Riscossa sovranista e anticomunismo storico della borghesia italiana

2020-03-04_13h52_16di Alberto Ferretti

La più bieca e regressiva propaganda proprietaria, che va per la maggiore negli ultimi tempi sotto le vesti del populismo sovranista, ma che è sempre esistita in varie forme non da ultima quella berlusconiana, vede “sinistra” e “comunismo” ovunque vi sia una vaga attenzione alle regole sociali e condivise, al collettivo, a qualunque cosa vada un po’ oltre l’arraffare, l’individualismo esasperato, l’immediato, il becero. Insomma qualunque cosa si opponga alla visione angusta e corporativa della piccola borghesia e di parte del ceto medio italiano.

Nella psicologia da padroncini di questi strati sociali persino un ipotetico capitalista italiano competente, una borghesia compatta e colta con visione sistemica è anch’essa « comunista », in quanto magari li obbligherebbe a pagare le tasse, a non fare il nero, a rispettare norme edilizie, a imporre controlli sui luoghi di lavoro, a modernizzare i processi per salvare il capitalismo, da cui dipendono tutti.

Ora, questa riscossa piccolo borghese sta cogliendo l’occasione storica dei danni prodotti dal precedente governo liberista di centro destra (PD-alfaniani &Co, purtroppo non riconosciuto come tale), per rimuovere dal senso comune collettivo del paese fino all’ultimo barlume di memoria storica progressista. I propagandisti di questa corrente politico-culturale forzano i tratti nell’identificare il precedente governo con la tradizione del socialismo italiano e con i valori scaturiti dalla Resistenza e dalle lotte per l’emancipazione delle masse contro il blocco asfissiante della borghesia nazionale che da sempre soffoca il paese e di cui sono eredi. E attribuisce a questa immaginaria sinistra l’origine di tutti « i mali della Nazione ».

Di certo siamo in presenza di una forzatura propagandistica, ma non dovremmo sottovalutare il fatto che questi ci credono per davvero (d’altronde se per un trumpista statunitense medio la Germania è un paese socialista, l’omologo sovranista italiano vede socialismo ovunque veda pericolo per il portafoglio, aiutato in questo dal piddino medio, indistinguibile da un liberale berlusconiano, per cui la proprietà pubblica ormai è un’eresia di stampo venezuelano).

Forse non è il caso di aiutarli, mantenendo due coordinate semplici: il PD non è sinistra, non lo è mai stato (anche se i media e loro stessi per comodità a volte si autodefiniscono tali); veniamo in realtà da anni di governo liberista al servizio del capitale, che ha aperto la strada, alla sua destra, al malcontento populista che oggi dilaga e si manifesta in forme confuse e reazionarie.

Se questo è il quadro, vale la pena precisare che non c’è nessuna improvvisa emergenza democratica dovuta a “fascismo” e “fascistizzazione” alle porte, che giustifichi un fronte antifascista. Semmai, l’emergenza democratica è strutturale da decenni, e riguarda lo svuotamento graduale e inesorabile, prodotto dall’approfondimento della fase neoliberale dell’imperialismo, della democrazia nata dall’esito progressivo del secondo conflitto mondiale. Di cui sono manifestazione e concausa anche coloro che propongono oggi ammucchiate “antifasciste” di riposizionamento politicante.

Svuotamento dovuto alla liquidazione tramite assimilazione nelle sfere del dominio liberale delle componenti politiche, culturali e sociali un tempo legate alle classi lavoratrici. In questo contesto, è più facile per il sistema farsi scalare da forze populiste e leaderistiche che vellicano per consenso i peggiori istinti delle masse (in gran parte spirito di bottega della piccola borghesia, ignoranza e arretratezza di una Vandea diffusa che circonda e influenza ampi strati sociali). Ed è facile, per l’altro partito della borghesia, oggi all’opposizione, che detiene il controllo di molti media, strumentalizzare ed enfatizzare le manifestazioni reazionarie per presentarsi come soluzione alla crisi. Questa dialettica tra i due poli egemoni genera un imbarbarimento sociale inedito e rivoltante, e fa riaffiorare correnti retrograde proiettandole sul davanti della scena.

Funzionali alla conservazione di un assetto neoliberale del mondo borghese, demagoghi social-reazionari e pseudo-progressisti liberali si tengono in vita reciprocamente. Siamo ormai più sulla via della pura post democrazia liberale di stampo statunitense, priva di presidi e difese per i subalterni, che a una riproposizione di palesi rotture con la legalità borghese tipiche dei fascismi storici europei.

2 commenti

  1. […] La questione è chiarissima, non parliamo qui neanche della classica frattura di stampo novecentesco tra riformisti e rivoluzionari in seno al movimento socialista e operaio. Se la CGIL fosse riformista oggi, sarebbe infatti già un passo in avanti. La questione è quella di un sindacato che è interamente nel campo del capitale, per quanto alla sua sinistra e per questo attaccato dalle frange più conservatrici dei liberali e sempre esposto al rimbrotto paternalista della stampa borghese (ma questo ha anche a che fare con la particolare struttura arretrata del capitalismo italiano, contaminato dalla mentalità antisociale e anticollettiva del padronato straccione). […]

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