Guerra di classe in Italia

2020-03-04_13h53_09di Alberto Ferretti

«Nessuno ha chiesto le dimissioni del ministro Tria ma pretendo che il ministro dell’Economia di un governo del cambiamento trovi i soldi per gli italiani che momentaneamente sono in grande difficoltà. », così Di Maio, pochi giorni fa, mentre la battaglia sulle risorse continua a occupare le prime pagine dei giornali. 

Facile cogliere l’ipocrisia e la strumentalizzazione a fini mediatici e vacui di tali richieste. A queste contorsioni dialettiche dell’ennesimo governo padronale che si vuole antisistema, i comunisti e la sinistra di classe rispondono chiaramente che, se davvero interessati agli “italiani in difficoltà”, le risorse ci sono. Esse sono concentrate in cima alla piramide sociale: capitalisti, ceto medio-alto, funzionariato al servizio del capitale. L’insieme delle classi proprietarie. Proprio lì dove nessun governo neoliberale intende prenderle, nonostante demagogicamente usi il pretesto dei “cittadini in difficoltà” per coprire di belle intenzioni una politica sostanzialmente anti popolare, che taglia i servizi sociali e le tasse ai benestanti e alle imprese.

Basterebbe invece tassare in maniera fortemente progressiva queste classi, la rendita e aggredire senza pietà l’evasione fiscale e avremmo risorse per coprire e rinnovare sanità, scuola, infrastrutture e servizi pubblici per tutti. In tal modo, le classi lavoratrici potrebbero ricominciare ad accumulare fiducia in sé stesse e potere, non solo elevare i propri standard di vita in caduta libera.

In parallelo, per non lasciargli la possibilità di fuggire, quindi il potere di ricattare, mentre li si tassa pesantemente, occorre mettere in agenda una severa repressione finanziaria, cioè la limitazione della circolazione internazionale dei capitali, estendere il controllo su du essi, dato che la mobilità è alla base della costruzione comunitaria UE e responsabile della spolizione delle classi lavoratrici comunemente definita « crisi » nel lessico borghese.

« La libertà indiscriminata dei possessori di capitali di spostare le loro ricchezze da un luogo all’altro del mondo a caccia di tasse risibili sui ricchi, basse tutele del lavoro e alti profitti speculativi, è alla base dei guai in cui versano l’eurozona e gran parte del mondo. »  Brancaccio (http://www.emilianobrancaccio.it/2018/09/15/il-venerdi-di-repubblica-intervista-brancaccio/)

Queste crediamo siano le direttrici fondamentali della più immediata e realizzabile lotta di classe dei subalterni contro i dominanti, piuttosto che concentrarsi unicamente e in maniera alquanto feticistica sulle sovrastrutture (UE, Euro, patrie e nazioni) come vuole l’odierno dibattito inquinato dalla pervasività dell’agenda neonazionalista, poiché la vera e unica priorità progressiva è quella di iniziare a invertire la tendenza nei rapporti di forza tra le classi, modificarne il segno. Da 30 anni queste classi mettono le mani nelle tasche dei lavoratori, generando scarsità di risorse per i ceti popolari: è ora di fare il contrario.

E invertire la tendenza significa concentrarsi su un programma minimo di fase, benché all’interno della cornice capitalistica, che sia in grado di parlare al mondo del lavoro subordinato e ribalti o perlomeno sfidi seriamente il paradigma neoliberale: 1) aumento generalizzato di salari e pensioni 2) diminuzione del tempo di lavoro 3) controllo dei capitali, limitazioni alla libera circolazione degli stessi 4) più tasse per benestanti, dividendi e redditi da capitale 5) lotta senza quartiere all’evasione fiscale 6) reintroduzione dell’articolo 18 e soppressione dei contratti ultraprecari 7) salario orario minimo.

Solo una forza organizzata del lavoro (e il vero e prioritario problema è tutto qui, costruire e unificare queste forze) sarà in grado di riprendere alla borghesia quanto essa ha tolto al proletariato in 40 anni di restaurazione liberale.

Chi conduce la guerra ?

Tutto ciò è tanto più necessario quanto il governo « del cambiamento » (le changement c’est maintentant, era lo slogan di Hollande, socialista francese, cinque anni fa: le compagini politiche borghesi, che fingono di essere alternative, non possono nascondere la loro comune identità) mette all’ordine del giorno il condono, chiamandolo pace fiscale, “imprescindibile” secondo il Presidente del Consiglio. Il che equivale ad affermare : “Favorire ricchi, ladri ed evasori è imprescindibile, un preciso dovere che abbiamo nei confronti delle classi proprietarie, della borghesia stracciona. La nostra è una guerra contro i lavoratori e le classi popolari.” 

Prima i ricchi, questo in realtà vuol dire lo slogan « prima gli italiani ». Il “sovranismo” si rivela, senza sorpresa, evasione fiscale generalizzata e radicalizzazione del principio neoliberale di regime fiscale preferenziale per ceti benestanti e capitale. Un furto e una violenza di classe feroce, che si ammanta di patriottismo, della retorica del nemico esterno e altre misificazioni ideologiche per ingannare indebolendoli i ceti subalterni.

In particolare la Lega si sta posizionando sempre più al centro di questa dinamica. Da originario guardiano dei più corporativi interessi privati – quando era una semplice forza ausiliaria nei precedenti governi di centrodestra e in linea con le esigenze della sua base sociale imprenditoriale locale – si accinge ora a diventare il terminale politico cosciente dell’affermazione degli interessi più alti e complessivi del sistema capitalistico italiano.

Esempi fondamentali di questa manovra sono il duplice voto positivo al rinnovo delle sanzioni contro la Russia e il blocco della proposta di insediare una banca dedicata all’Iran per cercare di svincolarsi dalle sanzioni statunitensi (come riportato da Alberto Negri).

Questo perché gli interessi del blocco sociale dominante in Italia, che la Lega deve rappresentare, sono storicamente subordinati a quelli del capitalismo egemone statunitense. Dal benvolere di Washington dipende infatti se non la prosperità almeno la sopravvivenza passata, presente e futura del grande capitale italiano (e non solo) e dei suoi funzionari. I rischi sono troppo grandi, visti i rapporti di forza, per sganciarsi da chi detiene le chiavi del sistema internazionale commerciale centrato sul dollaro e sulla “protezione” dell’US Army.

Più che un voltafaccia dunque (rispetto alle sparate in campagna elettorale), siamo in presenza da parte della Lega di una maturazione politica e di una presa di coscienza del suo nuovo essere. Da semplice strumento estorsore del padronato sul lavoro, evolve verso un orizzonte generale di gestione conservatrice della fase neoliberale (mentre i grillini si perdono nella confusione di una forza eclettica e gregaria senza reale progetto perché non sanno chi rappresentano, e vivono di suggestioni aziendaliste e qualunquiste diffuse). In questo, sì, essa difende “l’interesse nazionale” – cioè della grande borghesia italiana, legata alle alte sfere del capitale multinazionale infeudato a Wall Street – occasionalmente ammantato dell’identitarismo retrogrado del ceto medio impaurito di provincia che l’ha portata al governo, certo foriero, visto il carattere reazionario delle tendenze che si sviluppano in suo seno, di potenziali involuzioni civili, discriminatorie e esclusive .

Da qui il fatto che il “sovranismo”, nei temi che mette in agenda e nel significato concreto, sia sì una variante e manifestazione della guerra di classe agita dall’alto contro le classi lavoratrici subalterne, ma in termini più generali si iscrive nella direttrice di una riproposizione dell’asservimento acritico agli USA tipico delle élites borghesi italiane dal dopoguerra in poi. Nessuna novità sostanziale: la Lega ha preso il posto e svolge la stessa funzione del PD (e prima FI, prima ancora la DC), a egemonia inversa, nello schema del falso, o formale, pluralismo politico borghese. Come il Pd prima, va combattuta

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