Dopo l’Occidente: la solidarietà internazionalista della Cina nell’età del coronavirus

di Qiao collective*

*Qiao Collective è un collettivo di socialisti e comunisti cinesi figli della diaspora negli Stati Uniti. Lo scopo di Qiao Collective è di sfidare l’aggressione nordamericana alla Repubblica Popolare Cinese e di collegare la nascente sinistra americana con la sinistra della diaspora cinese, con la tradizione marxista cinese e col lavoro materiale e intellettuale dell’odierno anti-imperialismo.


La produzione statale socialista cinese e la cooperazione globale stanno dotando il pianeta di strumenti per combattere il coronavirus, offrendo la visione di un mondo senza l’egemonia occidentale.

Il 14 febbraio, proprio mentre i massicci sforzi del governo e della popolazione cinese iniziavano a limitare i nuovi casi di COVID-19 in Cina, i leader del mondo occidentale si riunivano per l’annuale Conferenza sulla sicurezza di Monaco. Forum di lunga data il cui scopo è sostenere le branche istituzionali dell’egemonia occidentale – le Nazioni Unite, l’Unione europea e la NATO -, l’incontro di quest’anno è stato invece segnato da un senso di declino imminente. Il tema della conferenza del 2020, “Occidentalità“, ha segnato l’ambivalenza dei leader occidentali nei confronti del progetto dell’Occidente stesso. Divisi al loro interno dal ripiego verso i nazionalismi populisti e costretti ad affrontare la sfida esterna di una “Cina in ascesa”, gli architetti dell’Occidente sembrano sempre più consapevoli della possibilità della propria obsolescenza. La questione sul tavolo: qual è il futuro di un Occidente diviso che, secondo le parole degli organizzatori della conferenza, “sembra ritirarsi dalla scena globale?”

La conferenza è stata dominata da due visioni contrastanti, articolate dai discorsi divergenti pronunciati dal Segretario di Stato americano Mike Pompeo e dal Ministro degli Esteri cinese Wang Yi. Mentre Pompeo ha descritto una visione da neo-guerra fredda a somma zero in cui “l’Occidente sta vincendo” di fronte a un “Partito comunista cinese sempre più aggressivo”, Wang ha scongiurato i suoi pari di “trascendere la divergenza Est-Ovest e la divisione Nord-Sud “, articolando la visione cinese di un multilateralismo che “sostiene l’eguale diritto allo sviluppo condiviso da tutti i paesi“.

Le visioni concorrenti di Cina e Stati Uniti sull’ordine mondiale – una impegnata nella solidarietà internazionalista, l’altra che cerca conforto nei vecchi confini nazionali e nelle alleanze geopolitiche – stanno diventando ancora più evidenti.

La fiducia di Pompeo in un Occidente trionfante mirava a rassicurare gli alleati europei preoccupati per i legami sempre più profondi della Cina con alleati tradizionali, come l’Italia e la Serbia. Eppure, più di un mese dopo – mentre la Cina ha portato i nuovi casi di infezione prossimi allo zero e il resto del mondo è stato inghiottito da una vera e propria pandemia – la nostalgia di Pompeo per un revival della Guerra Fredda, in cui il capitalismo in stile occidentale emerge come l’inevitabile stadio finale dello sviluppo umano, appare ancora più datata. In effetti, nel momento in cui gli Stati Uniti raddoppiano le sanzioni disumane nei confronti di Iran, Venezuela e Corea del Nord, mentre la Cina invia aiuti medici ed esperti alle nazioni di tutto il mondo, le visioni delle due nazioni sull’ordine mondiale – una impegnata nella solidarietà internazionalista, l’altra che cerca conforto nei vecchi confini nazionali e nelle alleanze geopolitiche – stanno diventando ancora più evidenti. Resta la domanda posta a Monaco: inquietante per alcuni, liberatoria per altri: esiste un futuro per “l’Occidente” – come blocco geopolitico, consenso ideologico ed egemonia globale – nell’era del coronavirus?

Il COVID-19 ha gettato gli Stati Uniti in una pandemia. Mentre settimane fa i funzionari pubblici esprimevano la compiaciuta convinzione che la qualità della vita del Primo Mondo avrebbe impedito al virus di attecchire, un americano su quattro è ora sotto l’obbligo di rimanere nella propria abitazione, gli ospedali stanno segnalando carenze di mascherine chirurgiche e ventilatori, e gli esperti ipotizzano che, data la carenza di kit per testare, il numero di infezioni sia di gran lunga superiore rispetto ai casi confermati, già alle stelle. Allo stesso tempo, la provincia di Hubei, epicentro dell’epidemia, ha riferito di zero nuove trasmissioni dal 19 marzo. L’eradicazione effettiva di nuove trasmissioni, operata dalla Cina, testimonia di ciò che il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha definito un “nuovo standard per la risposta alle epidemie”, reso possibile, come abbiamo scritto in precedenza, da un sistema politico-economico socialista in cui lo stato mantiene il massimo controllo sulla produzione.

Mentre la Cina ha schierato le imprese statali e ha confiscato il capitale privato per soddisfare le esigenze di produzione dettate dalla pandemia, la risposta al coronavirus dell’amministrazione Trump è stata quella di riunire il gotha della classe padronale.

Mentre in Cina la produzione in serie di mascherine, test e ventilatori, la costruzione di ospedali di emergenza, gli esami, le cure universali e il coordinamento regionale della produzione e distribuzione di alimenti testimoniano della forza e del dinamismo di un’economia di mercato socialista, la risposta degli Stati Uniti è emblematica di un sistema in cui decenni di neoliberismo hanno completamente sterilizzato la capacità dello Stato di soddisfare i bisogni delle persone senza poter fare affidamento sulla cooperazione dei singoli attori aziendali. Mentre la Cina ha schierato le imprese statali e ha confiscato il capitale privato per soddisfare le esigenze di produzione dettate dalla pandemia, la risposta al coronavirus dell’amministrazione Trump è stata quella di riunire il gotha della classe padronale. Una conferenza stampa del 13 marzo ha visto Trump affiancato dai CEO di WalMart, CVS e Target, che hanno promesso un vago supporto per continuare a far funzionare i negozi e fornire spazio di parcheggio per i siti di test drive-through. I governi federali e statali non sono riusciti a provvedere adeguate forniture mediche per gli ospedali, lasciando il personale ospedaliero a contrattare con i venditori privati, ​​scontrandosi per le mascherine protettive e affrontando un monopolio proprietario che vieta le riparazioni di terzi su ventilatori salvavita e altre attrezzature mediche. Nel frattempo, gli sforzi per espandere i test restano subordinati ai filantropi miliardari come Mark Zuckerberg, gli azionisti stanno facendo pressioni sulle compagnie farmaceutiche affinché aumentino i prezzi e la lobby farmaceutica ha impedito al Congresso di includere nella sua legislazione sulla risposta al coronavirus l’ordine che impone prezzi accessibili per i vaccini. Contemporaneamente, un pacchetto di stimoli pari a un trilione di dollari, attualmente in discussione al Congresso, è stato criticato dai democratici progressisti come Alexandria Ocasio-Cortez per aver dato “mezzo trilione di dollari alle grandi società con poche protezioni dei lavoratori”.

Ma lo spettacolare contrasto tra i sistemi politico ed economico cinese e americano è reso ancora più evidente nel dominio della geopolitica globale, in cui da questa pandemia globale è emerso il mondo multilaterale presagito dal requiem per il Secolo Americano della Conferenza sulla sicurezza di Monaco. Laddove Mike Pompeo ha elogiato un’ideologia neoliberista trionfante all’insegna di “libertà individuale [e] libera impresa”, questo consenso molto occidentale sull’austerità neoliberista ha lasciato i governi occidentali politicamente asserviti alle stesse industrie cui ora chiedono di lavorare nell’interesse pubblico per soddisfare le esigenze di questa crisi. Mancando delle imprese statali che hanno guidato la risposta alla crisi in Cina, gli Stati Uniti, ad esempio, hanno fatto ricorso al lavoro in prigione e ai poteri di guerra, come durante la guerra di Corea, che richiedono ai produttori privati ​​di dare la priorità agli ordini del governo per le forniture mediche, chiarendo che le logiche carcerali e militari costituiscono l’ultima risorsa di uno stato estenuato dai principi del neoliberismo. I leader di Regno Unito e Svezia stanno ora definendo l’immunità al gregge come potenziale strategia, rifiutando di rallentare l’economia e mostrando la debolezza delle loro infrastrutture sanitarie nazionali. Dopo decenni di dismissione del controllo statale sulla salute, sull’istruzione e sull’edilizia abitativa a favore del settore privato, un Occidente smunto e neoliberista si sta sgretolando sotto il peso della propria crisi.

Avviluppandosi su sé stessi per via della crisi, gli Stati Uniti e l’UE hanno abdicato persino alla pretesa di leadership sull’ordine mondiale liberale, lasciando le nazioni di tutto il mondo rivolte sempre più verso la Cina per il sostegno contro il coronavirus. Prendiamo ad esempio il Venezuela, che ha ricevuto 300.000 kit di test e consulenza tecnica dalla Cina, con gli specialisti medici cubani arrivati per coadiuvare la risposta venezuelana. In una conferenza stampa, il vicepresidente venezuelano Delcy Rodriguez ha annunciato che il Venezuela e la Cina avrebbero creato una speciale cooperazione di trasporto aereo per facilitare il flusso di forniture salvavita durante la crisi. Gli aiuti cinesi sono arrivati pochi giorni dopo che il FMI ha respinto un appello venezuelano per un prestito di emergenza di 5 miliardi di dollari per combattere la pandemia e l’Organizzazione mondiale della sanità ha lottato per aggirare le sanzioni statunitensi su Venezuela, Iran e Cuba al fine di  coordinare una risposta efficace – sanzioni che i funzionari cinesi hanno detto aver rifiutato di onorare durante questa crisi umanitaria.

Allo stesso modo, l’Iran ha lottato per affrontare la pandemia tra le sanzioni statunitensi che limitano l’accesso iraniano ai mercati finanziari internazionali nonostante le presunte eccezioni per le forniture sanitarie. Majid Ravanchi, ambasciatore dell’Iran presso le Nazioni Unite, ha chiesto la fine delle sanzioni e ha criticato il riferimento di facciata da parte degli Stati Uniti nei confronti delle eccezioni umanitarie che nella pratica stanno ignorando il popolo iraniano. Oltre a sollecitare gli Stati Uniti a revocare le sanzioni unilaterali all’Iran, la Cina ha anche inviato aiuti significativi: il 17 marzo, l’ambasciatore iraniano in Cina ha annunciato l’arrivo di una spedizione di 15 tonnellate di aiuti di soccorso cinesi tra cui test, ventilatori, disinfettanti e mascherine protettive. Allo stesso modo i media iraniani hanno riferito che la Cina aveva inviato circa 18 spedizioni mediche, oltre alle delegazioni di esperti inviate dalla Società della Croce Rossa cinese e dal Centro cinese per il controllo delle malattie, nonché una raccolta fondi di provenienza pubblica bandita dall’Ambasciata iraniana in Cina su Weibo, che ha raccolto oltre mezzo milione di dollari. Che gli Stati Uniti abbiano insistito per continuare il loro regime sanzionatorio nei confronti dell’Iran e del Venezuela, mentre la Cina ha rifiutato di onorare tali sanzioni nonostante il rischio di sanzioni secondarie, ci racconta di approcci molto diversi alla diplomazia delle due superpotenze.

L’aiuto della Cina non ha solo colmato le carenze cruciali prodotte dalle inumane sanzioni statunitensi, ma è emerso come un supporto chiave per le nazioni europee lasciate indietro dalle tradizionali alleanze occidentali come la NATO e l’Unione Europea

Tuttavia, l’aiuto della Cina non ha solo colmato le carenze cruciali prodotte dalle inumane sanzioni statunitensi, ma è emerso come un supporto chiave per le nazioni europee lasciate indietro dalle tradizionali alleanze occidentali come la NATO e l’Unione Europea. La Serbia, che non è membro dell’UE ma ha presentato una richiesta di adesione nel 2009, ha chiesto il sostegno della Cina sulla scia di una dichiarazione della Commissione europea che limitava le esportazioni mediche dell’UE in attesa di autorizzazione da parte dei singoli Stati membri. Il presidente serbo Aleksandar Vučić ha affermato che il suo paese “ora guarderà alla Cina”, dicendo: “abbiamo bisogno di tutto, dalle mascherine, ai guanti ai ventilatori, letteralmente tutto, e soprattutto abbiamo bisogno del vostro sapere e delle persone che sarebbero disposte a venire qui in aiuto”. L’ambasciata cinese a Belgrado ha coordinato rapidamente una spedizione di kit di test, ventilatori e maschere mediche, insieme a una delegazione di medici cinesi al fine di consultarsi coi funzionari sanitari serbi. In uno straordinario rimprovero all’Occidente, Vučić ha proclamato che “la solidarietà europea non esiste. Quella era una fiaba sulla carta. Credo nel mio fratello e amico Xi Jinping e credo nell’aiuto cinese”.

Naturalmente, gli esperti occidentali hanno subito denunciato quella che vedono come un’opportunistica “mascheratura diplomatica cinese”, un gioco di potere egoistico progettato per rafforzare l’immagine della Cina sulla scena mondiale. Tuttavia, quando gli è stato chiesto se l’aiuto della Cina fosse veramente umanitario e non semplicemente un gioco di potere geopolitico, il consigliere economico italiano Michele Geraci lo ha messo in chiaro: “Non lo so e ora non mi interessa. Se qualcuno è preoccupato che la Cina stia facendo troppo, il divario è aperto a causa degli altri paesi. Questo è ciò che gli altri paesi dovrebbero fare”. Di fronte al maggior numero di casi segnalati dopo la Cina al 25 marzo, l’Italia ha accolto un team di nove membri del personale medico cinese e 30 tonnellate di attrezzature mediche coordinate dall’ambasciata cinese in Italia e dalla Croce Rossa della Cina. Al contrario, la scorsa settimana la US Air Force ha spedito mezzo milione di kit di test fuori dall’Italia per far fronte alle carenze interne del Paese. [N.d.T.] A essi se ne aggiungono altri tre milioni, secondo quanto riportato dalle agenzie di stampa.

L’elenco potrebbe continuare: la Francia ha ricevuto quella che ha definito una “spedizione di solidarietà” di forniture attraverso l’ambasciata cinese in Francia; l’Iraq ha accolto con favore le forniture essenziali e una delegazione cinese del CDC; il presidente pakistano Arif Alvi ha visitato la Cina il 17 marzo per discutere del supporto del coronavirus con Xi Jinping, occasione nella quale la Cina si è impegnata a fornire assistenza tecnica e oltre 30.000 kit di test del coronavirus, indumenti protettivi e maschere; la Namibia ha ricevuto 1.000 kit di test; e il filantropo cinese Jack Ma ha annunciato una donazione di 1,1 milioni di kit di test, sei milioni di maschere e 60.000 tute protettive e scudi facciali a 54 nazioni africane. Le molteplici forme di aiuto dalla Cina realizzano la visione di Wang Yi del multilateralismo che trascende le tradizionali divisioni Est/Ovest e Nord/Sud, riflettendo invece un internazionalismo che “vede la comunità internazionale come un’unica famiglia globale“. Finora, la Cina ha inviato team di medici ed esperti di controllo delle malattie, centinaia di milioni di mascherine, test, ventilatori, dispositivi di protezione e altre risorse in 82 Paesi in tutto il mondo.

Molti semplicemente indicheranno la capacità produttiva della Cina di dotare il mondo di dispositivi medici indispensabili come frutto dell’integrazione della Cina post-1990 nell’economia globale nel ruolo di “fabbrica del mondo”. La produzione economica pianificata a livello centrale della Cina e la sua vasta infrastruttura industriale di proprietà statale sono al centro della sua capacità di soddisfare le esigenze di salute pubblica imposte alla Cina e ora al mondo dalla pandemia. In poche parole, il socialismo sta battendo questa pandemia dove il capitalismo ha fallito. Le imprese di costruzione statali si sono coalizzate per rafforzare la capacità di assistenza di emergenza della Cina, costruendo due ospedali da 1.000 letti nella sola Wuhan nel giro di 10 giorni. Le società di servizi pubblici statali hanno ridotto le bollette e gli affitti, garantendo inoltre il servizio elettrico per i residenti di Hubei non in grado di pagare; le banche statali hanno mobilitato miliardi di dollari di prestiti a basso interesse; promotori immobiliari statali come China Resources hanno abbassato i canoni di affitto per le piccole imprese; e il coordinamento regionale ha garantito prezzi e forniture stabili di carne di maiale, cereali e altre necessità alimentari.

Decenni di integrazione globale e le riforme del mercato non hanno alterato le relazioni fondamentali tra Capitale e Stato: il Partito comunista cinese mantiene il massimo controllo sui mezzi di produzione ed è pronto a usare questo potere per servire il popolo in tempi di crisi

E soprattutto, la Cina ha diretto l’intera forza delle sue industrie di proprietà statale per dare priorità alla produzione di tutte le necessità mediche che ora attraversano il globo tramite aiuti esteri cinesi: il gigante petrolifero statale Sinopec ha costruito 10 nuove linee di produzione per tessuti soffiati a fusione, il materiale di base delle maschere mediche N95; China Construction First Group ha convertito un edificio industriale in una nuova fabbrica di maschere in soli sei giorni, producendo 250.000 maschere al giorno; dalle automobili alla produzione ad alta tecnologia, le entità statali hanno modificato i piani di produzione per dare priorità alle necessità mediche, portando la Cina a una capacità produttiva di circa 20 milioni di nuove maschere al giorno. Nel frattempo, città come Shenzhen e Guangzhou hanno introdotto leggi che autorizzano i funzionari a sequestrare la proprietà privata da individui o aziende, se necessario, per produrre articoli necessari per controllare l’epidemia. Queste misure chiariscono che decenni di integrazione globale e le riforme del mercato non hanno alterato le relazioni fondamentali tra Capitale e Stato: il Partito comunista cinese mantiene il massimo controllo sui mezzi di produzione ed è pronto a usare questo potere per servire il popolo in tempi di crisi. Mentre le nazioni capitaliste più ricche hanno difficoltà a spingere la produzione privata verso l’interesse pubblico a scapito dei profitti, i benefici di un’economia di mercato socialista in cui lo stato controlla i mezzi di produzione della società e può rapidamente allocare le risorse stanno diventando più evidenti che mai.

La produzione economica pianificata a livello centrale della Cina e la sua vasta infrastruttura industriale di proprietà statale sono al centro della sua capacità di soddisfare le esigenze di salute pubblica imposte alla Cina e ora al mondo dalla pandemia

La pandemia di COVID19, quindi, sta illustrando un ordine mondiale emergente in cui il multilateralismo economico e politico cinese lancia la sfida all’egemonia del lungo secolo americano. Nel Sud del mondo, questo è tutt’altro che nuovo: per anni, la Cina ha fornito un’ancora di salvezza economica per le nazioni che soffrono sotto le sanzioni statunitensi e voltano le spalle all’austerità mediata dal FMI. La Cina ha fornito una ricorrente ancora di salvezza a livello economico, politico e militare a nazioni come il Venezuela (dove la Cina rimane un importante acquirente di petrolio nonostante le sanzioni statunitensi), la Bolivia (dove il governo di Evo Morales ha respinto le società transnazionali occidentali per collaborare con aziende statali cinesi per nazionalizzare l’industria del litio) e la Corea del Nord (dove la Cina fornisce aiuti alimentari indispensabili e ha sostenuto un allentamento delle sanzioni statunitensi) poiché queste nazioni hanno tentato di sopravvivere alle sanzioni USA, espellere il capitale occidentale, nazionalizzare le industrie chiave e tracciare un corso indipendente dall’ordine mondiale degli Stati Uniti. E il 26 marzo, la Cina si è unita alla Russia, all’Iran, alla RPDC, al Venezuela e ad altri in una dichiarazione congiunta che invita le Nazioni Unite a chiedere la fine delle sanzioni statunitensi in mezzo alla pandemia.

Ancora di più, la Cina sta costruendo partenariati sempre più stretti con le nazioni europee respinte dall’UE e frustrate dagli ultimatum statunitensi di “scegliere un campo” e di rifiutare i partenariati economici con la Cina. Dopo essere uscita da un programma di prestiti di tre anni del FMI che ha eroso le industrie statali in favore degli investimenti del settore privato nel 2018, la Serbia ha aderito alla Belt and Road Initiative nel 2019, che da allora ha sostenuto l’ormai obsolescente industria siderurgica serba, salvato migliaia di posti di lavoro nella produzione di acciaio e gli obiettivi di infrastrutture stradali e ferroviarie chiave. Nel marzo 2019, l’Italia è diventata la prima nazione del G7 a unirsi alla BRI, una mossa che segue un acerrimo scontro sui requisiti di austerità finanziaria dell’UE per gli Stati membri e che secondo gli esperti potrebbe dare all’Italia maggiore indipendenza nelle sue relazioni con l’UE.

Naturalmente, la frattura del G7 e di altri pilastri dell’alleanza occidentale non è venuta senza opposizione. Proprio quando l’Italia è entrata nella BRI, la Commissione europea ha denunciato la Cina come un “rivale sistemico”, minacciando di inasprire le restrizioni sugli investimenti cinesi in Europa. Gli Stati Uniti hanno assunto una posizione ancora più bellicosa, facendo pressioni, senza successo, sugli alleati europei per vietare all’azienda cinese Huawei di fornire infrastrutture di rete 5G e minacciando di negare informazioni sensibili sulla sicurezza a nazioni come il Regno Unito e il Portogallo che intendono accettare l’infrastruttura Huawei 5G. I miti dell’imperialismo cinese e della “diplomazia della trappola del debito”, nonostante il debunking, rimangono il campo di propaganda principale degli Stati Uniti e della Commissione europea a dispetto di un’alleanza occidentale fratturata.

La crisi del coronavirus ha presentato nuove minacce e opportunità per i falchi statunitensi che mirano a rafforzare il loro fronte della Nuova Guerra Fredda contro la Cina. Nei primi giorni della diffusione del virus, un titolo particolarmente eclatante nella rivista di politica estera Foreign Policy definiva il COVID-19 “Belt and Road pandemia” – sintomo di una Cina in crescita che non può più essere contenuta dall’Occidente. Piuttosto che denunciare la debolezza di stati devastati dal capitalismo neoliberista nel reagire alla pandemia, gli Stati Uniti hanno tentato di trasformare il coronavirus in una crisi di legittimità per il PCC e in una prova della minaccia costituita dal presunto rapporto parassitario della Cina con il resto del mondo. Quando il virus era limitato in gran parte alla Cina, i media occidentali si sono scagliati contro l’inettitudine governativa cinese, dipingendo il popolo cinese come una massa soggiogata in attesa di rivolta, piuttosto che una nazione mobilitata dalla crisi verso la cooperazione e la solidarietà reciproche. Ora che la Cina ha battuto il virus, i media hanno iniziato a dipingere gli aiuti stranieri della Cina come un gioco di propaganda progettato per “incunearsi” tra gli alleati europei e “indebolire la democrazia”.

Nel bel mezzo di una risposta chiaramente inadeguata dell’amministrazione Trump alla situazione, la Casa Bianca ha incaricato i funzionari di reindirizzare la colpa dell’attuale pandemia negli Stati Uniti sull'”insabbiamento” da parte della Cina, divulgando una cronologia fuorviante e già smentita della censura e delle omissioni cinesi nei primi giorni dello scoppio dell’epidemia. Un gruppo bipartisan di legislatori della Camera ha sospeso i lavori del piano di salvataggio aziendale per confluire su una nuova risoluzione di condanna alla Cina per la sua gestione dell’epidemia. Una domanda durante il dibattito del partito democratico alla CNN ha spinto i candidati a spiegare quali “conseguenze” la Cina dovrebbe affrontare “per il suo ruolo in questa crisi globale”. Non sorprende che il blitz mediatico si sia dimostrato efficace tra gli elettori americani: un sondaggio nazionale ha rilevato che una maggioranza relativa di elettori registrati (33%) accusa il governo cinese della diffusione di COVID-19 negli Stati Uniti, mentre solo il 19% accusa il presidente Trump.

Le visioni della geopolitica a somma zero della guerra fredda non reggono più nel mezzo di una pandemia globale che richiede solidarietà internazionalista

Il ricorso americano alla xenofobia, al nazionalismo e agli antagonismi della Guerra Fredda tenta di precludere il potenziale rivoluzionario di questa crisi, in cui l’incompatibilità fondamentale tra capitalismo e salute pubblica sta diventando ogni giorno più chiara a milioni di persone. Mentre uno schema da Guerra Fredda insiste sul fatto che l'”autoritarismo” cinese ha ora contaminato l’Occidente, noi dobbiamo insistere sulle vere radici di una situazione che è il prodotto di decenni di austerità neoliberista la quale ha lasciato le potenze occidentali con infrastrutture sanitarie esangui, impreparate a soddisfare le esigenze dettate da una pandemia. Le visioni della geopolitica a somma zero della Guerra Fredda non reggono più nel mezzo di una pandemia globale che richiede solidarietà internazionalista. Eppure, per le classi dirigenti è stato facile ricorrere in questo momento di crisi ai semplicistici binari ideologici dello scontro Est/Ovest, degli Stati Uniti contro la Cina. Come ha affermato un opinionista su Foreign Policy proprio questa settimana: “Non si deve permettere alla Cina di vincere.” Questa è una visione del mondo antitetica all’appello di Wang Yi a “vedere il nostro pianeta condiviso come una comunità per tutti”.

L’approccio americano “a somma zero” riflette il fatto che l’egemonia, il potere e la violenza sono sempre stati al centro del progetto dell’Occidente: progetto fondato sulle strutture della schiavitù, del colonialismo e dell’imperialismo. Per troppi, l’Occidente non era solo una fiaba, ma un incubo. Mentre il mondo si riunisce per guarire da questa pandemia, potremmo finalmente svegliarci dall’incubo del neoliberismo e del colonialismo e realizzare il sogno di un altro mondo.


Traduzione e presentazione a cura di Davide Clementi

Articolo originale: After the West: China’s Internationalist Solidarity in the Age of Coronavirus

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