I giacobini neri: Toussaint Louverture e la Rivoluzione di Santo Domingo *

2020-03-04_13h54_47 di Alberto Ferretti

Uno degli eventi meno noti e forse volutamente ignorati della storia mondiale, in sede occidentale, è senza dubbio la grande Rivoluzione di Santo Domingo. 

Questa rivoluzione portò nel 1803 alla nascita della Repubblica indipendente di Haiti, libera dalla schiavitù e dal giogo coloniale che la borghesia francese imponeva ai neri deportati dall’Africa e utilizzati come manodopera nelle piantagioni dell’isola. Essa fu condotta a termine, tra conflitti di violenza indicibile, da un popolo nero indomito benché oppresso da secoli di barbarie padronale.

Si tratta della prima rivolta vittoriosa degli schiavi nella storia, un accadimento di portata universale per il progresso e l’emancipazione del genere umano. Essa si produsse sull’onda della Rivoluzione francese, non ne fu un’appendice, come una lettura spontaneamente eurocentrica tenderebbe a connotarla, ma crediamo il suo apogeo.

Contesto e insurrezione

Nel 1989 la colonia della Antille di Santo Domingo rappresentava i due terzi del commercio estero francese e costituiva il più grande mercato della tratta europea degli schiavi. Parte integrante e prevalente della vita economica dell’epoca, Santo Domingo costituiva la più grande colonia del mondo, orgoglio della Francia e invidia delle altre nazioni imperiali. E tutta questa prosperità e prestigio era fondata sul lavoro di mezzo milione di schiavi. Nel mese di agosto 1791, mentre le ripercussioni della Rivoluzione in Francia iniziavano a farsi sentire oltreoceano, gli schiavi di Santo Domingo entrarono nel movimento, in rivolta. Iniziò una lotta che durò 12 anni, fino al conseguimento dell’indipendenza nel 1803“.

Nel luglio 1791 le masse degli schiavi neri erano pronte a sollevarsi. L’eco degli eventi in Francia (dove era anche attivo il circolo degli “Amici dei neri”, che cercava di introdurre la questione razziale e schiavistica nel dibattito pubblico rivoluzionario), la caduta del vecchio ordine signorile nella metropoli, aveva suscitato speranze ed emozioni oltreoceano. I neri di Santo Domingo interpretarono così gli eventi : “gli schiavi bianchi si erano sollevati in Francia, lo stesso è dunque possibile nella colonia“. 

Il piano iniziale – elaborato dai rappresentanti delle piantagioni, schiavi con mansioni di controllo e coordinamento dell’attività agricola per conto del padrone bianco (e dai cui ranghi emerse un uomo, Touissant Louverture, che prese a poco a poco la direzione delle forze rivoluzionarie, mostrandosi fine militare e politico, e condusse i neri alla vittoria) – prevedeva lo sterminio dei bianchi, cioè dell’insieme dei proprietari, dell’isola e l’incendio delle piantagioni. 

Piano che parzialmente riuscì (perlomeno nell’intento politico più immediato) poiché, al termine di un mese di insurrezione, un esercito di centomila uomini senza esperienza, analfabeti e poverissimi obbligarono i ricchi coloni (i quali si attendevano che dopo questa fiammata l’ordine fosse ristabilito al più presto) a riconoscere la legittimità di un’umanità in lotta e a negoziare da una posizione di debolezza con gli insorti. La rivendicazione fondamentale, immediata e concreta, era ovviamente l’abolizione del sistema schiavistico, ma non certo la secessione dalla Francia. La rivoluzione in Francia stava infatti ponendo le basi dello Stato-nazionale borghese moderno, e aveva permesso l’affermarsi di quelle istanze di uguaglianza formale che favorivano oggettivamente la messa in discussione del vecchio ordine, almeno nella parte francese di Santo Domingo (i germi rivoluzionari significativamente non attecchirono mai nella parte spagnola dell’isola). Essa faceva crollare l’antica impalcatura istituzionale grazie a un rivolgimento sociale profondo che scatevana nuove energie di cui gli schiavi neri intendevano approfittare per affermare la propria libertà.

Sotto questa spinta emancipatrice la marcia società schiavistica di Santo Domingo perì: la schiavitù fu formalmente abolita il 29 agosto 1793, quando Robespierre e i giacobini francesi ratificarono la grande conquista ottenuta dai giacobini neri in armi. Tuttavia, questo risultato storico – la prima volta nella storia dell’uomo in cui si sanciva l’estinzione di una barbara clasuola di esclusione che aveva per secoli incatenato milioni di uomini al loro destino apparentemente naturale e immutabile di schiavi, e costituito il fondamento della civilità di un ristretto perimetro di eletti, appartenenti autodesignatisi alla esclusiva comunità dei liberi – non era da considerarsi acquisito in maniera permanente: il fronte della riscossa proprietaria guidato dai coloni e dalla borghesia marittima della metropoli non tardava a riorganizzarsi, complice anche la caduta dei giacobini in Francia, e con essi la fine della spinta propulsiva della rivoluzione borghese.

Iniziava dunque una nuova fase per le forze guidate da Touissant Louverture – una lunga battaglia certamente da una posizione politica enormente più avanzata – per la conquista della libertà effettiva e per il mantenimento della stessa dagli assalti della controrivoluzione. Un processo che faceva emergere in tutta la sua urgenza ormai, nel dispiegarsi della rivoluzione, la questione dell’indipendenza nazionale della colonia – preda degli appetiti delle borghesie (inglese, spagnola e francese) in competizione, delle manovre geopolitiche degli avversari della Francia intenti a strumentalizzare la questione di Santo Domingo a proprio vantaggio, della necessità francese di mantenere costi quel che costi il controllo dell’isola – come unica via per garantire la sopravvivenza e lo sviluppo di una nuova società di eguali, liberi dalla schiavitù.

Touissant Louverture seppe orientarsi e dirigere le forze rivoluzionarie in questo complicato processo, che prese la forma di una grande guerra di popolo (i ranghi dell’esercito nero crescevano senza posa), avente come avversari i coloni, le borghesie mercantili europee e le grandi potenze dell’epoca, contro il ritorno dell’ordine schiavile e per la libertà – cui ogni considerazione strategica (alleanze con gli inglesi e gli spagnoli, negoziati con le truppe e i consoli francesi, coi mulatti e con la classe piccolo borghese bianca dell’isola) era subordinata e di volta in volta rimodulata: a riprova dell’intreccio tra guerra di classe, discriminazione razziale e questione nazionale che questa rivoluzione rappresentava.

Nel 1801, dopo che Toussiant Louverture promulgò un’avveniristica costituzione autonomista, Napoleone decise infine di invadere l’isola inviando 35.000 soldati per schiacciare la rivolta e ristabilire finalemente la schiavitù. Santo Domingo era ormai devastata da un decennio di violenze inaudite, dove “le divisioni razziali venivano a rinforzare ed esacerbare una lotta di classe sociale, del lavoro schiavile contro il capitale commerciale“, la cui origine era però “da ritrovare non nel colore della pelle dei vari attori in scena, ma nell’avidità della borghesia marittima francese“. La forza organizzata degli “schiavi ribelli” sventò tuttavia il tentativo bonapartista di restaurazione e i rivoluzionari strapparono l’indipendenza della nazione, che divenne da quel momento Haiti per marcare la discontinuità col passato.

Lotta sociale, discriminazione razziale e questione nazionale

Gli elementi che vennero a comporre il dramma qui rapidamente riassunto, le contraddizioni alla base dell’esplosione rivoluzionaria di Santo Domingo, l’importanza internazionale che questo conflitto rivestì, sono molteplici e devono indurci a riflettere. Lo schiavo di Santo Domingo lavorava le terre per il profitto del padrone bianco e per l’espansione della borghesia marittima francese, per la gloria e il potere dell’Impero. Questo statuto schiavistico all’interno di una cornice razziale introduceva una lotta di classe sociale dove “legge del colore e legge economica si identificavano”. La “lotta per l’uguaglianza dei diritti civili ed economici era […] al contempo una lotta dei lavoratori ultrasfruttatti contro i proprietari latifondisti e indirettamente conto il grande commercio internazionale transatlantico“, quindi contro il grande capitale dominante dell’epoca: “una lotta di classe“. Lotta che intaccava inoltre le basi del sistema commerciale mondiale su cui sorgeva e si sviluppa la ricchezza e il potere della borghesia francese, parte di essa a sua volta protagonista di un processo rivoluzionario nei confronti dell’antico ordine signorile nella metropoli.

In seguito, questa lotta razziale e sociale evolve – logicamente, vista la composizione delle forze in campo e degli assetti economici e delle implicazione geopolitiche – in una “lotta nazionale“. I neri, popolazione maggioritaria e lavoratrice, importati dall’Africa come oggetti di lavoro su un’isola che ormai era diventanta la loro terra, uniti nella lotta e coscienti, con in mano l’iniziativa storica, “rappresentavano a Santo Domingo la nazione futura“. L’esperienza rivoluzionaria, aprendo la strada dell’autodeterminazione, faceva emergere questa consapevolezza, come un dato bruto, ma in realtà frutto della prassi trasformatrice che l’esercito nero di Touissant incarnava.

Ma in cosa consisteva questa indipendenza? Sicuramente, alla lotta militare-politica per la liberazione dal giogo coloniale – ultima tappa obbligata per garantire la libertà dei neri dai bianchi, cioè del lavoro « libero » (non schiavile) dal capitale latifondista, dell’uguaglianza formale tra gli uomini di ogni razza e colore – doveva seguire una fase di costruzione economica, di sviluppo delle forze produttive distrutte dalla guerra, che potesse garantire a lungo termine le basi materiali dell’espansione e quindi dell’autonomia nei confronti delle potenze imperiali dell’epoca. Spezzare le catene della dipendenza tramite uno sviluppo economico autocentrato, perché quando la libertà politica formale non è sostenuta dall’autonomia economica difficilmente si traduce in libertà sostanziale, e la nazione pur libera politicamente resta assoggettata o menomata in modo nuovo. Come purtroppo è il caso di Haiti oggi, ridotta alla miseria e preda delle moderne potenze imperialiste che ne hanno sempre soffocato l’emancipazione, e in definitiva non hanno mai smesso di fargli pagare l’antica insubordinazione.

Epilogo

La rivoluzione di Santo Domingo – originata dalla rivendicazione di abolizione della schiavitù che diventò per forza di cose lotta di liberazione nazionale sino alla fondazione di un nuovo Sato moderno, primo colpo mortale al sistema coloniale mondiale – è un esempio e un monito più che mai attuale oggi, ai tempi della ricolonizzazione atlantica del mondo promossa dall’imperialismo statunitense che tende a assoggettare e distruggere gli Stati nazionali usciti vittoriosi dalla lotta anticoloniale (in Medioriente con una guerra diretta di conquista che dura da più di venti anni; in America Latina con destabilizzazioni e sanzioni ai governi progressisti “ribelli”; in Asia tendando, invano, di accerchiare la Cina e mantenendo il caos in Afganistan) e subordina a questo imperialismo le forze degli alleati NATO e degli Stati vassalli.

Ma anche un’esperienza da studiare e valorizzare contro i sempre più diffusi e pervasivi rigurgiti del suprematismo occidentale di rito razzista bianco che – sulla scorta dell’imperialismo devastatore generante migrazioni imponenti, e delle esigenze sistemiche del capitale transnazionale che pone la questione della mobilità degli esseri umani drammaticamente in primo piano all’interno della questione sociale – inizia a riemergere pericolosamente e prepotentemente a ogni livello nell’Occidente controrivoluzionario.


Tutti i corsivi dell’articolo sono citazioni del libro la cui copertina è riprodotta nell’immagine: C. L. R. James, Les Jacobins noirs. Touissant Louverture et la Révolution de Saint-Domingue, 2017, Editions Amsterdam.

Cyril Lionel Robert James fu un militante e teorico comunista di tendenza trotzkista, pioniere della causa nera e del panafricanismo.

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