La concezione materialistica della storia e il paragone Napoleone-Hitler

Per la rubrica “Storia” proponiamo uno scritto dello storico sovietico Evgenij V. Tarle, uno dei massimi esperti di Napoleone in ambito accademico ed eminente storico marxista. Questa è la sua introduzione ad una delle sue opere più note: una biografia su Napoleone, appunto. Lo scritto è parecchio rilevante per diversi aspetti: in primo luogo esso è composto in un momento molto delicato della storia russa – cioè di fronte all’invasione hitleriana dell’Unione Sovietica e allo sforzo eroico del popolo sovietico che, distruggendo le orde nazifasciste, s’apprestava a liberare il mondo intero; in secondo luogo, è un fecondo esempio di interpretazione, e confronto, storico-materialistico fra due figure diamentralmente opposte, quelle di Napoleone e Hitler. Lungi da essere un’apologia del Bonaparte, tuttavia Tarle mette in luce il ruolo storico progressivo di Napoleone quale affossatore del regime feudale, usando la calzante espressione di “chirurgo della storia”, che opera in “armonia” e in tendenza rispetto al periodo storico nel quale si trova ad operare: cioè l’epoca dell’ascesa della borghesia e del capitalismo. Tutto al contrario di Hitler, il quale, invece, si fa portatore di una controtendenza regressiva e terribile, destinata inevitabilmente a soccombere sotto il peso delle proprie nefandezze.

Interprete negletto di una fase storica che vede il capitalismo nella sua fase non più progressiva ma putrescente e distruttrice, Hitler non può essere paragonato al Bonaparte. Tarle, con questa sua introduzione attuale, rigetta, rifacendosi agli stessi padri del comunismo, semplicistiche letture di stampo idealistico che andavano in voga al suo tempo sulla balzana e falsa analogia Napoleone-Hitler, riconferendo, inoltre, il giusto peso all’azione della personalità nella storia.


Mosca, 1942

La nuova edizione del mio libro esce mentre è in pieno svolgimento la lotta del nostro eroico esercito contro l’odiosa orda hitleriana, capeggiata da un uomo che è nel vero senso della parola una meschinissima e soprattutto ridicola caricatura di Napoleone. Come è noto, non solo lo stesso Hitler, ma tutta la sua banda (in particolare Goebbels, Frick, Dietrich e in generale tutti coloro che sono addetti alla “propaganda scritta”) si compiacciono abbastanza spesso di tracciare un parallelo tra il “Führer” e Napoleone.  Essi esaltano Napoleone per “avere unito il continente contro l’Inghilterra” e per aver tentato di annientare la Russia. La disfatta dell’esercito di Napoleone in Russia nel 1812, che portò in ultima: analisi al crollo dell’impero napoleonico, viene da essi attribuita non solo al freddo e ad altre circostanze casuali, ma all’irresolutezza con cui Napoleone perseguì i suoi fini: egli voleva la vittoria e la sottomissione di Alessandro alla sua politica. Bisognava invece impostare la questione in modo più ampio, come l’ha posta il “Führer”, porre cioè come obiettivo fondamentale la distruzione fisica di gran parte  del popolo russo e la conquista di tutto il territorio della Russia.

In tal modo, il “Führer” è chiamato a rinnovare e a completare vittoriosamente l’opera del grande imperatore. Questo modesto pensiero spiega il chiasso teatrale che da tempo ormai la banda hitleriana ha levato dimostrativamente intorno al nome di Napoleone. Ciò spiega pure la pompa e la parata militare con cui le ceneri del figlio di Napoleone sono state solennemente trasportate da Vienna a Parigi. Ciò spiega l’atto di Hitler che, giunto a Parigi, è andato direttamente dalla stazione a inchinarsi davanti alla tomba di Napoleone, al sarcofago del Palazzo degli Invalidi, e altre trovate istrionesche della stessa risma. 

Pur considerando sommamente ridicolo e caricaturale ogni tentativo di paragonare seriamente un insignificante pigmeo con un gigante, vale la pena di spendere alcune parole sulle differenze profonde, radicali, che contraddistinguono il terreno storico del primo impero francese e il terreno sul quale la banda hitleriana ha inscenato la sua danza odiosa e sanguinaria. Questa cricca di uomini incolti, in cui una mente rozza come Rosenberg e un vacuo imbrattacarte come Goebbels sono considerati addirittura degli eruditi, non ha proibito sinora i versi di Goethe che suonano acerba condanna per essa, certamente perché non li ha mai letti. Ma il grande poeta sembrò aver previsto questo assurdo sciommiottamento di Napoleone quando scrisse quegli immortali e veramente profetici versi: 

Sia maledetto colui che come un folle 

supererà i confini dell’orgoglio, 

che, essendo tedesco, oserà fare 

ciò che fece il còrso! 

Ricorderà egli presto o tardi 

le mie parole! Crederà ad esse! 

Egli dedicherà tutta la sua fatica e le sue sofferenze 

a far male a sé e ai suoi! 

La situazione storica nella quale cominciò, si sviluppò e finì la straordinaria carriera di Napoleone fu tale che gli toccò in parte nella storia della Francia, ma soprattutto nella storia dei paesi da lui assoggettati, di avere per lungo tempo una certa funzione progressiva.  Perfino nella stessa Francia il suo dispotismo militare conservò non poche conquiste della rivoluzione che indubbiamente avevano un carattere progressivo. Non a caso Puskin, al pari di molti pubblicisti e storici del suo tempo, chiamò Napoleone “erede e affossatore” della rivoluzione. Non solo “affossatore” ma anche erede. Certo, Napoleone  distrusse tutti i germi di libertà politica che avevano cominciato a sorgere con la rivoluzione. Egli troncò brutalmente il movimento appena iniziato che, pur con grandi arresti a deviazioni, tendeva comunque ad instaurare un regime borghese-costituzionale. Napoleone soffocò in Francia ogni ricordo, ogni segno di libertà politica. La più piccola opposizione alla sua volontà, alle sue disposizioni era da lui vista come un delitto di Stato. Sotto di lui non vi fu traccia di  libertà di parola, né di stampa, né di riunione. Egli non ammise nessuna partecipazione dei cittadini alla direzione dello Stato, alla legislazione, alla direzione della politica corrente. Dappertutto doveva regnare incontrastata la sua volontà. La legislazione riguardante la  classe operaia e i rapporti tra operai e padroni si era distinta già sotto la rivoluzione per il suo carattere estremamente ingiusto e lasciava l’operaio vittima dello sfruttamento padronale. Sotto Napoleone vennero introdotte nuove leggi che peggioravano vieppiù la  posizione giuridica della classe operaia. 

Ma accanto a questi fenomeni ce ne furono anche altri. Napoleone fin dall’inizio della sua attività statale aveva riconosciuto chiaramente e proclamato più volte che gli ordinamenti feudali distrutti dalla grande rivoluzione borghese non dovevano risorgere né sarebbero mai risorti. Con il suo acuto intelletto Napoleone vide subito che i reazionari nobili, gli emigrati, che non volevano assolutamente rassegnarsi alla vittoria della rivoluzione borghese, erano condannati al più completo insuccesso, poiché non si può invertire la corrente di un fiume, dalle foci alla sorgente, così come non è possibile far volgere all’indietro la ruota della storia.

Perciò egli creò un sistema ampio, generale di diritto civile, il codice penale, una rete agile e profondamente studiata di enti amministrativi e giudiziari, che distrussero per sempre la possibilità di un qualsiasi tentativo di ripristinare il vecchio regime feudale. Pur togliendo alla borghesia il diritto di intervenire direttamente nella direzione dello Stato e nell’attività legislativa, Napoleone non di meno attuò, con piena coscienza e sistematicità, con la sua volontà personale, autocratica, quelle profonde e solidissime trasformazioni del regime statale e sociale francese che rispondevano agli interessi e alle esigenze economico-sociali della classe borghese, in particolare della grande borghesia.

Se, per esempio, durante il regno di Napoleone, la legislazione civile, il sistema giudiziario e amministrativo soddisfacevano pienamente non solo la grande borghesia, ma anche la piccola borghesia  urbana e rurale, numerosissima, la politica estera di Napoleone teneva conto soprattutto degli interessi della grande borghesia, e in primo luogo degli industriali. Napoleone si preoccupò direttamente che prosperassero le grosse imprese industriali e che se ne creassero delle nuove (soprattutto nel campo dell’industria tessile). E quando egli abbatté uno dopo l’altro gli Stati dell’Europa nobiliare, monarchico-feudale, nel concludere la pace col nemico non tralasciava mai di realizzare le condizioni più favorevoli per l’industria francese. Il paese vinto doveva in ogni modo diventare, in primo luogo, un necessario mercato di sbocco per i prodotti francesi e, in secondo luogo, una fonte di materie prime. Ma Napoleone si considerava, ed era in effetti, conquistatore ed uomo di Stato, e non un criminale, capo di una banda di grassatori e assassini.

Perciò, con tutto il carattere egocentrico della sua politica, con tutta la volontà di sfruttamento che era alla base delle sue imprese nel campo della politica estera, l’imperatore francese capiva perfettamente che la rovina completa dei popoli sottomessi sarebbe stata anzitutto dannosa e inopportuna. Conquistata l’Italia, Napoleone liberò anzitutto i contadini di questo paese dalle prestazioni e dagli obblighi illegali, perché per lui era necessario che l’eccellente seta greggia italiana non solo continuasse ad essere esportata in Francia, per alimentare le manifatture lionesi, ma che vi fosse esportata in quantità sempre maggiore. E se si fosse oppresso il contadino, permettendo alla soldataglia un saccheggio rovinoso, naturalmente tutto il lavoro per la coltivazione e la raccolta della materia prima sarebbe cessato, e l’importanza dell’Italia come fonte di materia prima per l’industria francese sarebbe stata annullata.

Assoggettando tutti gli Stati tedeschi, Napoleone li mise in condizione di poter continuare tranquillamente la loro attività economica. Se li avesse depredati, avrebbe distrutto un mercato di sbocco per la stessa industria francese. Inoltre, quando Napoleone distruggeva senza pietà il regime feudale nei paesi conquistati, liberava dalla servitù milioni di contadini, proclamava la piena uguaglianza di tutti i sudditi di fronte alla legge civile e penale, e, così facendo elevava altresì notevolmente il tenore di vita della popolazione di questi paesi, cioè l’ampiezza e la capacità d’acquisto di quello che era un nuovo mercato di sbocco per l’industria francese. In tal modo, eliminando i gioghi feudali e spezzandone le strettoie, affrettando il processo di inclusione dell’Europa nel sistema del capitalismo in sviluppo, Napoleone, mosso soprattutto dagli interessi economici della borghesia francese, al contempo servì obiettivamente la causa del progresso economico e sociale, contribuì ad affrontare la liquidazione delle vecchie, sorpassate forme di vita. In tal modo, per le sue conseguenze, la sua grandiosa funzione storica è stata in generale progressiva.

Non c’è, né ci poteva essere nulla di comune tra le circostanze in cui sorse la dittatura di Napoleone, e le condizioni che hanno reso possibile, anche se per breve tempo, il dominio della banda hitleriana in Europa. Ancora minore è l’analogia, evidentemente, tra la storia del crollo dell’impero napoleonico e il corso degli avvenimenti, già chiaramente delineantesi, che porteranno in modo assolutamente inevitabile alla distruzione del fascismo tedesco. Lo stesso Napoleone con la sua fredda, ma sempre chiara e luminosa intelligenza, comprendeva perfettamente quale fosse il segreto della sua enorme popolarità e il possente bastione del suo trono, che in effetti poté essere abbattuto solo dagli sforzi disperati e prolun- gati di tutta l’Europa. Egli sentì le grida dei contadini durante il suo trionfale viaggio di ritorno, nel 1815: “Viva l’imperatore! Abbasso i nobili!” e rispose allora a queste grida, come a Grenoble, non appena entrato nella città: “Sono venuto a liberare la Francia dagli emigrati. Stiano attenti i nobili e i preti, che volevano ridurre i francesi alla servitù! Li impiccherò ai lampioni!”. Napoleone fu imbattibile, e la lotta contro di lui terminò invariabilmente con la sconfitta dei suoi nemici, finché egli assolse la sua funzione di “chirurgo della storia”, affrettando il trionfo di principi storicamente progressivi, finché distrusse col ferro e col fuoco il decrepito feudalesimo europeo, ormai condannato alla rovina.

Quando Marx ed Engels affermarono che le guerre napoleoniche avevano in un certo senso compiuto nei paesi dell’Europa continentale la stessa opera che la ghigliottina aveva compiuto in Francia negli anni del terrore rivoluzionario, essi pensavano appunto alla disfatta di tutte le monarchie assolutistico-feudali europee realizzata da Napoleone. Da quei durissimi colpi l’assolutismo europeo non poté più risollevarsi. Napoleone si era assicurato in quegli anni la simpatia dei circoli progressivi della società europea nei paesi da lui conquistati, che si esprimeva a volte nascostamente, e a volte molto apertamente. “Siamo venuti in una terra straniera e subito dopo il nostro arrivo il padrone cessava di opprimere i suoi contadini e la sua servitù, subito si spalancavano le porte delle oscure prigioni monastiche, dove il clero fanatico teneva chiusi gli eretici cessava l’odioso disprezzo verso tutti gli uomini di origine non nobile”, così ricordavano più tardi i vecchi soldati napoleonici i tempi della vittoriosa marcia di Napoleone attraverso l’Europa.

Nei primi anni del dominio napoleonico l’esercito francese fu in effetti come l’araldo della liberazione per i popoli dei paesi conquistati. Vero però che ben presto le cose cominciarono a cambiare. Napoleone cominciò a gravare la popolazione dei paesi soggetti con sempre più pesanti tributi, imposte, taglie. Egli cominciò pure ad esigere dai suoi vassalli che fornissero annualmente al suo esercito un determinato numero di soldati. E, date le continue guerre napoleoniche, questi soldati tornavano spesso a casa sulle stampelle o, ancora pid spesso, non tornavano affatto. Infine, istituito il suo blocco continentale, distrutta cioè la possibilità legale per tutti i paesi soggetti di commerciare con l’Inghilterra, Napoleone diede un forte colpo al tenore di vita, se non di tutti, di alcuni popoli a lui soggetti, per esempio gli olandesi o gli abitanti delle città portuali della Germania settentrionale come Amburgo, Brema, Lubecca, che prima dell’arrivo del conquistatore francese esercitavano un vastissimo commercio con gli inglesi. Ma è vero che per molti industriali il blocco si rivelò, al contrario, assai vantaggioso, poiché li liberava dalla concorrenza inglese.

In breve, con l’andar del tempo, i popoli soggetti sopportarono sempre meno il dominio dispotico di Napoleone, e l’antica simpatia verso di lui cominciò a mutarsi in delusione, irritazione e infine in aperta ostilità. Ma, tuttavia, anche negli ultimi anni del dominio napoleonico, che furono i più duri per l’Europa assoggettata. tutti i sudditi dell’imperatore francese, senza distinzione di nazionalità e di fede — tedeschi, italiani, polacchi, olandesi, belgi, slavi d’Illiria, eberi — si sentivano sotto il sicuro riparo della legge ed erano pienamente convinti che la loro persona e i loro beni erano attentamente protetti dalla polizia, dai tribunali e dagli amministratori imperiali nei confronti di qualsiasi violenza, rapina, furto, assalto e appropriazione. Ogni suddito di Napoleone, anche nelle località più remote del suo sconfinato impero, sapeva che non solo il soldato francese, ma anche il prefetto, il commissario supremo, o il sostituto dello stesso imperatore non avrebbe osato attentare illegalmente alla sua vita, al suo onore, alla sua proprietà. Quando un suo amico d’infanzia, Bourrienne, che era stato con lui fin dalla scuola militare di Brienne, cominciò a taglieggiare troppo apertamente i mercanti amburghesi, Napoleone lo destituì immediatamente.

I nuovi sudditi di Napoleone nell’Europa conquistata molto gli rimproveravano, soprattutto alla fine del suo regno, ma per molte cose anche lo esaltarono. Piacque loro l’instaurazione di una severa legislazione nei tribunali e nell’amministrazione (in tutti gli affari “non politici”, naturalmente), la parità di tutti i cittadini di fronte alla legge civile e militare, l’equa amministrazione delle finanze, il rendiconto e il controllo, il pagamento in moneta sonante per tutte le commissioni e ordinazioni statali, la costruzione di ottime strade carrozzabili, di ponti e così via. “Napoleone ci ha preso molto, ma ci ha anche dato molto”, così dicevano del suo regno, ancora negli anni 1830-1850, i vecchi in Westfalia, Italia, Belgio, Polonia. “Quando è stata costruita questa magnifica strada?” chiese una volta l’imperatore Francesco I d’Austria, viaggiando attraverso l’Illiria verso la fine del decennio 1820-30. “Sotto l’imperatore Napoleone, quando prese l’Illiria a Vostra maestà!”, gli fu risposto. “In tal caso, è un peccato che egli non mi abbia preso per un anno tutta l’Austria, per lo meno potremmo ora viaggiare per tutto il nostro reame senza rischiare di romperci l’osso del collo!”, osservò Francesco. In questo caso Francesco dimostrava di avere la tipica opinione piccolo-borghese, secondo cui Napoleone era stata una forza che aveva messo a posto molte cose, riordinandole e migliorandole, nel campo puramente tecnico-materiale.

Ma Francesco era un monarca di vecchio tipo, assolutistico-feudale, e non poteva naturalmente vedere anche tutta l’opera storica di Napoleone — e cioè l’abbattimento dell’Europa feudale — da un punto di vista positivo. Qualche tempo dopo l’osservazione un po’ sempliciotta dell’imperatore Francesco, ecco come ricordavano nel regno di Napoleone due pensatori profondi, quali i fondatori del socialismo scientifico: “Se Napoleone avesse vinto in Germania, egli, d’accordo con la sua nota energica formula, avrebbe eliminato per lo meno tre dozzine di beneamati padri del popolo. La legislazione e il governo francesi avrebbero creato una solida base per l’unità tedesca e ci avrebbero evitato la più che trentennale vergogna e tirannia della giunta confederale … Pochi decreti napoleonici avrebbero completamente distrutto tutto il ciarpame medievale, tutte le barstcine e desiatine, tutte le appropriazioni e i privilegi, ogni spadroneggiamento feudale e ogni patriarcalismo, che ancora oggi pesano su di noi in ogni angolo delle nostre innumerevoli patrie” (Marx-Engels, Opere, vol. 5, pp. 310-311) 

Un’altra conseguenza di una tale politica fu che per tutto il regno di Napoleone le crisi economiche e le carestie furono un fenomeno raro, che divenne più frequente solo verso la fine. In generale, l’attività economica sia in Francia che nei paesi vassalli d’Europa, si sviluppò normalmente, nei limiti in cui, naturalmente, si può parlare di “normalità” in un regime capitalistico e per di più in stato di guerra. La valuta aurea, introdotta da Napoleone, si dimostrò così solida, che quasi non subì oscillazioni nemmeno dopo le sue ultime guerre più terribili e devastatrici, che furono accompagnate da catastrofi come la fine della Grande armata tra le nevi russe, nel 1812 le due invasioni della Francia, nel 1814 e nel 1815. Napoleone aveva trovato le finanze francesi in una situazione disperata, e le lasciò in tale stato che i paesi su di lui vittoriosi non potevano fare altro che invidiare di tutto cuore i francesi. Il fatto è che Napoleone fu un despota, ma un despota intelligente, un conquistatore e non un predone, un uomo di Stato e non il caporione di una banda di saccheggiatori, un legislatore geniale e non lo strumento di una cricca di criminali, un uomo che si era preparato a svolgere la sua funzione storica compiendo in Italia e in Egitto imprese che restano immortali nella storia militare, e non occupandosi di oscuri affari e intrighi, né del mestiere di “informatore” prezzolato.

Di Napoleone si può dire tutto ciò che si vuole, che fu incline alla tirannide e alle azioni più crudeli, che versò senza fine sangue umano e che condusse guerre di conquista, distruttrici, ingiuste, ma una cosa non dirà di lui nessuno storico dotato di un minimo di conoscenze: che egli abbia qualche somiglianza con Hitler, che lo si possa definire un “Hitler”. E non solo perché enorme, senza confini, è la differenza di forze di qualità intellettuali di questi due uomini. La somiglianza tra di essi si può in effetti racchiudere solo nel fatto che ambedue appartengono ad un’unica razza di mammiferi, a quella umana. In questo senso (ma solo in questo senso) anche il gattino, anche il più sudicio e misero, è “simile” al più maestoso leone dell’Atlante, poiché ambedue appartengono pur tuttavia ad una sola famiglia zoologica. Tale è il sarcastico confronto che risuona nel discorso pronunziato da Stalin a Mosca il 6 novembre 1941.

La verità è che non si possono trovare due individualità che abbiano così poco in comune tra loro, come Napoleone e Hitler. Lord Rosebery, nel suo libro sugli ultimi anni di Napoleone, ha scritto: “Napoleone allargò all’infinito quelli che prima di lui si ritenevano gli estremi confini della mente e dell’energia umane”. Su Adolfo Hitler, invece, Heinrich Mann, come altri che lo conobbero e che ne hanno studiato la figura, si sono espressi all’incirca così: il mondo non avrebbe mai conosciuto fino a quale sudicia viltà e a quale impudente stoltezza può giungere l’uomo, se non ci fosse stato Hitler, né avrebbe conosciuto fino a quali proporzioni potesse giungere la vergognosa decadenza di una qualsiasi società umana, se non ci fosse stato l’hitlerismo nella Germania contemporanea.

È assolutamente palese anche tutta la differenza che passa tra le retrovie europee di Napoleone prima del 24 giugno 1812 e le retrovie europee della Germania hitleriana prima del 22 giugno 1941. “Alleate” di Napoleone erano delle potenze che, sebbene desiderassero liberarsi del suo dominio, tuttavia contavano di guadagnare qualcosa da una sua vittoria e, cosa piti importante di tutte, non solo tra i governi, ma anche tra i popoli dell’Europa conquistata vi fu una certa divergenza di opinioni circa l’auspicabilità o meno della sconfitta di Napoleone. In Polonia, Belgio, Sassonia, Baviera, in alcuni paesi della Confederazione renana, nell’Italia settentrionale, questa frattura di opinioni fu assai evidente per tutto il 1812 ed ancora all’inizio del 1813. Ricordiamo, ad esempio, in quale disperazione caddero in tutta Europa non solo i proprietari di manifatture tessili, ma anche i loro operai, che temevano un’improvvisa abolizione del blocco continentale, che avrebbe immediatamente fatto riversare le merci inglesi sui mercati e avrebbe causato un crollo della produzione e una larga disoccupazione nei paesi industriali del continente.

Vi furono anche alcuni strati e gruppi sociali della popolazione europea, in cui non erano molti quelli che desideravano la caduta di Napoleone. Al contrario, nel 1941 e 1942, l’atteggiamento dei popoli europei di fronte agli avvenimenti sul fronte tedesco-sovietico è caratterizzato da un’unità di sentimenti e di pensieri forse mai vista nel corso della storia. L’operaio di Lodz e l’arcivescovo di Canterbury, il pastore serbo e lo studente parigino, il rettore dell’università di Vienna riparato all’estero e il pescatore norvegese, tutti costoro (seppure alcuni di essi non l’avevano già compreso prima) compresero finalmente che la salvezza o la rovina della civiltà, o anche soltanto la salvezza o la schiavitù di tutti coloro che non appartenevano alla banda criminale hitleriana, dipendevano anzitutto dalla eroica lotta dell’Armata rossa e dalla sua vittoria finale. L’angustia mentale di tutti questi Farinacci italiani e Goebbels tedeschi, che si riempiono la bocca proclamando la somiglianza di Hitler con Napoleone, è tale che non balena loro nemmeno il pensiero della colossale differenza esistente nella situazione storica. Il capitalismo progressivo, che saliva vittoriosamente portò avanti Napoleone; il capitalismo reazionario, al tramonto, in decadenza, cosciente ormai di essere condannato al crollo, è stato capace di portare avanti una cricca di banditi, il cui solo programma è la crudeltà zoologica per difendere gli interessi degli elementi più retrivi, più sciovinisti, più imperialisti del capitale finanziario.

Gli odierni degenerati, che meravigliano per la miseria del loro pensiero e per la loro nullità individuale, edificano tutta la loro “ideologia” sulla lotta contro le prospettive che ha aperto all’umanità la grande rivoluzione socialista compiutasi nell’URSS; e sono venuti ad assalirci armati di un vecchiume ideale talmente decrepito, che perfino al tempo di Federico II era stato già mangiato dalle tarme e veniva gettato via anche da quest’uomo rapace come un’anticaglia ideologica ormai del tutto inutile. Vale la pena di sottolineare un altro tratto caratteristico: confrontare cioè l’atteggiamento che ebbe Napoleone verso la storia russa con quello tenuto dai caporioni hitleriani. Ricordiamo la splendida definizione di Pietro I data da Napoleone in un colloquio svoltosi al Cremlino il 15 ottobre 1812.

L’irrequieto e agitato pensiero dell’imperatore era in continuo e intenso lavoro. Egli rifletteva sempre più spesso e più a fondo, anche se tardivamente, su quel popolo straordinario con cui era entrato in lotta, sul suo carattere e sulla sua storia. “Quale tragedia uno scrittore geniale, un vero poeta potrebbe trarre dalla storia di Pietro il grande, di quest’uomo fatto di granito come le fondamenta del Cremlino, che ha creato la civiltà in Russia e che mi costringe ora, cento anni dopo la sua morte, a condurre questa tremenda campagna!”, disse allora Napoleone, parlando con il generale conte Narbonne. “Non posso riavermi dalla meraviglia quando penso che, in questo stesso palazzo, Pietro, a soli vent’anni, senza ricevere consigli da nessuno, quasi senza alcuna istruzione, di fronte a una regina avida di potere e al fortissimo partito della conservazione, ideò e tracciò il piano del suo regno, si impadronì del potere e, sognando di fare della Russia una potenza vittoriosa e conquistatrice, cominciò col distruggere gli streltsy, che sembravano l’unica forza del regno. Quale esempio di autocrazia morale!” L’imperatore disse più tardi, ancora a Narbonne, che Pietro il grande, aveva compiuto un “18 brumaio di palazzo” deponendo Sofia.

Napoleone si entusiasmava pensando che Pietro, mentre guerreggiava, aveva creato non solo l’esercito e la flotta, ma anche una nuova capitale. Ciò che l’imperatore ammirava particolarmente in Pietro era che lo zar “nato sul trono”, aveva deciso di propria volontà di passare attraverso varie esperienze e di assumere gli stessi impegni cui deve sottoporsi l’uomo che vuole raggiungere il potere supremo solo con le proprie forze, Pietro andò perfino all’estero per qualche tempo, “per cessare di essere zar e conoscere la vita comune, di sua volontà diventò un artigliere come me!”, esclamava Napoleone. Questo colloquio avvenne al Cremlino, negli appartamenti di Pietro il grande, nell’ottobre 1812. E Napoleone non poté fare a meno di pensare, per associazione, alle gravi difficoltà che lo opprimevano proprio in quel momento: “Potete capire?” continuò “Un tal uomo, sulle rive del Prut, a capo dell’esercito da lui creato, si fece circondare dalle truppe turche! Questi sono i vuoti incomprensibili nella vita dei grandi uomini È la stessa cosa che accadde a Giulio Cesare, assediato in Alessandria dagli egiziani!”.

Così Napoleone giudicava Pietro, la cui gloria immortale non considerava affatto offuscata da questo o quell’insuccesso. Napoleone sapeva ormai, in quel momento, che anche la sua “tremenda campagna” su Mosca era un “vuoto”, e con l’esempio dei due altri “grandissimi” della storia mondiale — Pietro il grande e Giulio Cesare — cercava, naturalmente, di scusare se stesso. Ma più significativa di tutto è qui la non dissimulata, piena ammirazione per quanto aveva attirato la sua attenzione nella storia del grande popolo russo. È proprio questa grandiosa storia russa che vuole “distruggere”, 130 anni dopo le parole di Napoleone a Narbonne, l’ottuso e incolto ribaldo nazista, che appunto a tale scopo ha ordinato alla sua banda di distruggere sistematicamente qualsiasi reliquia della storia russa.

Negare il fatto evidente e inconfutabile che la durissima disfatta inflitta da Napoleone all’Europa assolutistico-feudale ebbe un’enorme importanza storica, in senso assolutamente positivo, progressivo, sarebbe una sciocca bugia, indegna di qualsiasi studioso serio. Napoleone come personaggio storico è un fenomeno che non si può ripetere in nessun tempo e in nessun luogo, perché mai in nessun tempo e in nessun luogo si potrà ripetere quella situazione storica che dominò la Francia e l’Europa tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo. In quell’Europa, proprio Napoleone era destinato a infliggere colpi durissimi al regime feudale. Senza conoscere la storia dell’impero napoleonico, non si può capire assolutamente nulla della storia d’Europa dal 1815 al 1848.


Introduzione e redazione a cura di Luscino

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