Russiagate e guerre di fazione negli USA – parte 2

2020-03-04_13h47_15di Alberto Ferretti

Come era scontato, almeno per chiunque fosse ancora dotato di un minimo di cervello e di spirito critico, il Russiagate alla fine ha fatto flop. Non è stata infatti trovata nessuna prova di “collusione” tra Trump e Putin, ossia di presunte interferenze di Mosca nelle elezioni presidenziali del 2016 per favorire la vittoria di Donald Trump contro Hillary Clinton. Lo ha certificato il Consigliere speciale Robert Muller, al termine dell’inchiesta ufficiale da lui condotta e il cui Rapporto, dal quale si evincono tali conclusioni, è stato consegnato ieri al Ministro della giustizia.

Non è mai esistita dunque alcuna ingerenza atta a modificare gli esiti elettorali statunitensi, benché da più di due anni non si parli d’altro; e già questo basterebbe a screditare la presunta professionalità e indipendenza dei principali media. Non solo, si è usato l’argomento delle “interferenze russe” per bollare come spacciatori di fakenews tutti coloro che osavano contestare criticamente questi elementi di linguaggio propagandistici tipici della mentalità maccartista e fondamentalista americana. Confondendo allucinati complottisti con contestatori critici, destra estrema con sinistra comunista, tutti messi dai liberal nel calderone dei “filorussi” tanto caro alla vulgata “antirossobruna”.

Il Parlamento Europeo si è sentito addirittura in dovere di emanare direttive per proteggerci dalle “interfenze russe”; nelle sperdute province dell’Impero i megafoni della propaganda – pappagalli lautamente retribuiti come i Zucconi, i Botteri, i Riotta, gli Jacoboni etc. – hanno diffuso ossessivamente e con un certo successo la raffinata bufala. In questo aiutati dai loro avversari: gli impresentabili quanto beceri arricchiti legati ai peggiori media destrorsi i quali, mentre affermavano cose relativamente sensate sulla questione russa, propagandavano oscene bufale da trogloditi sulle fisse che più stanno a cuore alla nuova destra radicale identitaria.

Difficile prenderli sul serio dunque, facile abbindolare un pubblico perbenista e privo di spirito critico come il ceto medio che forma l’opinione pubblica occidentale. Così, contando su questi aspetti piscologici e sulla potenza economica dei monopoli dell’informazione, un palese quanto volgare argomento di campagna elettorale dei democratici americani è stato trasformato in “realtà” planetaria dai media compiacenti, maggioritariamente in mano alla cordata di potere egemone consolidatasi sotto Clinton & Obama, forte dell’alleanza politica coi neocon russofobi vecchio stile, alla John McCain.

Tuttavia, l’esito della vicenda Russiagate può cambiare ora le carte in tavola e segnare un ribaltamento dei rapporti di forza all’interno della classe dirigente statunitense. E il paradosso risiede nel fatto che la “sconfitta” della strategia democratica – e quindi il trionfo del buonsenso e della verità a proposito della questione russa – darà forza alla nuova destra ultra-conservatrice, rovesciandosi in fattore di radicalizzazione e di nuove strumentali menzogne, come arma in mano al gruppo di potere che si riconosce in Trump, il quale non potrà che farne “cattivo” uso. Ossia, l’uso adeguato agli interessi dell’imperialismo.

La nuova amministrazione non si farà sfuggire l’occasione per rilanciare e approfondire la svolta conservatrice e l’unilateralismo sfrontato che caratterizzano la fase trumpiana dell’eccezionalismo americano, come il recente inaudito riconoscimento del Golan, l’aggressione permanente al Venezuela, lo scontro aperto con la Cina e il via libera ai sionisti su Gerusalemme e Gaza dimostrano. Nulla di buono si prospetta all’orizzonte, ciò mostra semmai come tutte le armi della reazione siano preparate nelle officine liberali, come esse discendano dalla testa del sistema. E che il combustibile delle destre particolariste sia sempre fornito dalle posizioni assurde e aggressive dei sedicenti “moderati” liberali.

L’esito dell’affare Russiagate segna un punto in favore della nuova élite finora ai margini, che con Trump ha fatto per la prima volta irruzione sulla scena istituzionale e ora esce rafforzata nel processo di passaggio di consegne. Di conseguenza, l‘imperialismo statunitense nel suo complesso ne esce rafforzato e più pericoloso che mai. Da europei, vale la pena far notare che la messinscena del Russiagate, indipendentemente dagli equilibri interni – i quali contano relativamente poco, se si consideri che gli USA considerano come affari interni gli affari che si svolgono in ogni parte del globo – è servita a fare dell’Europa un campo di battaglia: si veda l’Ucraina, il riarmo dell’Est e l’uscita dal Trattato sul disarmo e sul controllo delle armi nucleari intermedie (INF) con la Russia.

Il Russiagate insomma è al di la di tutto uno strumento di cui Trump, repubblicani e democratici hanno approfittato per cavalcare le mire espansionistiche della borghesia imperialista, laddove gli interessi delle fazioni capitalistiche si ricompongono: la politica estera di guerra, saccheggio e ricolonizzazione.


Parte prima: “Russiagate e guerre di fazione negli USA” https://lottobre.wordpress.com/2017/10/31/russiagate-e-guerre-di-fazione-negli-usa/

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