I molteplici volti del capitalismo: liberalismo, fascismo e statalismo

di Alberto Ferretti

Presentiamo qui due passaggi frutto dell’elaborazione del Partito comunista d’Italia e di Antonio Gramsci durante il periodo fascista. Passaggi che illustrano le caratteristiche socio-economiche del fascismo in relazione allo sviluppo del capitalismo in Italia. Questi stralci ci dicono molto dell’oggi: da un parte, della tradizione conservatrice che dilaga in Italia e che si richiama idealmente, almeno in parte, alla tradizione fascista. I politici e gli intellettuali appartenenti a tale schieramento si fanno in apparenza difensori della “piccola gente” contro “il globalismo e le banche” mentre, avendo chiaro a quali interessi rispondeva il fascismo allora, non è difficile per analogia vedere quale sia l’intento di tali reazionari oggi.

Dall’altra, sono utili anche a stemperare facili entusiasmi sul ruolo dello Stato, che nell’esaltazione del corporativismo accomunavano certi socialdemocratici e fascisti di allora come accomunano i cosiddetti “sovranisti” di destra e di sinistra di oggi. Si tratta di una esaltazione condivisa sostanzialmente da tutti coloro che vedono nello Stato un’entità neutra in quanto indipendente dalla società, uno strumento da usare a piacimento dalle forze politiche e sociali che lo manovrano, senza fare le opportune distinzioni storiche di classe né di contesto-processo nel quale il suo operato e scopi si iscrivono. Si noterà infine la continuità tra fascismo e liberalismo anche nel campo economico, nonostante quest’ultimo sia da sempre intento a negare la sua prossimità con la reazione, in particolare tramite l’assurda e pretestuosa, ma purtroppo egemone, “teoria del totalitarismo” dove il fascismo è relegato a esperienza estranea alla tradizione liberalcapitalistica e affine invece al comunismo.


1) Nel campo economico il fascismo agisce come strumento di una oligarchia industriale e agraria per accentrare nelle mani del capitalismo il controllo di tutte le ricchezze del paese. Ciò non può fare a meno di provocare un malcontento nella piccola borghesia la quale, con l’avvento del fascismo, credeva giunta l’era del suo dominio. Tutta una serie di misure viene adottata dal fascismo per favorire una nuova concentrazione industriale (abolizione della imposta di successione, politica finanziaria e fiscale, inasprimento del protezionismo), e ad esse corrispondono altre misure a favore degli agrari e contro i piccoli e medi coltivatori (imposte, dazio sul grano, “battaglia del grano”).

L’accumulazione che queste misure determinano non è un accrescimento di ricchezza nazionale, ma è spoliazione di una classe a favore di un’altra, e cioè delle classi lavoratrici e medie a favore della plutocrazia. Il disegno di favorire la plutocrazia appare sfacciatamente nel progetto di legalizzare nel nuovo codice di commercio il regime delle azioni privilegiate; un piccolo pugno di finanzieri viene, in questo modo, posto in condizioni di poter disporre senza controllo di ingenti masse di risparmio provenienti dalla media e piccola borghesia e queste categorie sono espropriate del diritto di disporre della loro ricchezza.

Nello stesso piano, ma con conseguenze politiche più vaste, rientra il progetto di unificazione delle banche di emissione, cioè, in pratica, di soppressione delle due grandi banche meridionali. Queste due banche adempiono oggi la funzione di assorbire i risparmi del Mezzogiorno e le rimesse degli emigranti (600 milioni), cioè la funzione che nel passato adempivano lo Stato con la emissione di buoni del tesoro e la Banca di sconto nell’interesse di una parte dell’industria pesante del Nord. Le banche meridionali sono state controllate fino ad ora dalle stesse classi dirigenti del Mezzogiorno, le quali hanno trovato in questo controllo una base reale del loro dominio politico. La soppressione delle banche meridionali come banche di emissione farà passare questa funzione alla grande industria del Nord che controlla, attraverso la Banca commerciale, la Banca d’Italia e verrà in questo modo accentuato lo sfruttamento economico “coloniale” e l’impoverimento del Mezzogiorno, nonché accelerato il lento processo di distacco dallo Stato anche della piccola borghesia meridionale. La politica economica del fascismo si completa con i provvedimenti intesi a rialzare il corso della moneta, a risanare il bilancio dello Stato, a pagare i debiti di guerra e a favorire l’intervento del capitale inglese-americano in Italia. In tutti questi campi il fascismo attua il programma della plutocrazia (Nitti) e di una minoranza industriale-agraria ai danni della grande maggioranza della popolazione le cui condizioni di vita sono progressivamente peggiorate.

Coronamento di tutta la propaganda ideologica, dell’azione politica ed economica del fascismo è la tendenza di esso all’ “imperialismo”. Questa tendenza è la espressione del bisogno sentito dalle classi dirigenti industriali-agrarie italiane di trovare fuori del campo nazionale gli elementi per la risoluzione della crisi della società italiana. Sono in essa i germi di una guerra che verrà combattuta, in apparenza, per l’espansione italiana ma nella quale in realtà l’Italia fascista sarà uno strumento nelle mani di uno dei gruppi imperialisti che si contendono il dominio del mondo.

[…]

2) Quale radicale mutamento porterà nell’orientamento del piccolo e medio risparmio l’attuale depressione economica [susseguente alla crisi del ’29 n.d.r] se essa, come pare probabile, si prolunga ancora per qualche tempo? Si può osservare che la caduta del mercato azionario ha determinato uno smisurato spostamento di ricchezza e un fenomeno di espropriazione «simultanea» del risparmio di vastissime masse della popolazione, un po’ da per tutto, ma specialmente in America: così i processi morbosi che si erano verificati a causa dell’inflazione, nel primo dopo guerra, si sono rinnovati in tutta una serie di paesi, e hanno operato nei paesi che nel periodo precedente non avevano conosciuto inflazione.

Il sistema che il governo italiano ha intensificato in questi anni (continuando una tradizione già esistente, sia pure su scala più piccola) pare il più razionale ed organico, almeno per un gruppo di paesi, ma quali conseguenze potrà avere? Differenza tra azioni comuni e azioni privilegiate, tra queste e le obbligazioni, e tra azioni e obbligazioni del mercato libero e obbligazioni o titoli di Stato. La massa dei risparmiatori cerca di disfarsi completamente delle azioni di ogni genere, svalutate in modo inaudito, preferisce le obbligazioni alle azioni, ma preferisce i titoli di Stato a ogni altra forma di investimento. Si può dire che la massa dei risparmiatori vuole rompere ogni legame diretto con l’insieme del sistema capitalistico privato, ma non rifiuta la sua fiducia allo Stato: vuole partecipare all’attività economica, ma attraverso lo Stato, che garantisca un interesse modico ma sicuro. Lo Stato viene così ad essere investito di una funzione di primordine nel sistema capitalistico, come azienda (holding statale) che concentra il risparmio da porre a disposizione dell’industria e dell’attività privata, come investitore a medio e lungo termine (creazione italiana dei vari Istituti, di Credito mobiliare, di ricostruzione industriale ecc.; trasformazione della Banca Commerciale, consolidamento delle Casse di risparmio, creazione di nuove forme nel risparmio postale ecc.).

Ma, una volta assunta questa funzione, per necessità economiche imprescindibili, può lo Stato disinteressarsi dell’organizzazione della produzione e dello scambio? lasciarla, come prima, all’iniziativa della concorrenza e all’iniziativa privata? Se ciò avvenisse, la sfiducia che oggi colpisce l’industria e il commercio privato, travolgerebbe anche lo Stato; il formarsi di una situazione che costringesse lo Stato a svalutare i suoi titoli (con l’inflazione o in altra forma) come si sono svalutate le azioni private, diventerebbe catastrofica per l’insieme dell’organizzazione economico-sociale. Lo Stato è così condotto necessariamente a intervenire per controllare se gli investimenti avvenuti per il suo tramite sono bene amministrati e così si comprende un aspetto almeno delle discussioni teoriche sul regime corporativo. Ma il puro controllo non è sufficiente. Non si tratta infatti solo di conservare l’apparato produttivo così come è in un momento dato; si tratta di riorganizzarlo per svilupparlo parallelamente all’aumento della popolazione e dei bisogni collettivi. Appunto in questi sviluppi necessari è il maggiore rischio dell’iniziativa privata e dovrebbe essere maggiore l’intervento statale, che non è anch’esso scevro di pericoli, tutt’altro. (Si accenna a questi elementi, come a quelli più organici ed essenziali, ma anche altri elementi conducono all’intervento statale, o lo giustificano teoricamente: l’aggravarsi dei regimi doganali e delle tendenze autarchiche, i premi, il dumping, i salvataggi delle grandi imprese in via di fallimento o pericolanti; cioè, come è stato detto, la «nazionalizzazione delle perdite e dei deficit industriali» ecc.).

Se lo Stato si proponesse di imporre una direzione economica per cui la produzione del risparmio da «funzione» di una classe parassitaria fosse per divenire funzione dello stesso organismo produttivo, questi sviluppi ipotetici sarebbero progressivi, potrebbero rientrare in un vasto disegno di razionalizzazione integrale: bisognerebbe perciò promuovere una riforma agraria (con l’abolizione della rendita terriera come rendita di una classe non lavoratrice e incorporazione di essa nell’organismo produttivo, come risparmio collettivo da dedicare alla ricostruzione e a ulteriori progressi) e una riforma industriale, per ricondurre tutti i redditi a necessità funzionali tecnico-industriali e non più a conseguenze giuridiche del puro diritto di proprietà.

Da questo complesso di esigenze, non sempre confessate, nasce la giustificazione storica delle così dette tendenze corporative, che si manifestano prevalentemente come esaltazione dello Stato in generale, concepito come qualcosa di assoluto e come diffidenza e avversione alle forme tradizionali del capitalismo. Ne consegue che teoricamente lo Stato pare avere la sua base politico-sociale nella «piccola gente» e negli intellettuali, ma in realtà la sua struttura rimane plutocratica e riesce impossibile rompere i legami col grande capitale finanziario: del resto è lo Stato stesso che diventa il più grande organismo plutocratico, l’holding delle grandi masse di risparmio dei piccoli capitalisti.


1) Dalle “Tesi di Lione” ; 2) da “Americanismo e fordismo” in Nel mondo grande e terribile. Antologia degli scritti 1914-1935, 2007 di Antonio Gramsci (Autore), (a cura di) G. Vacca

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