Economia e fascismo

Con questo scritto di G. Carocci ci proponiamo di continuare per la rubrica “Storia” quel racconto che analizza i punti salienti dello sviluppo del capitalismo in Italia. Dopo i primi due capitoli sulle origini del capitalismo e sul suo sviluppo nel periodo dell’Italia liberale, ci affacciamo a quel periodo di massimo consolidamento del capitalismo monopolistico italiano che ebbe nel regime fascista la sua espressione politica. La subordinazione totale dello Stato agli interessi della Confindustria si muove nel solco di una tendenza storica che sopravviverà al fascismo stesso. Uno spunto di riflessione molto pregnante anche per il presente


Alla vigilia della marcia su Roma, gli industriali appoggiarono Mussolini. Si trattava in particolare degli ambienti economici milanesi i quali, più direttamente in contatto col futuro duce, erano evidentemente riusciti ad ottenere in cambio precise assicurazioni circa alcuni provvedimenti di governo che stavano loro a cuore. Mussolini, appena giunto al potere, pagò puntualmente le cambiali che aveva firmato per ottenere il benestare della plutocrazia, con una serie di provvedimenti (fra cui il ritiro del monopolio pubblico delle assicurazioni sulla vita) grazie ai quali lo stato rinunciava ad alcuni interventi e controlli sulla mano privata. Tuttavia molti industriali, come molti conservatori, avrebbero preferito una soluzione della crisi italiana più ortodossa politicamente e basata su una personalità liberale: su Giolitti o su Salandra o su Orlando.

Dopo la marcia su Roma fra gli industriali continuarono a sussistere non poche diffidenze per un partito, come il fascista, che amava presentarsi come qualcosa di ben diverso dalla conservazione classica, un partito le cui aspirazioni totalitarie erano viste come un pericolo per il privatismo economico. È vero che il fascismo aveva il grande “merito” di volere ristabilire, nelle fabbriche come ovunque, il principio della gerarchia. Ma gli industriali, quanto meno quelli torinesi, diffidavano dei sindacati operai fascisti e avrebbero preferito che la gerarchia si ristabilisse appoggiandosi alla CGL […]

La crisi seguita all’assassinio di Matteotti nella seconda metà del 1924 indusse svariati ambienti a prendere le distanze dal governo e dal fascismo. Così fecero la Confindustria, e in particolare gli industriali elettrici; così fecero molti contadini proprietari dell’Emilia e dell’Italia centrale. L’atteggiamento della Confindustria e dei contadini aiuta a spiegare sia le perplessità di Mussolini, riluttante ad eseguire un colpo di forza per battere le opposizioni, che la decisione finale di eseguire il colpo di forza del 3 gennaio 1925. Fino allora l’atteggiamento degli industriali era stato analogo a quello dei liberali fiancheggiatori. Giunti alla prova di forza, solo una minoranza dei liberali passò alla opposizione. La maggioranza si adeguò alla nuova realtà; e lo stesso fecero gli industriali, pur nel persistente contesto di un rapporto contrattuale col governo.

Motivi profondi inducevano gli industriali, al di là delle diffidenze che abbiamo visto, ad aderire al fascismo con uno slancio che non avevano mai avuto per il regime liberale. Nessun precedente governo aveva mai subordinato come quello fascista al libero incremento dei profitti la dinamica dei salari, il bilancio dello stato, la pressione tributaria e gli interventi pubblici. Nessun precedente governo aveva preso atto con tanta determinazione come quello fascista del fatto che l’industria era diventata il settore decisivo della economia nazionale. Nessun precedente governo era mai stato così favorevole come quello fascista, soprattutto dal 1925, al tipo intensivo dello sviluppo, richiesto dalla riconversione postbellica e dal clima deflazionistico dominante nel mondo capitalistico. 

Quando si parla di industria, si devono intendere le grandi aziende, padrone della Confindustria. Questa non condivise le perduranti resistenze contro il fascismo di talune medie e piccole aziende, recalcitranti alla simbiosi che si andava stabilendo ai vertici dello stato tra potere economico e potere politico (Abrate). Grazie a questa simbiosi, la Confindustria riuscì, fra l’altro, a impedire le velleità, che le medie e piccole aziende dimostravano, di sottrarsi alla sua subordinazione, facendo appello al cosiddetto sindacalismo integrale.

Gli elementi di sinistra, sindacalisti del fascismo (di norma ex sindacalisti rivoluzionari), capeggiati da Rossoni, ambivano a sistemare i rapporti di lavoro, creando una unica organizzazione di datori e prestatori d’opera — il sindacalismo integrale — il cui carattere decisivo, al quale la Confindustria avrebbe dovuto subordinarsi, sarebbe consistito in una unità fra ceti medi (impiegati, tecnici, piccoli imprenditori) e proletariato agricolo e industriale (Sarti). Era il tentativo di dar vita a un progetto di democrazia autoritaria nella quale confluivano l’obiettivo di tenere alta la forza contrattuale degli operai e le resistenze delle piccole aziende che non volevano essere sacrificate alle grandi. Ma la Confindustria riuscì a impedire il progetto di Rossoni, grazie anche alla avversione di Mussolini che temeva il costituirsi intorno a Rossoni di un centro di potere giudicato troppo grande.

Al posto del sindacalismo integrale subentrò il progetto dell’ordinamento corporativo, nel quale avrebbero dovuto armonizzarsi i contrasti fra padroni e operai, e fra i diversi ceti della società sulla base della autogestione della economia da parte delle categorie interessate. Le forze economiche e sociali più deboli riposero qualche speranza nel corporativismo e, prendendolo alla lettera, tentarono di usarlo per scopi analoghi, almeno in parte, a quelli per i quali avevano tentato di usare il sindacalismo integrale. I sindacati operai fascisti mirarono a dare piena attuazione al corporativismo, che li avrebbe immessi su un piede di parità accanto ai padroni in una specie di cogestione della economia. Alcuni piccoli e medi imprenditori videro nel corporativismo una difesa contro i grandi. Ma la realtà del corporativismo è ben rappresentata dal ministero delle corporazioni (istituito nel 1926) il quale, anziché essere, come avrebbe dovuto, un organo della gestione nuova, corporativa dell’economia, fu l’organo della gestione tradizionale della economia, e si limitò a sostituire materialmente il ministero dell’industria (o dell’economia nazionale), tradizionale espressione degli interessi padronali.

Sostanzialmente la stessa cosa furono più tardi le corporazioni, che vennero istituite dopo il 1934 e nelle quali i padroni videro solo una sorta di sindacati collaborazionisti. Sicché, come è stato bene osservato, il sistema corporativo e tutti i principali interventi pubblici attuati dal fascismo trasformarono di fatto la Confindustria, roccaforte di interessi privati, in un organo dello stato, conservando agli industriali i privilegi del privatismo e, insieme, conferendo loro la potenza di un organo pubblico (Sarti).

Se, come sembra, questa osservazione è esatta, il fascismo è stato il modo col quale in Italia l’istituzionalizzazione dei pubblici interventi (conseguenza generale, non limitata all’Italia, del capitalismo monopolistico di stato) è avvenuta con la subordinazione della mano pubblica a quella privata, in una misura che è largamente sopravvissuta al fascismo stesso. Le conseguenze della subordinazione dello stato al padronato privato si manifestarono in primo luogo nei confronti degli operai. La compressione dei salari, che diminuirono del 15-20% durante il ventennio fra le due guerre, fu superata solo in Giappone. La differenza fra il reddito pro capite inglese e quello italiano, che nella età giolittiana, come abbiamo detto a suo luogo, era diminuita, aumentò di nuovo.

Sebbene il ventennio sia stato complessivamente — non solo in Italia — un periodo di crisi, grazie al fascismo tra profitti e salari si stabilì — sembra — quella forbice che di norma è tipica solamente delle fasi di espansione. È vero che negli anni di rigida politica deflazionistica (1927-1934) i salari reali diminuirono meno che negli altri periodi e che nel 1930-1931, in piena crisi, addirittura diminuirono meno dei profitti; ma aumentarono in modo acuto la disoccupazione e la sottoccupazione. Nel periodo successivo al 1934 la disoccupazione diminuì, ma ancor più diminuirono i salari. Invece durante il ventennio gli stipendi della piccola borghesia del pubblico impiego aumentarono del 3-4%.

Il periodo fascista costituisce pertanto una eccezione nella tendenza generale in Italia fra il 1880 e il 1970, che ha veduto un aumento dei salari industriali più marcato degli stipendi degli impiegati pubblici. Sembra, in sostanza, che nel periodo fascista abbia avuto un incremento decisivo quello sviluppo abnorme della piccola borghesia impiegatizia che oggi ha investito anche la piccola borghesia bottegaia e che è cosi diffuso, consentito dalla compressione o dall’insufficiente crescita dei salari operai (Sylos Labini).

La crisi della burocrazia è iniziata durante la prima guerra mondiale, in seguito alla sua dilatazione per le accresciute competenze dello stato, ed è stata confermata durante il ventennio successivo, quando il governo fascista la dilatò ulteriormente per assorbire la disoccupazione. La polemica contro il corporativismo parassitario giolittiano delle alleanze fra industriali e operai avrebbe avuto tanto successo da sostituire a quell’asserito parassitismo un nuovo, ben più reale parassitismo, il cui nerbo è costituito non più dagli operai delle industrie protette bensì dalla piccola borghesia. La crescita della piccola borghesia in Italia non è stata solo la normale crescita fisiologica richiesta dallo sviluppo ma ha assunto aspetti patologici che, se affondano nei secoli passati le loro radici lontane, sembrano soprattutto il frutto di determinate scelte politiche.

Dopo quanto abbiamo detto circa la subordinazione dello stato al grande padronato privato può sembrare paradossale e contraddittorio affermare che ci furono numerosi contrasti fra il governo fascista e la Confindustria. La cosa è meno contraddittoria di quanto non sembri a prima vista quando si rifletta che i contrasti, parziali e passeggeri anche se numerosi, furono la via attraverso la quale si affermarono i risultati finali, caratterizzati appunto dalla subordinazione dello stato al grande padronato privato. Se è vero che il fascismo andò istituzionalizzando quella integrazione fra l’industria e lo stato che si era avuta durante la guerra, non è meno vero che esso ambiva di realizzare l’integrazione dando la preminenza allo stato, mentre opposto fu lo sforzo degli industriali. Proprio perché i rapporti erano particolarmente stretti e, insieme, privi di quella cassa di compensazione che sono le libere istituzioni, le tensioni erano particolarmente acute.

L’intenzione di Mussolini sarebbe stata di prendere le distanze dalle grandi aziende, verso le quali nutriva antipatia e diffidenza. Aveva un ideale nebuloso ed astratto di capitalismo “sano,” fatto di piccole e medie aziende, liberate dalla presenza dei monopoli, della speculazione, delle rendite e — last not least — delle grandi concentrazioni operaie, pericolose per l’ordine pubblico. Era un ideale nel quale, se non erriamo, convivevano due miti: un mito produttivistico tecnocratico, sostenuto in particolare da varie personalità del fascismo, fra le quali il filosofo Ugo Spirito col suo corporativismo di sinistra; e un mito riformista piccolo-borghese, interpretato in chiave mistificata, autoritaria e demagogica. Era, questo, un mito di cui si facevano espressione particolarmente violenta alcuni ras della provincia, come Farinacci, portavoce degli interessi dominanti locali e, spesso anche se non sempre, di potenza secondaria rispetto ai più grandi, che manovravano direttamente a Roma. Anche gli industriali mirarono a prendere le distanze dal governo per tenere alta la loro forza contrattuale. […] Questa schermaglia, se ha consentito dopo il 1945 a molti industriali di proclamarsi antifascisti, fu in realtà sempre subordinata a una strategia filofascista.

Quanto a Mussolini, l’antipatia e la diffidenza per le grandi aziende erano puramente velleitarie, così come astratto era il suo ideale di capitalismo “sano”. Dei due miti che stavano dietro questo ideale, il mito produttivistico tecnocratico sovrastava quello riformista piccolo-borghese. Mussolini mugugnava nei confronti della Fiat, tipica grande azienda efficiente, che aveva imposto al governo dazi doganali altissimi; ma era pronto a tutto, anche a un mutamento repentino di politica estera, se questo poteva assicurare alla Fiat buoni affari su un mercato forestiero (l’osservazione è di Austen Chamberlain, ministro degli esteri inglese nel 1925-1929).

Tutti questi problemi si posero a partire dal 1925-1926. Fino a tale data la situazione generale aveva consentito uno sviluppo di tipo estensivo, basato sulla ripresa delle esportazioni, sull’inflazione e su una notevole vivacità delle piccole aziende, sia industriali che agricole, vivacità che coesisteva col consolidamento delle grandi.  Nel 1925, per frenare l’inflazione, il ministro delle finanze, De Stefani, si sforzò di scoraggiare gli investimenti industriali. La reazione degli interessi colpiti indusse Mussolini a dimissionare De Stefani e sostituirlo con Volpi, un autorevole membro della plutocrazia che, d’accordo con questa e con Mussolini, impostò una coerente politica intesa a promuovere uno sviluppo di tipo intensivo, basato sul monopolio finanziario delle grandi banche miste, appoggiate dalla Banca d’Italia. Solo allora nacque la tipica politica economica fascista, i cui strumenti, scalati nel tempo, furono “quota 90”, l’IRI e l’autarchia. Anche le velleità corporative si inseriscono nel contesto della politica economica fascista.

È difficile sopravvalutare l’importanza annessa da Mussolini a “quota 90,” cioè alla rivalutazione della lira (una sterlina pari a circa 90 lire) con una rigida politica di deflazione, decisa nel maggio del 1926, annunciata pubblicamente in un discorso pronunciato a Pesaro nell’agosto successivo, e giunta a conclusione, con la lira stabilizzata a quota 90, nel dicembre del 1927. Mussolini associava strettamente la sorte del regime fascista a quella della lira. Solo motivi di carattere generale, implicanti la politica estera e la politica interna, la collocazione dell’Italia nel sistema imperialistico mondiale e gli equilibri sociali interni, potevano giustificare una tale importanza.

L’esigenza a rivalutare e stabilizzare le monete dopo il ciclone finanziario della guerra era comune a tutti i paesi europei. La caratteristica di “quota 90” fu di portare la rivalutazione a un livello più alto di quanto il mondo degli affari avrebbe desiderato. L’alto livello della rivalutazione è di importanza fondamentale per comprendere le finalità di Mussolini. Mi manca la competenza necessaria per entrare nel merito del dibattito, tuttora aperto fra gli specialisti, se l’alto livello della rivalutazione della lira corrispondesse o meno alle necessità della economia italiana. Propendo tuttavia per l’opinione tradizionale che ritiene economicamente irrazionale l’alto livello della rivalutazione. Questa opinione mi sembra poi incontestabile se rivolta non ai primi anni di “quota 90” ma gli anni successivi, al periodo della grande crisi, durante il quale Mussolini si ostinò a mantenere sopravvalutata la lira, nonostante la svalutazione delle altre monete.

Per quanto riguardava la politica estera, la lira forte comprimeva i costi delle importazioni e migliorava la bilancia dei pagamenti, pur frenando le esportazioni. Inoltre la lira forte realizzava il desiderio dei paesi creditori, cioè essenzialmente del governo e dei banchieri americani, alla rivalutazione e stabilizzazione delle monete dei paesi europei ai quali avevano fatto o intendevano fare dei prestiti. Poiché nessun paese rivalutò nella misura dell’Italia, questa venne a trovarsi, nei confronti dell’America, nella ambita posizione di “prima della classe”. Ciò favorì, in Italia, le aziende elettriche, che avevano bisogno di prestiti dall’America, ma danneggiò — pare — l’apparato industriale nel suo complesso, soprattutto i settori che producevano per l’esportazione e dove più diffuse erano le piccole aziende. Per questi aspetti lo sforzo imposto al paese da “quota 90” allineava l’Italia con i paesi impoveriti e debitori dell’Europa centrale e danubiano-balcanica in un rapporto con l’America che era di sudditanza imperialistica. Anche quei paesi, per ottenere i prestiti, erano costretti a tenere artificiosamente alto il corso della moneta, con effetti negativi sulla loro economia.

Ma limitarsi a questi aspetti sarebbe fuorviante, almeno per quattro motivi. Il primo motivo era che per Mussolini la subordinazione finanziaria all’America doveva essere lo strumento per combattere l’egemonia finanziaria che la Francia esercitava sull’Europa insieme all’America stessa. Sotto certi aspetti, si trattava della ripresa e della accentuazione di una tendenza ad appoggiarsi alla finanza americana per opporsi alla egemonia francese che era stata iniziata da Nitti, presidente del consiglio nel 1919-1920. Ma in Mussolini c’erano anche altri aspetti. Egli cercò di subordinarsi alla finanza americana un po’ come, sul piano diplomatico, si subordinò spesso a un imperialismo (fino al 1927 quello inglese, poi, dal 1936, quello tedesco) per perseguire i suoi fini imperialistici in un mondo dominato da potenze troppo forti perché l’Italia potesse affrontarle da sola. Il secondo motivo era che alla subordinazione finanziaria all’America non doveva far riscontro nessuna subordinazione industriale. Nel 1928-1930 Mussolini, sollecitato da Agnelli, impedì alla Ford di impiantare fabbriche in Italia e, pur con i mugugni che abbiamo visto, concesse un dazio doganale altissimo contro le auto estere (Castronovo). “Quota 90” faceva parte di una strategia protezionistica che mirava a diminuire la partecipazione dell’Italia al commercio mondiale. Il terzo motivo era che la politica di deflazione, se era pesante in misura particolare per i paesi poveri, era diffusa in tutti i paesi, perché generale era il problema di contenere la produzione e adeguarla alle capacità del mercato. Il quarto motivo, che oggi svariati studiosi del fascismo tendono a sottovalutare ma che pare sempre di importanza centrale, era che per Mussolini “quota 90” era un fatto di prestigio: un fatto che, lungi dall’essere vuota declamazione retorica, diventava, nella tecnica politica mussoliniana, uno strumento fondamentale di affermazione di potenza all’estero e di formazione del consenso all’interno. Mussolini dimostrava al mondo che il regime fascista era in grado di realizzare quella politica deflazionistica senza le tensioni sociali che la stessa politica, pur praticata in misura minore, aveva provocato nella liberale Inghilterra.

Per quanto riguardava gli aspetti della politica interna, “quota 90” consolidava il consenso intorno al regime, non solo per motivi di prestigio ma anche, e soprattutto, perché dava sicurezza e favoriva la piccola borghesia risparmiatrice. Inoltre, creando difficoltà alle industrie, frenava la spinta rivendicativa del movimento operaio, cioè metteva in crisi i sindacati, diminuiva d’altra parte le velleità di autonomia nei confronti del regime degli industriali, che più di prima venivano a dipendere dalla spesa pubblica, consentiva al regime di affermarsi “quale mediatore supremo tra le varie parti in conflitto.” Se “quota 90” era un mezzo per frenare la dinamica sociale e per accentuare il controllo esercitato dallo stato su tutta la società, sembra particolarmente vero per gli operai e gli industriali, per le due classi decisive e, insieme, più restie a lasciarsi inquadrare nel regime; per le due classi, aggiungiamo, che erano state le forze portanti della democrazia industriale giolittiana. Il fascismo si confermava come la più compiuta alternativa alla democrazia industriale, alla collaborazione tra industriali e operai, cui contrapponeva una, concentrazione, cementata da “quota 90,” di grande e di piccola borghesia. 

La crisi provocata dalla rivalutazione della lira fu ben superata, nel giro di un paio di anni (1927-1928), dalle grandi aziende. Ma colpì pesantemente le piccole, le più legate al mercato e alla esportazione, e, nelle campagne, la piccola proprietà. Gli aspetti economicamente irrazionali di “quota 90” (cioè la rivalutazione eccessiva) sarebbero stati più facilmente superati se l’intera industria italiana fosse stata omogenea alle poche grandi aziende monopolistiche e non fosse invece stata marcatamente dualistica. È vero che nel corso del ventennio il carattere dualistico sembrò attenuarsi con la progressiva diminuzione di peso del settore tessile, il più importante di quelli dove era diffusa la piccola azienda. Ma ancora alla fine del ventennio i settori industriali quantitativamente più importanti erano, insieme a quello elettrico, dominato dai monopoli, quello tessile e quello alimentare, dominati dalla piccola e media azienda. Durante il fascismo la piccola industria diminuì perché il ventennio fu un periodo di crisi, sfavorevole allo sviluppo estensivo; ma si è ripresa brillantemente non appena, nel corso degli anni Cinquanta, la congiuntura lo ha consentito.

In una economia come quella italiana la crisi crescente, a partire dal 1927, della piccola industria denunciava non solo un freno posto alla capacità produttiva e alle potenzialità del mercato ma uno stato generale di malessere, sia economico che sociale, che una rivalutazione meno drastica della lira avrebbe contenuto in proporzioni minori. È stato osservato da Vittorio Foa che il costo della stabilità sociale imposta dal fascismo è stato il ristagno economico. Ma non sembra possibile definire il periodo fascista, quanto meno il primo decennio, come un periodo di ristagno. Vorremmo riprendere quella osservazione suggestiva, precisando che, con “quota 90,” non si trattò di ristagno ma di sviluppo frenato e, insieme, generatore di squilibri accentuati.

[…]

Lo sviluppo eccezionale dell’industria provocato dalla guerra aveva messo in crisi il tradizionale blocco industriale-terriero. Tale situazione rimase sostanzialmente immutata fino al 1925, durante gli anni caratterizzati dall’inflazione, dalla vitalità della piccola proprietà e dalle buone condizioni generali dell’agricoltura, che rendevano superflui gli interventi per sostenere la rendita. La situazione mutò con la successione a De Stefani di Volpi il quale, fedele anche sotto questo profilo alla restaurazione del tradizionale blocco di potere, ripristinò i dazi doganali sullo zucchero e sul grano. La tendenza trovò ampie conferme negli anni successivi per fronteggiare la diminuzione del prezzo delle derrate agricole sul mercato internazionale, per aumentare la produzione di grano (la “battaglia del grano”) i cui acquisti all’estero appesantivano fortemente la bilancia dei pagamenti e, last not least, per fare della campagna un elemento che frenasse gli squilibri provocati da “quota 90” e che fosse omogeneo all’obiettivo di rallentare la dinamica della società. L’urgenza di quest’ultimo obiettivo era confermata dal fatto che, negli anni successivi alla guerra, venne ad esaurirsi l’emigrazione transoceanica, per i divieti posti dai paesi americani, e si accentuò il problema di tenere sotto controllo il cronico eccesso di mano d’opera.

A questi fini corrispose, da parte fascista, una valorizzazione della campagna, sia nei suoi aspetti reali che nei suoi aspetti mistificati. L’esempio maggiore di valorizzazione reale, almeno nelle intenzioni, fu la cosiddetta bonifica integrale: un complesso piano, ideato e promosso da un eminente agronomo, Serpieri, volto a deprimere il latifondo e a potenziare la diffusione dell’azienda capitalistica. L’effetto positivo immediato fu un vasto programma di lavori pubblici, varato nel 1928 anche per assorbire la disoccupazione. Ma poiché lo scopo era raggiunto solo in piccola parte, che anzi la disoccupazione agricola andò sempre aumentando (M. Rossi Doria), era necessario ricorrere anche, e soprattutto, alla mistificazione. […]

La conseguenza più importante della bonifica integrale fu di ribadire, in forme nuove, il blocco industriale-terriero, esaltando la preminenza del capitale monopolistico: cemento del blocco non fu più tanto il protezionismo quanto la penetrazione del capitale finanziario nelle campagne. […] Questo flusso di capitali ora non solo inteso ad eseguire la bonifica integrale ma anche a permettere la politica governativa di sostegno dei prezzi (tramite i consorzi). Fu una ulteriore avanzata del capitalismo nelle campagne che, nonostante i numerosi aspetti speculativi, consolidò la grande azienda capitalistica (Sereni). Si trattava tuttavia di grandi aziende che si affermavano a spese delle piccole, messe in crisi dalla rivalutazione della lira, nel quadro generale di una ripresa del processo di polarizzazione tra grande e piccolissima proprietà che la guerra aveva frenato. Si trattava inoltre di grandi aziende che non si basavano tanto sulla mano d’opera salariata quanto sul lavoro dei contadini poveri (mezzadri e fittavoli), e che pertanto associavano strettamente il profitto alla rendita.

L’aspetto tipico dell’agricoltura fascista fu l’intreccio fra la presenza, ai vertici, del capitale finanziario e il consolidamento, alla base, dei residui feudali (Sereni). Per questo aspetto la politica economica del fascismo si proponeva obiettivi che noi diremmo di tipo prussiano. Ma, ancora una volta, per il pieno conseguimento di questi obiettivi mancava la materia prima, mancavano cioè i protagonisti. La bonifica integrale fallì in buona parte i suoi propositi a causa dell’ostruzionismo dei proprietari che spesso continuarono ad anteporre il godimento della rendita all’attivo perseguimento del profitto.


fonte: Giampiero Carocci, Storia dell’Unità d’Italia ad Oggi, Feltrinelli, Milano, 1975

Introduzione e redazione a cura di Luscino

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