Macron, la Siria, le lotte sociali

2020-03-04_14h02_28di Alberto Ferretti

L’allarme di Macron a Strasburgo: “Sta emergendo una guerra civile europea”. Questo il titolo che ha fatto il giro degli organi di disinformazione e manipolazione di massa, anche detti media, ieri.

In realtà, Macron ha grossi problemi in casa: un movimento sindacale forte e determinato che sta bloccando il paese con scioperi e mobilitazioni, lotte che si uniscono e trovano  anche una buona rappresentanza politica di sinistra, un movimento sociale che si è imposto all’attenzione del dibattito pubblico.

In questo contesto, la borghesia francese non può rispondere che con tentativi di depistaggio al fine di sviare l’attenzione, e con allarmismi preventivi per poter accentuare la repressione. In particolare, a leggere le frasi pronunciate dal giovane principe, appare chiaro come cerchi di fare il gioco degli identitari calcando su questioni migratorie e di guerra di civiltà per spostare il quadro a destra e darsi così una legittimità democratica che a tutti gli effetti non ha. 

Tuttavia, il gioco riesce male quando c’è di mezzo la lotta sociale organizzata ed estesa che si mostra in grado di sottrarre ampi strati del disagio sociale all’egemonia dei due fronti della destra: quello neoliberale macroniano e quello neoprotezionista identitario lepenista. Certo, l’esito delle lotte sociali in corso in Francia non è per niente scontato. I rapporti di forza sempre ampiamente a favore delle classi dominanti e i continui rilanci governativi possono sempre alla fine portare il malcontento delle classi subalterne e degli strati più depressi verso un approdo reazionario.

Registriamo però, e invitiamo a registrare, la novità emersa nel corso degli ultimi due anni: un blocco sociale antagonista serio e presente su tutti i fronti, articolato intorno alla CGT-SUD-France Insoumise-PCF-movimenti, che si sta dotando dei mezzi per incidere sulla vita nazionale in senso progressivo. E che dalle lotte di classe in Francia, sulla costruzione del rapporto di forza metodico e organico meno sfavorevole alle classi subalterne, dipendono anche gran parte degli sviluppi e della ripresa del conflitto su scala europea.

Purtroppo, nella concreta situazione francese, paese d’avanguardia imperiale in prima linea nella guerra imperialista alla Siria, dove la pressione dei media e dei ceti dominanti proprietari sulle forze realmente antagoniste è da soffocamento, una posizione di massa pacifista e antimperialista – di cui c’è bisogno come il pane, perché un movimento sociale antagonista che al contempo non sia antimperialista è inconseguente e non internazionalista e alla fine si schianterà sugli scogli del social-sciovinismo o dell’irrilevanza – stenta a emergere.

Perlomeno, siamo qui in presenza di una sinistra politica e di un movimento di massa non astrattamente dirittoumanista, che non vuole la guerra e afferma la necessità della pace e del rispetto del diritto internazionale senza isterie belliche antirusse e antisiriane (guardare l’indegna campagna pro bellica di esponenti di Sinistra Italiana e ceto intellettuale liberal-radicale italiano per misurare la differenza).

***

Tornando in Italia appunto, una notizia più che positiva e importante di pochi giorni fa: i fattorini, anche detti riders, della multinazionale Foodora iniziano a lottare e a organizzarsi. A Torino, Bologna e Milano questi sempre più numerosi lavoratori hanno cercato di portare in tribunale il gruppo, fiore all’occhiello della nuova economia capitalistica internazionalizzata e digitale (sulla scia di Amazon, contro cui pure qualche mese fa una grande sciopero aveva evidenziato l’importanza che riveste il lavoro subordinato in lotta contro i nuovi padroni delle ferriere del XXI secolo); hanno promosso la prima assemblea nazionale e una nuova “Carta dei diritti fondamentali del lavoro digitale nel contesto urbano”; hanno insomma iniziato a far parlare di loro e attirare l’attenzione di sindacati e istituzioni.

Crediamo che oggi la linea del’anticapitalismo in Occidente si attesti sulla imprescindibile ricucitura del nuovo mondo del lavoro nel fronte di lotta contro i più moderni colossi dell’economia capitalistica transnazionale. Opera di ricucitura che sappia sfidare e reimpostare i sindacati nell’epoca del lavoro precario, delle partite IVA, del lavoro nero diffuso. Senza prendere in carico tutte queste categorie l’unione del mondo del lavoro oggi frammentato e diviso sarà votata alla sconfitta. E vista la concomitanza tra guerra imperialista contro la Siria e questi episodi positivi di lotta allo sfruttamento salariato, una forza politica progressista, di sinistra e comunista non può non dirsi solidare “coi fattorini di Torino, Bologna e Milano e col popolo siriano”. Il nemico è infatti lo stesso: la borghesia imperialista che intensifica lo sfruttamento nei centri più progrediti del capitalismo e accentua la tendenza alla predazione neocoloniale nei confronti delle periferie non allineate. 

Fenomenologia attuale del capitalismo in crisi permanente, la lotta nazionale del popolo siriano è identica nel contenuto rivoluzionario, antagonista e di classe alla lotta sociale e ai tentativi di riorganizzazione dei nuovi e tradizionali strati delle classi lavoratrici subordinate in Italia e in Europa.

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