1917: i bolscevichi prendono il potere

2020-03-04_14h28_12di Alberto Ferretti

Ci sono storici borghesi che sono stati in grado di studiare la Rivoluzione d’Ottobre senza troppi preconcetti (a parte la genuflessione acritica e di rito all’antistalinismo, liturgia praticamente obbligata per chiunque voglia contare qualcosa ed essere riconosciuto nel mondo accademico occidentale) e in maniera documentata e approfondita.

Alexander Rabinowitch è uno di questi. Nella sua opera The Bolsheviks Come To Power: The Revolution of 1917 in Petrograd (I bolscevichi al potere: La rivoluzione del 1917 a Pietrogrado) egli descrive in dettaglio le fasi che, a partire dalla rivoluzione del febbraio 1917, portarono all’affermazione e alla vittoria dei bolscevichi nell’Ottobre dello stesso anno. E smonta completamente la diceria borghese – spacciata ancor oggi per verità storica dai rispettabili accademici e giornalisti nostrani, in particolore dopo la caduta dell’URSS – della Rivoluzione come Colpo di Stato riuscito da parte di una “setta di fanatici sconosciuti alle masse”.

Al contrario, e con dovizia di dettagli, l’autore ci trasporta nella Pietrogrado rivoluzionaria dell’epoca, e ci mostra come i bolscevichi – benché minoritari nel febbraio 1917 (comme ammesso dallo stesso Lenin nelle famose “Tesi di Aprile”), seppur ben presenti nei Soviet e tra le masse soprattutto urbane – conquistarono in 6 mesi la maggioranza all’interno dei Soviet stessi. I Soviet, ricordiamo, erano degli organi di autogoverno popolare sorti sulla scia della Rivoluzione di Febbraio in tutti i quartieri delle città, ad opera degli operai e dei soldati. All’interno di questi comitati di base i bolscevichi presero il sopravvento, benché mai schiacciante, sui Socialisti Rivoluzionari (SR) e sui menscevichi, le altre due componenti di sinistra della rivoluzione borghese in corso in Russia.

In questo contesto, i bolscevichi sono però gli unici ad avere un’organizzazione politica in stretto contatto coi lavoratori e in grado di mobilizzarli su obiettivi politici concreti, il che rendeva i Socialisiti Rivoluzionari e menscevichi sostanzialmente dipendenti dai bolscevichi nella capacità di fare appello agli operai di Pietroburgo e organizzarli nelle lotte di strada. Un partito duttile, un’organizzazione relativamente agile ed estremamente democratica nel dibattito interno, che fu capace di adattarsi alla realtà della crisi politica del momento.

L’avvicinamento delle masse alle posizioni radicali espresse dai bolscevichi fu possibile inoltre grazie alla chiarezza della loro piattaforma politica, sintetizzabile nelle parole d’ordine “pace, pane e terra” e “tutto il potere ai Soviet”, la quale attirò gran parte del proletariato urbano e dei soldati. Essi furono propensi a porsi in irriducibile opposizione al governo provvisorio di Kerenzky, sia per l’incapacità del governo di assicurare dignitose condizioni di esistenza, sia in seguito alla repressione dell’insurrezione di luglio e all’avventura golpista del generale Kornilov di fine agosto. 

Insomma, la credibilità del governo provvisiorio come esecutore della volontà rivoluzionaria delle masse era praticamente svanita. Tuttavia – nonostante le ambiguità, i voltafaccia e le debolezze di Kerenzky – i Socialisti Rivoluzionari, i menscevichi e anche quella parte del partito bolscevico rappresentata da Kamenev e Zinovev, spingeva ancora, ad inizio Settembre, per un nuovo governo di compromesso con la borghesia allo scopo di uscire dalla crisi politica del governo provvisorio: una nuova coalizione col partito dei Cadetti e Kerenzky, ma più sbilanciata a sinistra.

Lenin invece, da fine agosto, durante il congresso del partito (cui non partecipava essendo in esilio ma a cui indirizzò alcune missive) aveva dato il via alla sua campagna per spingere all’insurrezione. E solo grazie alla sua perseveranza i boscevichi furono effettivamente in grado di organizzare e dirigere l’insurrezione del 24-26 ottobre, facendo leva sulla percezione (tributaria anche dell’analisi e della propaganda bolscevica) sempre più diffusa tra le masse di un governo provvisorio che da rivoluzionario era diventato il garante dei proprietari e dei capitalisti. Un governo da abbattere, e sostituire con qualcosa di completamente nuovo.

Un presa del potere, una rottura e non una nuova coalizione, benché di sinistra, poiché, secondo Lenin, condizioni così favorevoli non si sarebbero più riproposte. Quello di Lenin infatti non fu avventurismo, né desiderio smodato di andare allo scontro, ma il risultato di un’analisi dettagliata delle condizioni concrete della Russia rivoluzionaria in quel preciso momento storico. In tal modo il Congresso dei Soviet di Russia che si riuniva il 27 a Pietrogrado fu messo di fronte al fatto compiuto della presa del potere da parte degli operai e dei soldati – l’avanguardia armata dell’insurrezione era composta infatti dalle guarnigioni di stanza a Pietrogrado, dalla flotta finlandese (di cui l’emblematico incrociatore Aurora faceva parte), dagli operai delle officine della periferia della città.

Dalla presa del Palazzo d’Inverno e dalle deliberazioni del Congresso dei Soviet nacque così il primo governo rivoluzionario socialista della storia – un monocolore bolscevico diremmo oggi – con Lenin Presidente, Trotzky agli Esteri, Rykov agli interni, Lunacharski alla Cultura e Stalin alle Nazionalità, per citare i più famosi. Sarà l’inizio di difficoltà incredibili nel sostenere, sviluppare e difendere la Rivoluzione, tra terrorismo interno, aggressione esterna, guerra civile promossa dai possidenti spodestati in un contesto di un Paese allo stremo.  

Ma anche l’inizio della rivoluzione proletaria mondiale, delle lotte di liberazione nazionale nel mondo coloniale, dell’indebolimento del capitalismo, del colonialismo e dell’imperialismo su scala globale, degli straordinari avanzamenti sociali e civili dei popoli sovietici e dell’introduzione di profonde riforme sociali e dell’allargamento della sfera democratica dei diritti civili in Occidente, concesse sulla scia del potere d’attrazione del modello sovietico sulle masse popolari dei paesi capitalistici avanzati.

Un libro appassionante, che consigliamo fortemente, per trarre i dovuti insegnamenti da applicare alla situazione odierna.

4 commenti

      • Eh, del resto quando gli americani parlano della loro storia (argomento sul quale peraltro c’è poco da raccontare) è quasi inevitabile che facciano un po’ gli smargiassi… grazie per la risposta! 🙂

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