sopravvivenza e di orgoglio.


S. LA FRANCESCA, ‘La politica economica del fascismo’, Laterza, Roma-Bari, 1972, pagg. 3-24

Introdizione e redazione a cura di Davide Clementi

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