Il reddito di cittadinanza: una falsa buona idea

2020-03-04_14h19_45di Alberto Ferretti

Si sente parlare sempre più spesso, sui media e negli ambienti politici che contano, del Reddito di base, o Reddito di cittadinanza. Una nuova e avveniristica soluzione per palliare all’impoverimento di massa cui il capitalismo sta sottoponendo i lavoratori e le classi popolari, in particolare a partire dalla grande crisi sistemica del 2008.

Negli ultimi tempi la Finlandia, guidata da un esecutivo di destra liberista, ha iniziato a sperimentare il dispositivo; in Francia, il candidato socialista alla presidenziali Benoit Hamon ne ha fatto un cavallo di battaglia della campagna elettorale; in Febbraio il Parlamento Europeo ha proposto una mozione al riguardo (bocciata); e in Svizzera, la sua introduzione è stato oggetto di referendum popolare.

Insomma il tema, per quanto agli esordi, è all’ordine del giorno, ai più alti livelli. E buona parte della sinistra radicale – da Paul Mason sul Guardian agli ex-operaisti nostrani e parte della sinistra antagonista al seguito – si sono subito entusiasmati: la rivoluzione è in marcia, ecco un grande strumento di emancipazione destinato a rivoluzionare la società, in preparazione nelle cucine del capitalismo più avanzato.

Di che cosa si tratta?

Nell’idea dei promotori, il Reddito di cittadinanza consiste in un salario garantito versato ogni mese dalla nascita alla morte a tutti i residenti in situazione legale di un dato territorio. Tale reddito è individuale, incondizionato, universale. Ogni cittadino riceverebbero sul proprio conto in banca – da parte dello Stato o da un ente da esso preposto – la stessa somma, senza differenze tra disoccupati o occupati, ricchi o poveri, occupati a tempo pieno o a tempo parziale, a tempo indeterminato o a tempo determinato. L’ammontare sarebbe da determinare di Paese in Paese, in base al PIL: per quanto riguarda la Francia, gli economisti calcolano questo reddito tra 750 e i 1000 euro mensili. Per un totale di circa 500 miliardi di euro annui, pari al 23% del PIL. Questi gli ordini di grandezza applicabili ai Paesi capitalistici avanzati europei. [cf. “Revenu universel. Pourquoi? Comment?”, Julien Dourgnon, Les Petits Matins, 2017]

I promotori del Reddito di cittadinanza vedono in questo dispositivo una risposta al passo coi tempi alla crisi del capitalismo; una crisi contro la quale le politiche “convenzionali” di lotta alla disoccupazione, alla povertà e alle disuguaglianze avrebbero fallito. Una risposta alla inesorabile, secondo loro, perdita di milioni di posti di lavoro dovuta alla robotizzazione su larga scala e più in generale, alla crisi del “sistema di lavoro salariato”, cui né lo Stato né i sindacati – vecchie forze politiche di origine novecentesca – saprebbero più porre rimedio.

Non è forse vero che i robot stanno sostituendo il lavoro umano? Che le macchine contribuiscono al PIL e che tale ricchezza prodotta deve essere in qualche modo redistribuita alla società che per ora vede solo la disoccupazione di massa come effetto della rivoluzione tecnologica/digitale? L’assunto ideologico è che il lavoro salariato, per come è concepito, non è più in grado di distribuire equamente il valore prodotto dalla società tramite i robot e tramite quello che essi definiscono il “lavoro cognitivo”, creativo, collaborativo che diventerebbe immediatamente produttivo.

È il tessuto sociale stesso, per come è strutturato, secondo questa visione, a essere di per sè produttivo. Non vi è piu una chiara separazione tra tempo di lavoro e tempo libero, il lavoro è diffuso socialmente: il fatto di esistere ed essere in relazione e in comunicazione, in particolare nei centri urbani e sotto l’egida delle reti sociali, è di per sé un fattore di produzione che merita di essere remunerato. Secondo tali teorie, il reddito nazionale attualmente distribuito sotto forma di salari, è incapace di riconoscere tali aspetti. Occorre dunque spezzare il monopolio del lavoro salariato come distributore di reddito primario (cioè proveniente direttamente dalla produzione), tramite un reddito slegato dall’impiego, in grado di modificare la natura stessa del lavoro. Dal loro punto di vista infatti, tale dotazione si configurerebbe come un vettore di libertà, una forza emancipatrice in grado di:

  • produrre autonomia decisionale dell’individuo di fronte al mercato del lavoro, poiché permetterebbe di rifiutare offerte di lavoro degradanti o mal retribuite: il Reddito di cittadinanza definirebbe così una politica di generatrice di libertà. Permettendo di rifiutare offerte faticose e mal pagate, inciterebbe il padrone a rivedere al rialzo le condizioni di assunzione.

  • il Reddito di cittadinanza sarebbe indicizzato sul PIL nazionale, da cui dipenderebbe l’aggiustamento strutturale annuale del suo ammontare. Quale migliore garanzia per federare i cittadini intorno a un obiettivo sociale comune: il mantenimento o crescita del PIL per mantenere il livello di reddito garantito?

  • il reddito così separato dal lavoro farebbe da volano alla spinta creatrice del tempo libero, ma produttivo, della nuova società cognitiva; permetterebbe a ciascuno di esercitare la propria libertà di individuo al di fuori del vincolo salariato, a creare nuove relazioni associative, imprenditoriali, partecipative al di fuori della sfera del mercato e dello Stato.

Socializzare un po’ di reddito, pur di non toccare la produzione, per salvare il sistema

I promotori del Reddito di cittadinanza da sinistra partono da analisi affatto condivisibili: essi riconoscono la brutale pauperizzazione cui sono sottoposte le masse nelle società capitaliste avanzate, la frammentazione del processo produttivo e la conseguente individualizzazione della società post-fordista; cui si accompagna la speculare accrescimento della parte del reddito nazionale destinato a remunerare il Capitale. In altre parole, constatano la polarizzazione in corso, vedono come un enorme trasferimento di ricchezza sia operato dal basso della piramide sociale – le classi lavoratrici, i precari, le false partite IVA e i ceti popolari – verso l’alto – le classi dominanti e proprietarie.

Vedono inoltre la dinamica all’opera per cui la quota di reddito nazionale destinata allo Stato via la tassazione (sempre meno) progressiva diminuisce sensibilmente di anno in anno, cosa che obbliga gli Stati a rivolgersi ai mercati finanziari per il finanziamento delle spese correnti, generando un indebitamento sempre più oppressivo dovuto alla spesa per interessi; e che il Capitale è tassato molto meno del Lavoro. Gran parte di essi riconosce che la distribuzione ineguale della ricchezza – restando invariato l’assetto proprietario dei mezzi produttivi – dipende anche dai rapporti di forza sociali, sempre più sbilanciati in favore delle classi capitaliste.

Eppure, arrivati a questo punto, si rifiutano a nostro avviso di andare al cuore della vera questione, quella della proprietà privata dei mezzi di produzione e delle lotte di classe, i due “termini” da cui dipendono i cambiamenti della divisione sociale del lavoro, la distribuzione  della ricchezza, la stessa struttura economica. Intervenendo esclusivamente sul piano della distribuzione – che è il piano del Reddito di base – come si pensa di incidere sulla dinamica del processo di accumulazione capitalistica? Si rischia piuttosto di accompagnarla, di farla convergere differentemente nelle stesse mani. Quelle degli attuali detentori del potere politico-economico.

Invece di proporre lo sviluppo della lotta organizzata intorno alle organizzazioni della classe lavoratrice – siano essi collettivi, movimenti, partiti, associazioni e sindacati (che essi dichiarano aprioristicamente vecchi e incapaci di adattarsi al nuovo, in particolare alla robotizzazione) per ribaltare i rapporti di forza a tal punto sfavorevoli che la crisi viene usata per imporre un’agenda anti operaia e pauperizzatrice – insomma invece di riconoscere il ruolo nella storia delle lotte di classe – si evoca una soluzione tecnica, calata dall’alto, dal benvolere dello Stato capitalista. Una concessione, il Reddito di base, per di più suscettibile per di più di svuotare tutte le conquiste sociali del ventesimo secolo.

Molte cose non quadrano dunque con questa maniera di cercare una via d’uscita alla crisi strutturale che il capitalismo sta attraversando. La soluzione proposta al problema, il Reddito di base, non convince. Nello specifico, rispetto ai punti elencati sopra:

  • chi può assicurare che l’individuo, dotato di un salario incondizionato, non accetti lavori mal pagati, dal momento in cui la somma del Reddito di cittadinanza e del salario corrisposto dal padrone potrebbe superare una certa soglia di sussistenza? In tal senso, il Reddito di cittadinanza si configurerebbe come un incentivo a comprimere ancor più salari e tutele, poiché lo Stato verserebbe quanto l’azienda non è disposta a corrispondere al fine di generare profitti e dunque preservare l’arricchimento privato degli azionisti. In che modo ciò sarebbe in grado, non solo di diminuire le disuguaglianze sociali, ma di dare potere ai subalterni?

  • Non è difficile immaginare come i beneficiari del Reddito sarebbero sottoposti al condizionamento sociale degli apparati mediatici, controllati dallo Stato imperialista e dai suoi monopoli privati, al fine di accettare qualsiasi tipo di impiego pur di non sentirsi accusare di non contribuire al miglioramento del PIL cui il Reddito è indicizzato, e dunque responsabili di far abbassare la dotazione dello stesso. Non si continuerebbe a lavorare per arricchire i proprietari, sotto forma diversa e con una tipologia di ricatto diverso?

  • Il Reddito di cittadinanza è un alibi per smantellare lo Stato sociale. L’agenda neanche troppo nascosta è quella di far convergere i finanziamenti pubblici su questa dotazione che verrebbe a sostituirsi a tutti i servizi pubblici universali, già sotto attacco, la cui fine è pianificata dall’ordine neoliberale egemone in Occidente: il rischio concreto è di vanificare decenni di conquiste sociali di massa e di classe.

  • La scomparsa ineluttabile del lavoro umano a causa della robotizzazione integrale è un’esagerazione: i robot saranno utilizzati dai capitalisti finché funzionali ai profitti, e visto che la massa salariale è la variabile d’aggiustamento degli stessi e solo dal lavoro salariato si estrae plusvalore, non avranno nessun incentivo a rimpiazzare tutta la manodopera con macchinari, cioè con capitale fisso. La rivoluzione tecnologica ovviamente tende a ridurre il bisogno di lavoro in molti settori, tuttavia se ne crea in altri: certo il saldo può risultare negativo, ma non in maniera decisiva, niente che non si possa aggiustare riducendo le ore di lavoro settimanali e distribuendo il lavoro a tutti a parita di salario. E Paesi ad alta automazione, come Corea e Giappone, hanno ad esempio tassi di disoccupazione largamente inferiori ai nostri.

  • non bisogna dimenticare infatti il carattere ciclico della disoccupazione, che nel sistema capitalista dipende dal ciclo di accumulazione e dalle crisi che esso genera. La disoccupazione di massa c’è sempre stata, negli anni 30 ad esempio, e corrisponde al collasso del sistema produttivo; a una fase in cui i capitalisti distruggono le forze produttive in eccesso, rifiutano di distribuire il lavoro, creano un esercito industriale di riserva sotto forma di disoccupati, al fine di rilanciare nuovi cicli di accumulazione e profitto altrimenti preclusi. La proposta del Reddito di base sembra subalterna alla visione liberale per cui occorre accettare di restare per lunghi periodi senza impiego. Ma si può accettare l’idea di restare esclusi dal circolo produttivo solo per dare tempo al Capitale di rimettersi in sella?

Da questa rapida e sicuramente incompleta disamina, una prima domanda sorge spontanea: perché mai mobilizzare 500 miliardi di euro, o più in generale un quarto del proprio PIL, per un vago progetto di emancipazione libertaria, invece di destinare tale somma – ammesso e non concesso che possa essere ricavata con la semplice arma della tassazione (qui i limiti del progetto sono evidenti e gli stessi ideatori restano vaghi sulle forme di finanziamento, ipotizzando periodi di transizione verso la completa universalità dello stesso) – alla pianificazione e riconversione industriale, alla gratuità della scuola e della cultura, della sanità e dei servizi, all’aumento delle pensioni, alla riduzione del tempo di lavoro a salario invariato e la distribuzione del lavoro a tutti i cittadini? Nonostante i proclami, quale agenda si favorisce con l’introduzione di un Reddito di base: quella liberale della diminuzione delle tutele e dello Stato sociale, o quella dei lavoratori e delle classi popolari di una società di uguali libera dallo sfruttamento?

Controllo della produzione e potere politico

Il Reddito di base sarebbe un gene di cambiamento introdotto nell’economia in grado di trasformare il lavoro, di spostare parte dell’attività economica fuori dal mercato e dallo Stato. Cosa ottima, da un punto di vista socialista. Il problema, come avrete notato, è che noi non viviamo sotto il socialismo, ma sotto il capitalismo. E in questa fede meccanicistica, per cui uno strumento monetario sia in grado di per sé di rivoluzionare lo stato di cose presenti, si perde la nozione di potere politico, fondamentale per definire i rapporti sociali di produzione nella società, a meno di voler ricadere in una sorta di economicismo riformista.

Tutto dipende da cosa si intende infatti per economia. “L’economia” non è un misterioso fantasma autosufficiente, regolabile tramite aggiustamenti tecnici; “l’economia” è un concetto che denota le relazioni umane di produzione e di scambio, un’astrazione teorica basata sulla concreta divisione sociale del lavoro, tra detentori dei mezzi di produzione, credito e scambio e i prestatari di manodopera impiegati dal Capitale per profitto. Chi ha intenzione di mantenere questi attuali rapporti di produzione e di scambio, nonostante siano ormai, nella fase imperialista di sviluppo del capitalismo, fattori di distruzione e non di sviluppo delle forze produttive e sociali? Ovviamente, la classe che beneficia dello status quo: i capitalisti.

Il potere è saldamente in mano alle classi capitaliste, ai cartelli dominanti al livello internazionale, al capitale finanziario, agli oligopoli: all’imperialismo.  Salvo voler far prova d’ottimismo sconsiderato, non sarà certo uno strumento salariale a cambiare la natura di questo potere. In particolare, se si svuotano le organizzazioni dei lavoratori, e al contempo si lascia allo Stato borghese – assecondato da esperti “apolitici”, in ogni caso slegati dalle forze sociali vive dei lavoratori atomizzati e individualizzati – stabilire quanto reddito debba essere corrisposto ai subalterni, per di più in un’ottica di svuotamento dello Stato sociale: in tal caso, siamo senza dubbio di fronte a una regressione sociale e non ad una conquista.

Lo Stato borghese cerca soluzioni compatibili col sistema per palliare alla miseria di massa a fronte del corrispondente accentramento e accrescimento delle ricchezze private, del drenaggio della ricchezza dal basso verso l’alto. E lo fa da una parte per alimentare il consumo messo a male dalla pauperizzazione, dall’altra per assicurarsi la pace sociale, per evitare lo scoppio di conflitti civili su larga scala, che “degenerino” in una messa in discussione generalizzata del sistema capitalista.

Attraverso i suoi settori intellettuali più avanzati e « progressisti », le classi dominanti studiano col Reddito di base la possibilità di intervenire politicamente a gamba tesa in ambito economico (nonostante le belle favole liberiste sul mercato libero e autoregolato) per determinare uno dei più importanti fattori di produzione, il salario, al fine di regolare attraverso lo Stato l’interesse collettivo del Capitale. Proprio come agisce la Banca centrale tramite il controllo dei tassi di interesse al fine di determinare la solvibilità dei capitali, così agirebbe l’erogatore centrale di reddito di base per controllare il flusso produttivo e garantire la riproduzione dei rapporti sociali propri all’accumulazione capitalistica.

Il Reddito di cittadinanza in un sistema capitalista non può che essere elemosina di Stato, nonostante si cerchi di dimostrare il contrario, per cercare di riattivare un sistema di consumi in crisi; per permettere ai capitalisti di versare salari irrisori, dunque intascare una parte sempre maggiore della ricchezza nazionale proveniente dalla produzione e dalle attività finanziarie tipiche della fase matura imperialista delle economie avanzate; per permettere di prolungare il controllo capitalista sull’economia da parte di una minoranza di privilegiati in cambio di un rendita. In fondo Thomas Paine, l’intellettuale americano che nel 19esimo secolo per primo teorizzò l’idea di un reddito di base universale, non era certo un socialista: il Reddito di cittadinanza era per lui una sorta di contropartita per rendere accetta alle masse la proprietà privata.

Insomma, “la gente comune”, come l’economista volgare chiama le masse, non ha bisogno di un “reddito di base”: ha bisogno nell’immediato di migliore lavoro, migliore e più esteso Stato sociale, riduzione degli orari e salario minimo garantito, servizi pubblici gratuiti e di qualità, pensioni decenti: e nel lungo termine, dell’abolizione delle classi sfruttatrici, della sostituzione di questa economia con un’altra che serva integralmente i suoi interessi: il socialismo, in grado di traghettare la società capitalista classista verso la società comunista senza classi.

Un commento

  1. Quindi la tua proposta, praticamente, è di ridurre la disoccupazione allo 0%, ossia azzerare del tutto una caratteristica che è diventata sistemica della società moderna, in pochi mesi (perché la situazione è così grave che le proposte a lungo o a medio termine sono inutili).
    Complimenti per la tua fiducia innata nella società odierna.

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