Brevi riflessioni sull’autonomia differenziata

Capturedi Vincenzo Bello – Partito Comunista Italiano e Coordinamento No Autonomia Differenziata.


Se fino a poco prima delle elezioni europee e amministrative del 26 maggio 2019 sembrava che una coltre di silenzio fosse calata sulla questione dell’autonomia differenziata[1] e poco si conoscesse degli accordi e dei documenti che la riguardavano[2], nelle ultime settimane, complice forse anche la campagna elettorale per le Europee e le prove di forza tra Lega e M5s, la questione dell’autonomia differenziata è tornata nei discorsi politici. Non va dimenticato che l’autonomia differenziata è parte, priorità assoluta, del contratto di governo firmato da Lega e M5S.

Non si tratta di una semplice questione tecnico organizzativa, ma di un processo ben più profondo capace di trasformare alla radice i principi di parità dei diritti di cittadinanza degli italiani e il funzionamento dei servizi pubblici[3].

Non si tratta nemmeno di un disegno appartenente alla sola Lega ma è anche un progetto del Partito democratico. La questione prende forma, infatti,  con i pre-accordi del 28 Febbraio 2018, a camere sciolte e con un governo (Gentiloni) che avrebbe dovuto occuparsi della sola ordinaria amministrazione, hanno rappresentato l’ulteriore tassello e, forse, il più importante verso l’attuazione di un processo iniziato ormai decenni fa con la riforma del Titolo V della Costituzione. I pre-accordi sono stati firmati col governo da tre regioni: Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna.

L’istituto della “autonomia” è previsto, non va dimenticato, dalla Costituzione, dopo la modifica del titolo V del 2001 (Legge Costituzionale 3/2001) (governo D’Alema – Amato). Ciò che emerge dal disegno di autonomia differenziata è la rottura dell’unità nazionale e di suddivisione dell’Italia in macroaree con capacità di sviluppo e standard di vita differenziati. In coerenza con la visione neoliberista che anima il progetto, si mettono in competitività tra loro queste stesse macroaree e le regioni. Competizione che riguarderebbe innanzitutto l’assegnazione e il trasferimento delle risorse dallo Stato alle regioni. Non a caso si fa largo l’idea che l’autonomia differenziata non sia altro che una vera e propria secessione dei ricchi, ed è un processo capace di influenzare e modificare sia i principi di parità dei diritti di cittadinanza degli italiani sia il funzionamento di alcuni servizi pubblici, a partire da scuola e sanità.

I sostenitori dell’autonomia differenziata affermano che un maggiore decentramento porti ad una maggiore vicinanza del governo ai cittadini, che favorisca la responsabilizzazione e il controllo nella spesa e una maggiore e migliore differenziazione delle scelte politiche, capace di innestare una competizione virtuosa tra le Regioni, e che tutto ciò porti, infine, ad una maggiore efficienza del servizio pubblico. La realtà sotto i nostri occhi è ben diversa. Il decentramento favorisce i processi di divergenza economica tra le varie regioni del paese, approfondendo il divario tra regioni.

Non vanno trascurati gli effetti delle politiche di austerità imposte dai trattati della Unione Europea e vincoli ulteriormente stringenti inseriti nella modifica dell’art. 81 della Costituzione. Si sono notevolmente ridotte le risorse disponibili per gli enti locali.

Oltre ad approfondire le differenze qualitative tra aree forti e aree deboli, l’autonomia differenziata influisce anche sulle divisioni all’interno dei lavoratori, con la concorrenza feroce tra diversi regimi salariali, normativi , sociali e fiscali.

In un quadro di oggettivo allontanamento tra Nord e Sud, che la crisi finanziaria del 2007 ha acuito, si inserisce l’autonomia differenziata che prende anche la forma di una costruzione di un polo ben integrato con le aree forti della UE al Nord e ulteriore desertificazione produttiva, disponibilità di forza lavoro anche molto qualificata e a basso costo e massacro sociale e ambientale al Sud. Errato sarebbe però arroccarsi su posizioni particolaristiche che ad un Lega del Nord vorrebbero contrapporre una “Lega del Sud”. Gli effetti negativi dell’autonomia differenziata colpiscono tutte le classi subalterne e lavoratrici dal Nord al Sud e vantaggi ne trae anche la borghesia del Sud. Emblematica è a tal proposito la saldatura tra la Lega di Salvini, la borghesia e i gruppi criminali e affaristici del Sud: è necessario impedire la saldatura tra le regioni forti del Nord e le classi dirigenti del Sud.

Le due tendenze (quella del Sud come mercato di sbocco per i prodotti delle imprese del Nord e quella della divergenza strategica tra Sud e Nord) convergono su un punto: la forza lavoro, anche altamente specializzata, del Sud, non trovando collocazione sul proprio territorio, dovrà ricollocarsi in modo selettivo in tutto il territorio nazionale (ed europeo). Infatti, la differenziazione strutturale tra territori comporta una differenziazione anche nella composizione del lavoro, con una divisione tra lavoratori su base territoriale.

Emerge sempre più chiaramente che l’autonomia differenziata si integra perfettamente nelle politiche neo-liberiste e imperialiste di rimozione di ogni ostacolo, istituzionale e sociale, al pieno dispiegamento dello sfruttamento. La tendenza, in Italia, alla concentrazione di risorse finanziarie e intellettuali al Nord e nelle aree forti, con ulteriore desertificazione strutturale al Sud, può preludere a una rottura anche formale dell’unità nazionale.

Alla luce di quanto detto, è necessario[4]:

  1. Rifiutare qualsiasi logica ed impostazione del tipo Lega del Sud e abbracciare una impostazione neo-gramsciana che rilanci la questione meridionale sia come questione nazionale, sia come questione europea;

  2. Opporsi a qualsiasi sviluppo liberista del processo di regionalizzazione perché è necessario rivedere e ripensare l’intero modello di sviluppo. Da quanto detto fino ad ora è invece chiaro che chi promuove il progetto di autonomia differenziata si pone all’interno del modello neoliberista fondato sulla competizione tra i territori;

  3. Piena attuazione dell’uguaglianza sostanziale prevista dall’art.3 della Costituzione da attuare attraverso meccanismi veri di perequazione per i territori svantaggiati; revisione dei LEP, LEA, e di altri indicatori che aumentano gli squilibri territoriali;

  4. Dire No all’istituzionalizzazione di scuole e Università di serie A e di serie B, alla subordinazione della didattica e della ricerca alle esigenze del mercato attraverso la regionalizzazione; no alla frammentazione classista della sanità; no al ridimensionamento e de-finanziamento del Fondo Nazionale per il trasporto pubblico locale.

  5. Battersi per la difesa dei CC.NN.L e contro le gabbie salariali regionalizzate.

La lotta di classe (delle classi subalterne) oggi passa anche attraverso un secco No all’autonomia differenziata. Il capitalismo nella sua forma attuale, quella neoliberista, concepisce lo Stato solo come il soggetto che può e deve creare le condizioni favorevoli al mercato. E oggi queste condizioni prevedono il frantumarsi dell’unità territoriale, l’emergere di particolarismi sempre più accentuati che dietro la retorica del federalismo efficiente nascondono l’ennesimo progetto delle classi dominanti di smantellare quel che resta dei principi di eguaglianza e solidarietà. L’autonomia differenziata sarebbe l’atto finale di un processo iniziato decenni fa. Contro questo progetto è necessario mobilitarsi nei luoghi di lavoro e di studio perché nessuno è escluso. Dobbiamo lottare contro ogni rottura formale e sostanziale dell’unità nazionale, contro la divisione tra lavoratori su base regionale, contro la visione neoliberista della scuola, contro l’ulteriore smantellamento della sanità pubblica, rivendicando l’eguaglianza e l’universalità dei diritti sociali sanciti dalla nostra Costituzione.


[1] Sull’argomento rimando a due testi fondamentali:

Villone Massimo, Italia Divisa e Diseguale, Editoriale Scientifica, 2019; Viesti Gianfranco, Verso la Secessione dei Ricchi?, Editori Laterza, 2019.

[2] Il sito Roars è stato l’unico a pubblicare le bozze relative al regionalismo differenziato l’11 febbraio 2019 https://www.roars.it/online/ecco-le-bozze-segrete-del-regionalismo-differenziato-quale-futuro-per-scuola-e-universita/

[3] Viesti Gianfranco, Verso la Secessione dei Ricchi?, Editori Laterza, 2019.

[4] per l’approfondimento rimando alla piattaforma del Coordinamento No autonomia Differenziata https://www.flipsnack.com/6EDF89F6AED/piattaforma-fhclgmj1w.html?fbclid=IwAR3_anBQ3EQ-aX-3BtuiKgQ6s4jZvpPMI9vCHA17coDuDxcB4xtgPZOozgg

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