Che fare (di e con Potere al popolo)

Potere-al-popoloPremessa su alcune polemiche in corso: voler ricostruire un blocco sociale alternativo al livello nazionale a partire dall’omogeneità purista sulle questioni internazionali è semplicemente assurdo. Sono oggettivamente le questioni più lontane e di più difficile comprensione per le masse costituite dalle classi subalterne alle prese con immediati problemi materiali. Il loro grado di coscienza e anche quello delle forze politiche che intendono rappresentarle va preso per quel che è: arretrato poiché profondamente manipolato dalla propaganda e dalla retorica diritto-umanista atlantica onnipresente in quest’epoca di restaurazione e ricolonizzazione, elaborata da una classe borghese coesa e consapevole, e veicolata dai loro media di massa in maniera pervasiva.

Le forze comuniste più coscienti, ultraminoritarie ad oggi, non possono che adattare il loro messaggio a questo contesto ostile e cercare di far nascere gradualmente e con una paziente opera di persuasione una corretta coscienza antimperialista internazionalista nel movimento dei lavoratori italiano. Senza esclusivismi, senza rinchiudersi in isolati pensatoi a elaborare linee teoriche perfette (ammesso che nell’isolamento si possa elaborare un inverificabile linea giusta) che non avranno mai altrimenti una base sociale reale su cui camminare. Comunque, non c’è niente di nuovo in questa contraddizione:

“Ella mi domanda che cosa pensino gli operai della politica coloniale. Ebbene: precisamente lo stesso che della politica in generale. In realtà non esiste qui alcun partito operaio, ma solo radicali, conservatori e radicali-liberali, e gli operai si godono tranquillamente insieme con essi il monopolio commerciale e coloniale dell’Inghilterra sul mondo” (Engels: lettera a Kautsky del 12 settembre 1882)

Compiti immediati

Invece, ci sarebbero grandi questioni interne su cui iniziare a impostare un discorso e dare battaglia partendo da un posizionamento autonomo di classe che tagli i ponti con ogni velleità centrosinistra di sistema: il tema centrale e tutto politico della privatizzazione dell’attività economica e quella della scarsità di risorse indotta. Una gigantesca appropriazione, accompagnata da un’enorme elusione, evasione, ottimizzazione fiscale (http://espresso.repubblica.it/affari/2018/03/14/news/tasse-e-multinazionali-guerra-europea-1.319538) che permette al capitale, e più concretamente alle classi dominanti, di estrarre e sottrarre miliardi alla società e al lavoro. Una privatizzazione della sfera economica che generalizzandosi anche ai servizi universali (scuola, salute) accentra le leve de potere economico-politico in poche mani distribuendo reddito a cerchie sempre più ristrette alimentando una povertà crescente.

La questione è stata in un modo distorto al centro della campagna elettorale. Non dimenticando che il fisco dipende dalla politica, cioè dai rapporti di forza tra le classi (e tra le fazioni della borghesia stessa) e dagli assetti di potere corrispondenti, c’è chi ha proposto mirate soluzioni al fatto che l’alta borghesia e i funzionari del grande capitale transnazionale non paghino le tasse: la Flat tax leghista, che permetterà ai ceti proprietari nazionali in difficoltà di lucrare e incassare anch’essi il gretto dividendo dell’incontrastata dominazione di classe della borghesia in Europa, è una di queste. Sulla pelle delle classi lavoratrici, perpetuando il grande furto ai danni del lavoro dipendente.

Dello stesso tono, e di segno solo apparentemente opposto, la proposta demagogica e plebea dei Movimento Cinque Stelle di far respirare le masse disoccupate o iper sfruttate con un reddito di cittadinanza, per meglio in realtà incatenarli alla subordinazione salariata e al dominio di classe di un neoliberismo perfezionato: quel capitalismo funzionante, trasparente e non corrotto che intendono rappresentare agli occhi delle masse stanche e insoddisfatte.

Il tutto in un contesto nazionale di capitalismo straccione diffuso che si alimenta di lavoro nero e precario, stipendi da fame e assistenzialismo pubblico se bisogno. Rappresentare i subalterni, come Potere al Popolo si propone, vuol dire innanzi tutto proporre un progetto di riscatto a medio termine che consista nel contendere e strappare le risorse a chi ne ha in eccesso e ne concentra sempre di più, e offrire una proposta politica comprensiva proprio su questo aspetto.

Correlata vi è quindi la questione sindacale, più che mai all’ordine del giorno in Italia, nel senso in cui uno dei principali problemi delle classi lavoratrici italiane sia senza dubbio la triade sindacale confederale che tiene congelato un intero blocco sociale per scopi concertativi e non di lotta. Manca un sindacato (o un’alleanza sindacale) conflittuale che possa riattivare la necessaria lotta economica dal basso. Bisogna realisticamente prendere atto che in particolare la CGIL sia da questo punto di vista un grave problema (il paragone con la CGT in Francia è sin troppo impietoso).

L’unico sindacato che sembri offrire sponde agli elementi più avanzati e combattivi tra i lavoratori dipendenti (con tutti i limiti del sindacalismo di base) è senza dubbio l’USB. Organizzazione legata a Potere al Popolo tramite la piattaforma Eurostop, la cui crescita è costante fa ben sperare, ma il cui radicamento di massa, semmai andrà a buon porto, richiederà necessariamente tempo. Il confitto economico e il movimento sociale sarà comunque una precondizione necessaria per far entrare ampi strati di popolazione in un discorso se non ancora politico, perlomeno rivendicativo collettivo. Occorrerà in quest’ottica accompagnare e sollecitare la nuova sindacalizzazione, nelle fabbriche, nella logistica e nei servizi, e la ricucitura con settori e figure (part time, precari, semi-autonomi) persi nella parcellarizzazione post fordista.

Riconnettere questi aspetti su un tessuto politico territoriale: qui la proposta solidaristica di riattivare le Case del Popolo uscita dall’assemblea nazionale di Potere al Popolo del 18 marzo va nella giusta direzione; quella di densificare un deserto urbano su cui prosperano facilmente gli elementi piu reazionari in seno al popolo. Sportelli popolari del lavoro, sportelli legali per la casa, ambulatori popolari, attività di supporto e autorganizzazione, sussunti sotto la guida delle assemblee territoriali dei militanti e degli aderenti, in interazione con le sezioni dei due maggiori partiti (Rifondazione e PCI), costituirebbero l’infrastruttura territoriale di appoggio ed elaborazione generale delle rivendicazioni.

In quest’ottica, al livello organizzativo – dove tutto è ancora fluido e in via di definizione – sarebbe opportuno tuttavia che i comunisti dentro Potere al Popolo (PCI, Eurostop e la minoranza leninista di Rifondazione), se ancora capaci di iniziativa, si uniscano o perlomeno formino un coordinamento unitario, premessa indispensabile per poter pesare all’interno del fronte sociale in costruzione, col compito di migliorarne la linea. Con questo si intende: dare rigore concettuale e prospettiva storica alla spinta anticapitalista – per il momento confusa e emotiva – presente in Potere al Popolo, allo scopo di rafforzare, politicizzandola, l”opposizione estrema” al sistema vigente che Potere al Popolo deve rappresentare.

In effetti, se un carattere comune a tutte le componenti interne a Potere al Popolo – sia essa l’area movimentista sociale, che quella radicale democratica o quella socialista/comunista – esiste, esso può essere sicuramente trovato nell’anticapitalismo che queste anime, in un modo o nell’altro, interpretano e rivendicano. E su cui è un dovere cercare di far convergere gradualmente il malcontento, irriflesso ma generalizzato, di tutti gli strati popolari e subalterni contro “il sistema”.

Insomma, gli elementi ci sarebbero tutti, se affrontati con maturità, modestia e realismo, per iniziare un lungo lavoro di radicamento che faccia dimenticare l’attività principale della “sinistra radicale” negli ultimi decenni: quella di accodarsi alle liste elettorali locali e nazionali del centrosinistra, riducendola alla subalternità totale, al discredito e all’incapacità evidente di assumere iniziativa politica. Rigettando al contempo l’isolazionismo di estrema sinistra, così come le tendenze di destra che spingono a riallacciare con una coazione a ripetere opportunista i rapporti con sinistre complementari o col PD, per non parlare delle deliranti tendenze di estrema destra che guardano “con interesse” alle forze uscite vincenti alle elezioni come possibili esempi e approdi intorno ai temi feticisti e destri dell’oggi (anti Euro, anti immigrazione, sovranismi e subalternità varie).

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