Il Primo maggio, Landini e l’unità sindacale

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Per celebrare il Primo maggio le confederazioni sindacali CGIL, CISL e UIL hanno tenuto una manifestazione unitaria a Bologna. Raduno in piazza, comizi e concerto finale. Nel frattempo, il nuovo segretario della CGIL, Maurizio Landini, ribadiva l’idea di un sindacato unico, già espressa all’inizio del suo mandato.

Le ragioni storiche, politiche e partitiche che portarono alla divisione tra i sindacati italiani non esistono più. Oggi possiamo avviare un nuovo processo di unità tra Cgil, Cisl e Uil

Ebbene, un sindacato unico sarebbe anche una bella idea, se non volesse dire concretamente, oggi, l’unione delle organizzazioni sotto il segno degli interessi degli industriali e dell’egemonia filo-padronale e la certificazione dello slittamento a destra di quello che è ancora il primo sindacato italiano, erede della tradizione social-comunista del Paese. Senza dubbio, è corretto dire che ciò illustra semplicemente il terribile sbilanciamento dei rapporti di forza sociali a favore delle classi proprietarie. E che in fondo, a pensarci bene, le posizioni del grosso dei lavoratori italiani sono persino più arretrate di quelle espresse dai dirigenti sindacali.

Avremmo dunque da un lato il moderatismo consociativo della CGIL che si trascina da anni e che persiste, spingendo per un approfondimento della linea di collaborazione di classe, senza dubbio nell’intento, di scuola vetero pci-ista, di egemonizzare “da sinistra” (ossia al fine di tutelare un blocco sociale di riferimento) una situazione reale assolutamente “di destra” (cioè plasmata dalla riscossa liberale), nell’ottica della riduzione del danno. Lo stesso calcolo politico che ha portato alla creazione del PDS e al centrosinistra; l’unico schema che conoscono coloro che provengono da tale scuola, una forma mentis consolidata in anni e anni di estremo istituzionalismo. Dall’altro, una generale arretratezza dei lavoratori e delle masse, che non hanno certo reagito a questo moderatismo opponendo consapevolezza e radicalità di lotta. Non dimostrando dunque “interesse” a conservare qualcosa di sinistra.

Se il quadro desolante è in effetti questo, tuttavia, lungi dall’essere una scusante, esso non depone affatto a favore della CGIL, anzi la mette ancor di più sul banco degli imputati. Se la CGIL è “il meno peggio” di fronte alla scarsa coscienza di classe generale, una parte di responsabilità non può non ricadere su chi ha contribuito a creare questa situazione da una posizione di assoluto rilievo. Altrimenti, dando la sola colpa all’ineffabile oggettività del reale, contro cui nulla è possibile fare, le responsabilità soggettive sfumano in un’indefinita dimensione secondaria, che è un’apologetica indiretta dello status quo e di chi purtroppo detiene tuttora il monopolio della rappresentanza sindacale del movimento operaio.

Non credo infatti che nessun marxista e leninista abbia mai postulato che spontaneamente gruppi sociali, individui e classi si indirizzino su una pratica e una linea rivoluzionaria o radicalmente di classe. La coscienza di classe va fatta emergere e prende forma nell’abitudine al conflitto che va praticato ed esercitato. Solo nelle lotte – al livello sociale, politico e culturale – col tempo, può manifestarsi una consapevolezza all’altezza dei tempi e degli interessi di classe, rivendicazioni politiche d’avanguardia. A lungo, sono stati anche i grandi sindacati di massa legati alla tradizione socialista e comunista, tra le altre organizzazioni, a svolgere questo ruolo maieutico e di mediazione, oltre al naturale missione di tutela degli interessi economici dei lavoratori e innesco di mobilitazioni e agitazione operaia.

Ora, è palese che l’arretratezza del proletariato italiano, la sua staticità, sia anche il prodotto di decenni di diseducazioni di massa, praticata dalla classe dirigente sindacale cooptata dal sistema capitalistico italiano. E la CGIL continuerà a diseducare i lavoratori italiani, semplicemente congelando il blocco sociale come fa da decenni nell’attendismo. Quindi la mancanza di “reazione” (o indignazione) di massa, o la vera o presunta apatia dei lavoratori italiani di fronte al moderatismo storico della CGIL, più che essere un elemento di giustificazione della strategia della CGIL stessa, è un’ulteriore prova del fallimento storico dell’operato di chi ha diretto il maggior sindacato italiano. Quello di averlo schierato strutturalmente nel campo nemico. Di aver in pratica deciso di accompagnare la china neoliberale, avendo aperto spazi enormi alla reazione, alla disillusione, all’involuzione culturale di larga parte del popolo lavoratore.

La questione è chiarissima, non parliamo qui neanche della classica frattura di stampo novecentesco tra riformisti e rivoluzionari in seno al movimento socialista e operaio. Se la CGIL fosse riformista oggi, sarebbe infatti già un passo in avanti. La questione è quella di un sindacato che è interamente nel campo del capitale, per quanto alla sua sinistra e per questo attaccato dalle frange più conservatrici dei liberali e sempre esposto al rimbrotto paternalista della stampa borghese (ma questo ha anche a che fare con la particolare struttura arretrata del capitalismo italiano, contaminato dalla mentalità antisociale e anticollettiva del padronato straccione).

Per rendersene conto basta paragonare quanto accade in Italia e quel che succede in Francia. Dove la CGT – omologo della CGIL, ma che ha la fortuna di non essere stato organicamente legato al maggiore partito socialdemocratico del paese fino a seguirlo in tutte le sue fasi di riconversione in funzionariato di sistema – ha fornito ai propri iscritti, ai lavoratori e alla società una piattaforma regolare di lotte e scioperi costanti negli ultimi quattro anni che ha alimentato un movimento sociale estremamente agguerrito e diffuso. Ciò ha avuto ripercussioni al livello politico determinando un quadro in cui una parvenza di nuova sinistra popolare e sociale esiste e ha voce in capitolo, nonostante la situazione oggettiva, i rapporti di forza sociali tra le classi siano del tutto analoghi a quelli italiani.

Non si tratta di rivoluzione, né di voli pindarici, né di favoleggiare di svolte progressiste radiose a portata di mano. Si tratta però di sottolineare la differenza – che esiste – tra il completo abbandono del proprio ruolo e della propria missione per passare armi e bagagli nel campo avverso congelando o scoraggiando l’iniziativa di milioni di lavoratori, come pegno alla pace sociale portato al padronato (e obbligando piccole agguerrite organizzazioni a dover cercare di sopperire, con tutte le manchevolezze del caso, che i sostenitori del moderatismo non mancano di ridicolizzare quando invece la responsabilità ricade in primis su chi ha maggiori, incomparabili nel caso specifico, mezzi); e la permanenza, pur tra tutte le difficoltà, contraddizioni (e benché sulla linea di un riformismo rivendicato), nel campo dei lavoratori. Cosa che in questa fase storica può permettere di costruire una base di resistenza. Nulla più, ma già tantissimo.

Insomma, invece di inaugurare una stagione di scioperi senza sconti contro le manovre del governo gialloverde senza dare sponda a un’opposizione che quando era al governo ha mostrato di essere altrettanto se non più antisociale del governo in carica, Landini propone il sindacato unico, come dipartimento sociale – o risorse umane – della Confindustria. Un dramma, anche perché finché resta così radicata e di massa, la CGIL è purtroppo un riferimento ineludibile per il mondo del lavoro italiano, per quanto subalterna e sottomessa agli interessi padronali.

Tuttavia, mi rendo conto quanto questo sia volgare ed estremista come ragionamento: lo sciopero dei lavoratori, magari prolungato, è un’intollerabile violenza radicale e sicuramente controproducente in confronto alle sottili e argute strategie egemonico-tattiche-negoziali di lungo, lunghissimo respiro che – quali che siano le intenzioni dei suoi interpreti – hanno come esito scontato quello di seppellire tutto ciò che resta delle classi subalterne italiane.

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