1871: Marx, la Comune, l’Inghilterra

2020-03-04_14h09_57di Alberto Ferretti

Nel 1871, pochi mesi dopo l’insurrezione della Comune di Parigi, Karl Marx fu intervistato dal New York Herald. L’intervista fu ripresa dal quotidiano Le Galois – giornale francese conservatore e anti-repubblicano – nell’edizione del 22 agosto 1871 [fonte]. I giornalisti chiesero a Marx quali fossero i legami tra l’Associazione Internazionale dei Lavoratori (IWA), di cui è il dirigente più eminente, e il movimento rivoluzionario parigino, che lo stesso Marx aveva appena celebrato nell’opuscolo “La Guerre civile en France“, pubblicato nel maggio dello stesso anno, all’indomani della caduta della Comune.

Si tratta di una testimonianza illuminante sull’approccio di Marx, dirigente politico, di fronte alla concretezza del presente, nel vivo di grandi eventi storici che si determinano indipendentemente dalla teoria. Eccone alcuni estratti significativi:

“Sono state dette e scritte un mucchio di assurdità, ha risposto Karl Marx, circa i grandi progetti sovversivi tramati dall’Internazionale. Non c’è nulla di vero in tutto ciò. La verità è che l’Internazionale e la Comune hanno lavorato insieme per un certo periodo perché combattevano lo stesso nemico; ma è assolutamente falso dire che i leader dell’insurrezione abbiano agito in virtù degli ordini ricevuti dal Comitato Centrale dell’Internazionale di Londra.

Qui a Londra non abbiamo saputo nulla dell’attacco di Montmatre del 18 marzo [inizio della rivolta che sfocerà nella presa dell’Hotel de Ville e nell’istituzione della Comune n.d.t] finché tutte la città non fu in mano alla Guardia Nazionale; inoltre, anche se avessimo avuto intenzione di farlo, non avevamo alcun mezzo per dare ordini. Noi lasciamo sempre che il popolo agisca a seconda delle circostanze, ci limitiamo ad aiutarlo e a consigliarlo. Lo abbiamo fatto anche per Parigi, con la sola differenza che ci fu impossibile dare consigli finché l’insurrezione non fu un fatto compiuto. 

Subito dopo gli eventi del 22 marzo, consigliai poi agli instorti di marciare su Versailles [dove si era rifugiato il governo n.d.t] e di non aspettare oltre il 25. Se l’avessero fatto il successo sarebbe stato certo… Ma hanno perso questa magnifica occasione per l’incapacità dei loro capi, e a partire da quel momento previdi l’esito e ne parlai alle nostre commissioni.”

Marx, è risaputo, era contro l’insurrezione, e queste parole lo confermano. Egli giudicava i rapporti di forza troppo sbilanciati in favore del governo, ed era convinto che in tali condizioni un sollevamento del proletariato non potesse che risolversi in un bagno di sangue. Nonostante tutto, da dirigente rivoluzionario al servizio delle classi subalterne, non potè che piegarsi alla volontà, all’azione storica delle classi in lotta, e al fatto compiuto. Mettendosi al servizio della causa e della rivoluzione.

Marx non può però fare a meno di sottolineare le gravi responsabilità della fallimentare direzione politico-militare della Comune nella sconfitta del proletariato parigino. Egli spende parole di fuoco contro l’incapacità, il narcisismo, la megalomania, l’inadeguatezza dei vari Flourens, Assi, Pyat, Hugo, La Cécilia, Rossel, Bergeret. Come tiene a precisare, solo cinque dei membri principali della Comune appartenevano all’Internazionale: Flourens, Dombrwski, Duval, Rigaut e Wroblewski (ciò sembra confermare la testimonianza di un altro protagonista della Comune, Jules Andrieu che nel suo libro Notes pour servir à l’histoire de la Commune de Paris en 1871, dettaglia le vicende dell’esperienza comunale e conferma le tensioni tra i partiti e i dirigenti, e tra l’ala repubblicana e l’Internazionale parigina all’interno della Comune, cf. il nostro articolo qui).

Infine, i giornalisti chiedono a Marx precisazioni sui principi ispiratori dell’Internazionale. Il passaggio è abbastanza soprendente per chi ancora vede in Marx una sorta di predicatore intransigente, di utopista della repubblica universale immediata degli operai. Al contrario, Marx si esprime da dirigente di un partito che ha chiari gli obiettivi di fase – da attuare rispetto alla situazione concreta e determinata di un Paese dato – gli interlocutori, le difficoltà, il contesto insomma (l’Inghilterra vittoriana in questo caso particolare); obiettivi sempre incardinati in quella visione più ampia del movimento storico che è propria al pensiero sociale elaborato dai fondatori del socialismo scientifico:

“Noi avversiamo in egual modo la monarchia e il capitale. Entrambi appartengono a un’età e una civiltà in via di sparizione. Il feudalesimo, lo schiavismo, la monarchia, il capitale, i monopoli, tutti devono svanire in ordine successivo dalla faccia della terra. Il feudalesimo è scomparso per primo; la monarchia perde terreno così rapidamente che la giudichiamo appena degna dei nostri colpi. I monopoli e il capitale saranno i prossimi. La lotta sarà terribile, ma necessaria e inevitabile… Il capitale non è che una forma di schiavitù. Il nostro intento non è quello di fomentare la guerra in Inghilterra. Noi contiamo di far trionfare i nostri diritti con le vie legali, per atto del Parlamento. L’aristocrazia ci si rivolterà contro; ma noi abbiamo dalla nostra parte le masse [le nombre], l’intelligenza e la disciplina […]

Se il nostro partito arrivasse al potere, il primo atto del Parlamento sarebbe di deporre la regina e di proclamare la Repubblica. Dopo di che, noi metteremo tutte le grandi proprietà nelle mani dello Stato, che le sfrutterà a beneficio dei produttori. Quanto agli oziosi, non ci sarà niente per loro”.

Nello stesso anno, la sconfitta del Comune e la sua repressione provocarono la frattura dell’Internazionale, divisa tra la tendenza marxista e la tendenza anarchica rappresentata da Bakunin (e precedentemente da Proudhon). E già in queste parole di Marx, si intravedono le profonde differenze tra il materialismo storico e l’anarchismo su questioni fondamentali quali lo sviluppo storico, la rivoluzione, la presa del potere, il ruolo dello Stato nella costruzione della società socialista. Insomma, questioni ancora oggi non risolte (anche a causa di regressioni ideologiche maggiori dovute alla caduta dell’URSS e al suo impatto sui maggiori partiti comunisti e operai europei) tra i marxisti di un Occidente che sembra aver perso, per ora, il treno della rivoluzione mondiale.

Essa, con lo smantellamento del sistema coloniale, vede ormai alla sua testa i comunisti e i rivoluzionari dell’Asia, dell’America Latina, dell’Africa e del Medioriente, avanguardia dei popoli delle periferie liberatisi dall’oppressione coloniale, i quali hanno in mano l’iniziativa storica per conto del proletariato mondiale, ed operano in tutt’altre condizioni rispetto a quelle che sarebbero concesse alle classi lavoratrici subalterne dell’Occidente capitalista-imperialista.

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