Ricattabilità, egemonia sbirresca e potere alle questure

2020-03-04_13h55_46di Alberto Ferretti

Sono tempi duri. E sono destinati a peggiorare: una settimana fa è stata licenziata la maestra che, durante un corteo torinese del febbraio scorso contro Casapound, insultò duramente i poliziotti. Un gesto prontamente immortalato e sbattuto in prima pagina dai media del capitale, amplificato a dismisura dalla politica in piena campagna elettorale, cui seguì una dura presa di posizione in diretta televisiva da parte del segretario del partito di governo cui prontamente la burocrazia scolastica ha prestato orecchio, fino all’odierno licenziamento.

Il messaggio immediato è chiaro: l’onorabilità, quindi il potere e la legittimità delle forze dell’ordine (borghese) è incontestabile. Le questure avranno mano libera con sempre crescente impunità, tesi confermata dalle recenti dichiarazioni del Ministro dell’Interno che si dichiara contrario al numero identificativo sui caschi dei poliziotti.

Tuttavia, più in profondità, l’intento è quello di radicare nella psicologia delle masse l’idea che la gerarchia e l’ordine sociale che queste forze sono preposte a difendere deve considerarsi immutabile e sostanzialmente non criticabile, se non occasionalmente e superficialmente, e soprattutto senza dimenticare “le buone maniere”. Pena la vita di un lavoratore distrutta.

Siccome siamo a un punto di svolta – in negativo rispetto alla storia del movimento comunista italiano (sparito) e in positivo rispetto alla riscossa del capitale (trionfante) – per non ricadere in vecchi errori di strategia ogni comunista cosciente dovrebbe liberarsi ormai di ogni residuo di feticismo statalista in Italia; quel pregiudizio borghese sulla neutralità sociale delle forze dell’ordine e della magistratura in quanto garanti “della legalità e dell’interesse generale”, di qualcosa di diverso che non sia invece l’interesse delle classi dominanti, e in ultima istanza dei rapporti di proprietà e del capitale nazionale ed europeo (vale ad esempio per i legalisti i quali difendono i dispositivi di repressione pensando che “lo Stato” abbia interesse a “combattere la mafia”, ad esempio).

Se a questo episodio si aggiunge poi la terribile sentenza di licenziamento che ha colpito pochi giorni fa gli operai di Pomigliano, “colpevoli” di per aver contestato il padrone in modi “non graditi”, il quadro di assoggettamento e duro conformismo che si prefigura e si vuole favorire tra i subalterni appare sempre più chiaro.

Punire per educare. Ma educare a cosa?

Per capirlo, rivolgiamoci ancora alla cronaca. È di ieri la notizia riguardante i risultati di una ricerca fatta da Accenture, una delle più importanti agenzie internazionali di consulenza: oltre otto ragazzi su dieci sono disposti ad accettare tirocini gratis, pur di cominciare a lavorare.

Educare dunque al fatalismo, alla remissività e al sacrificio non dovuto. Le classi padronali organizzano la scarsità di risorse materiali sullo sfondo di un sistema socio-economico che si muove strutturalmente di crisi in crisi. Così facendo ricattano il presente e il futuro della società, la incatenano al loro interesse fondamentale di “appropriazione privata e di gruppo del profitto” che genera la scarsità per i subalterni al fine di favorire l’accumulazione, quindi la concentrazione della ricchezza. Necessità a tutela della quale lo Stato borghese è preposto e opera con le sue leggi, i suoi corpi e le sue consuetudini.

Il nemico delle classi lavoratrici è, mai come oggi occorre ribadirlo, interno: è colui che possiede i mezzi di produzione e di scambio, e che sfrutta per allargare la sfera dei suoi profitti – cioè consolidare il suo potere sociale e politico – il lavoro salariato, così come usa lo strumento statale per “l’espansione dei gruppi sociali dominanti” nella società.

Concentriamoci dunque in questa fase più sulle cause che sugli effetti, come il nuovo governo “gialloverde” che è espressione temporanea e adeguata di questo potere sociale di ricatto padronale e proprietario, il quale, in quanto tale, non potrà che lavorare a una diversa forma di gestione politica degli interessi generali della classe capitalistica, scossa dalle turbolenze politiche di un assetto europeo traballante a fronte della necessità del mercato unico e della circolazione dei capitali che garantisce in questa fase la prosperità del capitale finanziario.

Unire i lavoratori, attraverso lotte organizzate che producano consapevolezza del proprio ruolo nei subalterni e coscienza dei propri fini, è la strada maestra per iniziare a intaccare le cause della subordinazione e dello sfruttamento, che non sono naturali e immutabili come l’ideologia borghese declinata in chiave liberale cosmopolita o nazionale vuol far credere, ma storiche e sociali, quindi sempre trasformabili in senso progressivo, nel senso dell’emancipazione delle forze del lavoro.

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