Le caratteristiche generali del socialismo di mercato cinese

Proponiamo la traduzione di un estratto del libro “LA CHINE EST-ELLE CAPITALISTE ?“, di Rémy Herrera (economista marxista francese, ricercatore al CNRS e alla Sorbona, Parigi) e Zhiming Long (economista marxista cinese della Scuola di Marxismo all’Università Tsinghua, Pechino), volume che avevamo già avuto modo di presentare.

Con questo testo intendiamo fornire un approfondimento sul socialismo cinese, le sue caratteristiche principali e il suo funzionamento.


Per Marx, il capitalismo implica una separazione molto netta tra il lavoro e la proprietà dei principali mezzi di produzione, con i detentori di capitali che diventano tendenzialmente dei collettivi, che non svolgono più direttamente alcun tipo di lavoro nelle produzioni. Ciò si realizza pienamente nel capitalismo finanziarizzato oligopolistico attuale, dominante negli Stati Uniti e nei grandi paesi capitalisti del centro del sistema mondiale, dove il management è delegato ad amministratori, e dove il profitto d’impresa prende la forma singolare del valore delle azioni. Secondo questo criterio fondamentale di definizione del sistema capitalistico, appare chiaro che la maggior parte delle piccole imprese cinesi – le quali sono estremamente numerose sull’insieme del territorio nazionale – muovono più dalla produzione familiare o artigianale che dal modo di produzione capitalistico in senso stretto. Inoltre, la logica del capitalismo è quella della massimizzazione del profitto individuale percepito dai proprietari dei mezzi di produzione. Ebbene, non è esattamente quello che possiamo osservare nella maggior parte delle grandi aziende pubbliche cinesi, come dimostra l’esiguità, e persino l’inesistenza, di dividendi versati allo Stato, i quali assomigliano piuttosto a una “tassa” sul capitale.

La separazione tra capitale e lavoro è spesso molto relativa in Cina: essa è ridotta nelle aziende pubbliche – cosa che impedirebbe persino di considerarle, a rigore, come una forma di “capitalismo di Stato” -, e più ancora nell’economia detta “collettiva”, dove i lavoratori partecipano alla proprietà del capitale delle unità di produzione, o ne hanno anche direttamente la proprietà, come nel caso delle cooperative (siano esse per azioni o no) e delle restanti “comuni popolari”. Certo, anche in queste entità collettive, i lavoratori restano frequentemente, in una certa misura, “separati” dalla gestione, ma tutta questa economia collettiva, non statale, che non è cosa di poco conto, non la si può certo arruolare sotto la bandiera del “capitalismo”.

Come abbiamo già avuto modo di esporre in una serie di precedenti lavori, realizzati a quattro mani con Tony Andréani, noi diamo una lettura del sistema politico-economico cinese come di un socialismo di mercato, o con mercato.  Di fatto, un tale socialismo si fonderebbe sui dieci pilastri seguenti, i quali sono ampiamente estranei al capitalismo:

I) la persistenza di una pianificazione potente e moderna – quadro generale di applicazione della strategia di sviluppo seguita -, che non è più il sistema rigido e iper-centralizzato dei primi tempi della rivoluzione, ma che prende ormai modalità diverse e mobilita degli strumenti differenziati a seconda dei settori interessati

II) una forma di democrazia politica, nettamente perfezionabile certo, ma che rende possibili le scelte collettive che sono alla base della pianificazione

III) l’esistenza di servizi pubblici molto estesi che determinano le condizioni di cittadinanza politica, sociale ed economica e che, in quanto tali, restano fuori dalle logiche di mercato, o scarsamente commerciali ;

IV) una proprietà della terra e delle risorse naturali che resta di dominio pubblico, sia statale al livello nazionale, sia collettiva al livello locale, garantendo così l’accesso alla terra ai contadini;

V) delle forme diversificate di proprietà, adeguate alla socializzazione delle forze produttive: aziende pubbliche (che differiscono nettamente dalle transnazionali capitaliste, specialmente per quanto riguarda la partecipazione dei lavoratori alla gestione), piccola proprietà privata individuale oppure proprietà socializzata – la proprietà capitalista, durante una lunga transizione socialista, è mantenuta, finanche incoraggiata, al fine di dinamizzare l’attività economica complessiva e incitare all’efficacia le altre forme di proprietà;

VI) una politica generale intesa ad aumentare relativamente in maniera più rapida le remunerazioni da lavoro rispetto alle altre fonti di reddito;

VII) la dichiarata volontà di giustizia sociale promossa dalle autorità pubbliche, secondo una prospettiva egualitaria (a fronte di una tendenza decennale di aggravamento delle disuguaglianze sociali, che comportano evidenti rischi di destabilizzazione politica);

VIII) la priorità accordata, in maniera esplicita e credibile, alla preservazione dell’ambiente, la protezione della natura è considerata ormai dalle autorità pubbliche del paese come indissociabile (e non antagonista) al progresso sociale, in quanto obiettivo di sviluppo che massimizza la ricchezza effettiva;

IX) una concezione delle relazioni economiche tra Stati che si fonda su un principio win-win

X) delle relazioni politiche tra Stati che si fondano sulla ricerca sistematica della pace e di rapporti più equilibrati tra i popoli.

L’analisi di ciascuno di questi punti non è ovviamente scontata, ed è oggetto di aspri dibattiti in Cina come all’estero – dibattiti che sono peraltro molto lontani dall’essere conclusi ma che esistono e devono essere approfonditi senza preconcetti né luoghi comuni. Per quanto vi si possano scorgere molti limiti, e indirizzargli molte critiche (specialmente quella di essere impregnato di numerosi meccanismi di mercato, in tutta evidenza, capitalisti), noi vedremo che il socialismo “alla cinese” o “con caratteristiche cinesi”, quando lo si confronti alla griglia di lettura stabilita su questi dieci punti, non vi si scosti di molto.

A riprova, esamineremo di seguito il ruolo fondamentale delle grandi aziende pubbliche nell’economia e nella società cinesi […]

IL RUOLO CHIAVE DELLE IMPRESE PUBBLICHE

In Cina, diverse argomentazioni sono avanzate per giustificare l’importanza del ruolo tenuto dalle grandi imprese pubbliche: queste ultime possono innanzitutto distribuire in maggior misura ai propri dipendenti; poi, lo Stato è libero di definirne le modalità di gestione più appropriate (specialmente in materia di remunerazioni); e infine, l’autorità pubblica può più agevolmente metterle al servizio dei suoi progetti collettivi. Inoltre, tramite i vari strumenti a disposizione dell’organismo di gestione delle partecipazioni, lo Stato assegna gli utili percepiti a un fondo speciale di sostegno delle entità pubbliche che possano averne bisogno. Per altro, queste ultime godono anche di certi vantaggi, specialmente in materia di linee di credito e di tassi di interesse consentiti dalle banche di Stato. Quindi tutto questo si inserisce  semmai, lo si capisce bene, in una via di sviluppo socialista.

Uno dei motivi della forza delle aziende pubbliche cinesi è che esse non sono gestite come le aziende transnazionali occidentali. Queste ultime, quotate in Borsa e interamente orientate alla logica del valore delle azioni, esigono la massimizzazione della distribuzione dei dividendi ai loro proprietari privati, della valorizzazione delle azioni e dei ritorno rapido sugli investimenti (rendimenti a corto termine); esse funzionano spremendo tutta una catena di subappaltatori, domestici o delocalizzati. Se i gruppi pubblici cinesi si comportassero in ugual modo, in maniera così rapace, agirebbero ai danni delle piccole e medie imprese locali e, più in generale, di tutto il tessuto industriale nazionale, cosa che non sembra chiaramente verificarsi. Avremmo a che fare allora a una forma selvaggia di “capitalismo di Stato” – come si sente dire spesso per quanto riguarda la Cina -, e non si vede come ciò potrebbe produrre una crescita economica così dinamica. La maggior parte di queste grandi imprese pubbliche cinesi sono (o sono tornate a essere) redditizie perché la bussola che le guida non è l’arricchimento di azionisti privati, ma le priorità date all’investimento produttivo e al servizio reso ai loro clienti. Poco importa in fondo che i loro profitti risultino inferiori a quelli dei loro concorrenti occidentali se esse servono, in parte almeno, a stimolare il resto dell’economia domestica e a superare un approccio di redditività immediata dal momento che le dirigono interessi strategici superiori, di lungo termine e su scala nazionale.

Una delle specificità delle grandi aziende pubbliche cinesi è così di pagare pochi dividendi allo Stato azionista (circa il 10% dei profitti). Oggi, numerosi esperti internazionali raccomandano di aumentare questi dividendi, e accade che persino in Cina, la Commissione di Regolazione della Borsa sembri a volte propendere in tal senso. Tuttavia, un tale orientamento, ispirato dalle pratiche delle transnazionali capitaliste del Nord, non ci pare costituire la giusta formula, poiché queste imprese pubbliche si troverrebbero allora private di alcuni dei loro punti di forza maggiori e, pur restando controllate dallo Stato, avrebbero tendenza a distribuire sempre più dividendi al fine di disputarsi i favori degli azionisti privati, come sono portate a fare le imprese occidentali – le quali dipendono dalla gestione di portafoglio degli oligopoli bancari e finanziari dominanti al livello mondiale. In proposito, sarebbe certamente meglio che lo Stato introduca una tassa ufficiale sul capitale, in forma di “canone” per la messa a disposizione dei suoi beni, e che le aziende pubbliche profittevoli possano conservare una massima parte dei propri utili a fini di investimento produttivo e di Ricerca e Sviluppo.

A nostro avviso, le aziende pubbliche cinesi, comprese quelle operanti nel settore industriale, non devono essere gestite come dei gruppi privati. Il “socialismo di mercato cinese” si basa infatti sul mantenimento di un potente settore pubblico il cui ruolo è assolutamente strategico per l’economia. Tutto porta a pensare che risiede qui uno dei motivi fondamentali delle buone prestazioni dell’economia cinese, con buona pace degli ideologi neoliberali che caldeggiano la generalizzazione della proprietà privata e la massimizzazione del profitto individuale. Questo è senza dubbio anche legato alle dimensioni delle aziende cinesi, autentici colossi le cui attività generano economie di scala che riducono i costi a ogni livello e forniscono a una miriade di piccole e medie imprese locali dei fattori produttivi a buon mercato, garantendo così delle condizioni di fabbricazione competitive sui mercati.

Un’altra “superiorità” delle aziende pubbliche cinesi sta nel fatto di autorizzare una partecipazione (certo limitata – rispetto all’ideale comunista di controllo effettivo da parte dei produttori su tutte le decisioni circa l’organizzazione delle unità di produzione -, ma molto reale) del loro personale alla gestione, specialmente via i loro rappresentanti al Consiglio di Sorveglianza e al Congresso degli Operai. D’altro canto, l’instaurazione dei principi della logica azionariale constrasterebbe con una tale partecipazione dei lavoratori, che occorre al contrario rinforzare al massimo.

Ulteriore vantaggio, le grandi imprese pubbliche possono facilmente rispondere agli obiettivi di pianificazione che, in economia socialista, cercano prioritariamente di garantire il massimo appagamento possibile dei bisogni dell’insieme della popolazione e promuovere lo sviluppo economico e sociale. Di certo non si dovrebbe imporre a queste imprese dei compiti politici tali da pregiudicare la loro autonomia e pesare sui loro risultati. Tuttavia, con la supervisione delle nomine e la gestione dei più alti dirigenti, le autorità pubbliche, da cui dipendono numerosissime unità produttive del paese, hanno uno strumento concreto di garantire che essi agiranno come si conviene nei servizi pubblici – ma anche nei settori commerciali, che il piano può aiutare a orientare (tramite sovvenzioni, fiscalità…).


Traduzione e presentazione a cura di Alberto Ferretti

LA CHINE EST-ELLE CAPITALISTE ?

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