Lenin e la concezione materialistica della storia: alcune note su “Che cosa sono gli ‘Amici del popolo’ e come lottano contro i socialdemocratici?”

lenin-streetartdi Sabato Danzilli

Nel 1894 un ventiquattrenne Lenin componeva Che cosa sono gli “Amici del popolo” e come lottano contro i socialdemocratici?. Questo testo si inserisce in una polemica molto articolata e di durata decennale, che ha portato marxisti e populisti a discutere sullo sviluppo capitalistico della Russia e assume in essa un’importanza fondamentale per la chiarezza e l’originalità con cui viene trattata la materia. L’opera ha ancora oggi un grande valore, non per i banali parallelismi con l’attualità italiana, che potrebbero essere indotti dal suo titolo, ma per la sua robusta capacità di parlare del presente, basata sulla ricchezza di strumenti di analisi che esso fornisce. Questo contributo non pretende di essere un’esposizione completa del testo leniniano, ma di evidenziarne alcuni spunti e di sottolineare attraverso esso alcuni elementi degni di nota in modo particolare.Il bersaglio polemico dell’opera è il populista liberale Michajlovskij, la cui rivista, la Russkoe Bogatstvo, aveva pubblicato nei mesi precedenti articoli che criticavano alcuni elementi fondamentali del marxismo. Da questo elemento occasionale Lenin sviluppa la propria analisi della filosofia marxista e della situazione economica e sociale della Russia del suo tempo.

In quale delle sue opere Marx ha esposto la sua concezione materialistica della storia?

Proprio in apertura del testo Lenin affronta questa supposta critica di Michaijlovskij. Non nuoce ricordare che l’opera marxiana che più si avvicina a un’esposizione sistematica del materialismo storico, L’ideologia tedesca, rimarrà inedita fino al 1932, ma proprio per questo la risposta è particolarmente degna di nota:

Chiunque conosca Marx gli risponderebbe con un’altra domanda: in quale delle sue opere Marx non ha esposto la sua concezione materialistica della storia?

Afferma Lenin che la concezione materialistica della storia è già tutta nel Capitale. In quest’opera Marx si distingue da tutti gli economisti precedenti in quanto non si propone di studiare la “società”, bensì la “società moderna”. L’oggetto della ricerca di Marx è ben delimitato: il modo di produzione capitalistico e i rapporti di produzione e di scambio a esso corrispondenti. Il metodo materialista marxiano parte dallo “studio concreto del materiale” e non da concetti ideologici, che rappresentano solo le idee dominanti in un determinato periodo storico.

Egli prende una delle formazioni economico-sociali – il sistema dell’economia mercantile – e sulla base di una mole prodigiosa di dati […] dà un’analisi minuziosissima delle leggi del funzionamento di questa formazione e della sua evoluzione. Quest’analisi è limitata ai soli rapporti di produzione tra i membri della società: Marx, senza mai ricorrere, per spiegare la cosa, a un qualsiasi elemento che si trovi al di fuori di questi rapporti di produzione, dà la possibilità di vedere come si evolve l’organizzazione mercantile dell’economia sociale, come essa si trasforma in un’organizzazione capitalistica, creando le classi antagonistiche (nei limiti dei rapporti di produzione) della borghesia e del proletariato, come essa accresce la produttività del lavoro sociale e, con ciò stesso, introduce un elemento che entra in contraddizione inconciliabile con le basi di questa stessa organizzazione capitalistica. Questo è lo scheletro del Capitale.

Questa sintesi è densa di spunti: vediamone alcuni.
In primo luogo: il materialismo è scientifico, anzi, è l’unico metodo scientifico in sociologia, perché – le parole sono dalla prefazione di Marx al Capitale – “concepisce lo sviluppo della formazione economica come processo di storia naturale”. Cosa significa che il movimento di sviluppo del modo di produzione capitalistico è come un processo di storia naturale? Significa che Marx studia le leggi che regolano il modo di produzione capitalistico come leggi di natura. Occorre però fare attenzione: esse sono leggi di natura nel senso che eccedono la coscienza e la volontà dei singoli individui. Esse sono una natura sociale, una “seconda natura”, che è regolata da leggi storicamente determinate. Il materialismo storico si propone di indagare queste leggi ed esaminarle all’opera in nei processi storici concreti.
Lenin afferma che Marx ha utilizzato questo metodo per lo studio di una determinata “formazione economico-sociale”. Questo concetto è al centro dell’esposizione leniniana. Marx ha separato – continua Lenin – “dai vari campi della vita sociale il campo economico, separando da tutti i rapporti sociali i rapporti di produzione, come rapporti fondamentali, primordiali, che determinano tutti gli altri.” Basandosi su un’attenta lettura della prefazione marxiana a Per la critica dell’economia politica, Lenin mostra il legame tra rapporti di produzione e sviluppo delle forze produttive, il significato di struttura e sovrastruttura e la dinamica dello sviluppo della contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione esistenti, da cui discende la necessità della rivoluzione sociale.
Ci si permetta di partire dall’esposizione leniniana per chiarire alcuni concetti fondamentali, spesso recepiti in modo erroneo. Il primo riguarda il concetto di “lotta di classe”, architrave dell’architettura teorica del materialismo storico, di cui probabilmente costituisce l’elemento più noto e frainteso. Come Lenin coglie molto bene – e Marx ripete del resto in innumerevoli passi delle sue opere – la lotta di classe è nei rapporti sociali di produzione, che sono rapporti necessari, determinati, sottolinea Marx, “indipendenti dalla loro volontà” e trascende la coscienza che se ne può avere. È l’organizzazione capitalistica della società che crea le classi antagonistiche della borghesia e del proletariato, ed esse sono in lotta tra loro nei rapporti di produzione. Nonostante questo, è molto diffusa, forse addirittura maggioritaria, l’idea che si abbia la lotta di classe solo quando a una borghesia “cosciente” del proprio ruolo storico si contrappone un proletariato organizzato e cosciente del proprio ruolo rivoluzionario. Chi ha una tale concezione ripete un’argomentazione che ha un suo precursore addirittura in Benedetto Croce, il quale, nel suo Materialismo storico ed economia marxistica affermava:

In che senso è vero il generale enunciato che la storia è una lotta di classi? Sarei quasi tentato di dire che la storia è lotta di classi: 1) quando vi sono le classi; 2) quando hanno interessi antagonistici; 3) quando hanno coscienza di questo antagonismo. Il che darebbe, in fondo, l’umoristica eguaglianza, che la storia è lotta di classi sol quando è lotta di classi. […] Anche nell’avvenire, e senza le classi, la storia, giova sperare, continuerà.

Le ragioni di un tale fraintendimento stanno proprio nel non riconoscere il carattere storico-naturale dello sviluppo di una formazione economica, dove è bene sottolineare il doppio elemento: storico e naturale, che permette di distanziare il materialismo storico da un lato dal materialismo volgare, dall’altro dalle “scienze dello spirito”. L’errore sta quindi nell’appiattire o il materialismo su un biologismo, equiparando la storia umana a quella animale, o – come nel caso dell’idealismo di Croce – separare la “storia” dalla “natura”, ossia la “seconda natura” dalla “prima”.
Cosa significa invece “economico”, e cosa distingue la struttura dalla sovrastruttura? Spesso il marxismo è stato accusato in modo superficiale di “economicismo”, intendendo con questo termine il ridurre ogni cambiamento in un aspetto della vita sociale umana a mutamenti dei rapporti economici. Una tale interpretazione c’è davvero stata, sia in senso stretto – ci riferiamo alla corrente economicista della socialdemocrazia russa, la quale riteneva che i socialdemocratici dovessero limitarsi a rivendicazioni sindacali che avrebbero migliorato le condizioni operaie – sia in senso largo, intendendo le letture “volgari” del marxismo, ma essa non rispecchia il pensiero di Marx ed Engels. Essa è inoltre quasi completamente affine con le tesi revisionistiche, riformistiche e gradualistiche, in quanto vede il processo economico come un processo graduale, meccanico, unidirezionale, in sintesi, non intende questo processo in modo dialettico. Bisogna aver presente il concetto di azione reciproca, centrale nella filosofia classica tedesca, per intendere la concezione dialettica di Marx ed Engels. Essi hanno sempre visto un’azione reciproca tra le condizioni economiche e gli altri elementi, con l’elemento economico che prevale in ultima istanza.
Occorre inoltre sottolineare che anche per “economico” si intende qualcosa di più ampio di quello che si può pensare. Sostiene ad esempio in modo molto chiaro Engels in una lettera del 1894 indirizzata a Borgius che:

Per rapporti economici, che noi consideriamo come base determinante della storia della società, intendiamo il modo in cui gli uomini di una determinata società producono i loro mezzi di sussistenza e scambiano tra loro i prodotti (nella misura in cui esiste divisione del lavoro). Vi è quindi compresa l’intera tecnica della produzione e del trasporto. Questa tecnica determina […] anche il modo dello scambio, come pure della distribuzione dei prodotti […], anche la divisione in classi, […] quindi lo Stato, la politica, il diritto, ecc… […] Residui effettivamente trasmessi di stadi precedenti dell’evoluzione economica […] e naturalmente anche l’ambiente [grassetto mio] che circonda dall’esterno questa forma sociale.

Passo questo che permette di capire come il materialismo storico non abbia mai pensato di sostituirsi a un’analisi concreta del materiale empirico ma che, anzi, sia possibile solo basandosi su di essa.
Dicevamo sopra che lo sviluppo della formazione economica della società è un processo storico-naturale, che risponde a leggi di (seconda) natura. Dal passo appena riportato emerge con chiarezza che la seconda natura sociale è vincolata alla prima dalla necessità di riproduzione della stessa formazione economica, vale a dire che è legata a tutto ciò che riguarda la necessità di produzione dei mezzi di sussistenza. In tal senso i rapporti economici sono i rapporti primordiali della società, e sono in ultima istanza determinanti.
In terzo luogo, il fatto che, come afferma Marx in una lettera a Weydemeyer del 1852, la lotta di classe conduca necessariamente alla dittatura del proletariato e all’instaurazione della società senza classi non significa abbandonarsi a una lettura deterministica o “quietistica”, lettura pure presente in molto marxismo della Seconda Internazionale, perché tale necessità va intesa dialetticamente e materialisticamente. Essa si basa, ancora una volta, sullo studio di un determinato ordinamento economico e del processo di sviluppo in esso in atto. Questo processo non è una mera e immutabile successione di fatti, ma si inserisce nella lotta delle classi ed è da esso determinato. Il materialismo quindi afferma che è una classe economica che determina questa necessità (e giova ripetere che non è necessario che ne abbia coscienza).

Nella critica a Michajlovskij Lenin si era concentrato nello smontare le argomentazioni della sociologia soggettivistica, che “comincia dalla fine” cioè da concetti generici e ideologici di “società”, “progresso” etc… senza preventivo studio, concetti che rappresentano l’eternizzazione di un determinato stato della visione borghese del mondo e ai quali la realtà dovrebbe idealmente adeguarsi. In uno scritto di poco successivo a questo sugli “amici del popolo” e a esso collegato, Il contenuto economico del populismo e la sua critica nel libro del signor Struve, egli distingue invece in modo esemplare analisi “oggettivistiche” da analisi materialistiche. Pëtr Struve è stato un pensatore vicino al marxismo negli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento, prima di diventare uno dei principali esponenti del liberalismo nazionale e del partito costituzional-democratico. Egli aveva affermato in una sua critica alla concezione economica del populismo che esistono tendenze storiche inarrestabili. Per Struve, in ragione dell’inarrestabilità di tali tendenze, non si poteva pensare, come facevano i populisti, che la Russia potesse evitare i mali dello sviluppo capitalistico attraverso un elemento volontaristico, non poteva essere cioè la coscienza soggettiva di un singolo o di un gruppo a determinare in che modo sarebbe avvenuto lo sviluppo economico in Russia. Struve, risponde Lenin, se è nel giusto quando afferma contro i populisti la necessità dello sviluppo economico capitalista in Russia, sbaglia però nel vedervi una tendenza oggettiva e neutrale. Questa sarebbe un’apologia indiretta dello stato di cose esistente. Un coerente materialista non prescinde mai da un’analisi dei rapporti di forza tra le classi, consapevole che il materialismo storico non si ammanta di un’“avalutatività” della scienza ma prende con coerenza e con coscienza le parti di un determinato gruppo sociale. Tale riflessione di Lenin si può estendere a ogni analisi che veda nella storia tendenze neutrali all’opera, si chiamino “razionalizzazione” o “Tecnica”, o, a un livello più ristretto, che deduca conseguenze positive o negative da mutamenti politici o economici, senza una preventiva analisi dei fattori materiali che determinano questi mutamenti.

Errori speculari tra loro come quelli di un Michajlovskij o di uno Struve sono comprensibili se si tiene conto del carattere borghese dei due autori citati. In particolare, il populismo del gruppo della Russkoe Bogatstvo non è altro che l’ideologia della piccola borghesia russa. L’“amico del popolo” è il borghese, o meglio, è il piccolo borghese che oscilla, in modo solo in apparenza contraddittorio, tra elementi progressivi ed elementi reazionarȋ. Esso è una figura sociale schiacciata dal conflitto tra le classi nello sviluppo del modo di produzione capitalistico. Egli è progressista quando, a causa del suo crescente differenziamento dall’alta borghesia capitalistica, è spinto a prendere le parti dei ceti subalterni, è fortemente reazionario, allo stesso tempo, perché cerca di rimanere ancorato al suo ruolo di piccolo produttore e cerca di farlo frenando lo sviluppo economico. Ecco che il tardo populismo russo, che non è più quello di Lavrov e Černyševskij, e nemmeno quello dell’andata nel popolo o del terrorismo di Narodnaja Volja, mitizza la figura del contadino della comune rurale russa, l’obščina, ne mitizza le tradizioni, il modo di pensare, l’amore per la terra, pensa, come tutti i reazionarȋ, di poter portare indietro le lancette della storia. Non si tratta infatti per Lenin di discutere se la Russia avrebbe sviluppato o meno il capitalismo, come spesso è stato impostato il problema nella polemica tra marxisti e populisti. L’originalità dell’analisi materialista di Lenin sta nel prendere atto che la Russia era fattualmente un paese capitalistico, in cui vigevano i rapporti borghesi di produzione dal 1861, anno dell’abolizione del servaggio. Spezzato il legame feudale che collegava i contadini russi al proprietario fondiario e instaurati i rapporti borghesi di produzione, la Russia aveva già formato una propria classe dei proletarȋ, enorme numericamente. Da questo consegue che il programma dei socialdemocratici russi non poteva essere altro che prendere atto della realtà dei fatti e prendere la parte dei proletarȋ nella lotta tra le classi. I marxisti russi – sottolinea Lenin – hanno “parlato sempre soltanto degli effettivi rapporti economico-sociali, della loro evoluzione effettiva”. In virtù di questo, in chiusura del suo opuscolo, a partire dal dato concreto della creazione già avvenuta del proletariato russo in seguito all’abolizione della servitù della gleba, egli afferma che l’unica via d’uscita alla terribile miseria dei contadini a cui è stata strappata la terra è la lotta congiunta del proletariato russo contro la borghesia.

La proposta di un’alleanza generale degli sfruttati dimostra una volta di più l’originalità del pensiero politico leniniano e la sua capacità di interpretare in modo fecondo la lezione marxiana.

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